I MIGLIORI 100 DISCHI DEGLI ANNI 10
posizioni dalla 75 alla 51

 
di
30 Dicembre 2019
 

Guarda la 1^ parte della classifica: le posizioni dalla 100 alla 76 de I MIGLIORI 100 DISCHI DEGLI ANNI 10
Guarda la 3^ parte della classifica: le posizioni dalla 50 alla 26 de I MIGLIORI 100 DISCHI DEGLI ANNI 10
Guarda la 4^ parte della classifica: le posizioni dalla 25 alla 1 de I MIGLIORI 100 DISCHI DEGLI ANNI 10

75. SWANS
The Seer

[Young God – 2012]
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Per farle bene, le cose, occorre tempo. Per renderle perfette ci vogliono 30 anni. “The Seer” è la musica contemporanea che si piega al rock. Ogni traccia e ogni singolo secondo di questo album colmano gli spazi e li dilatano.
È arte. Nella sua forma più pura e dunque più pericolosa.
(Alex Franquelli)

74. IOSONOUNCANE
DIE

[Tannen – 2015]

Qua avrei veramente tanto da dire, per le poche righe che mi sono concesse.
Partiamo da questo concetto: io non sono particolarmente affezionato alla scena indie italiana e se pongo questo album così in alto non lo faccio certamente per partigianeria.
Tutt’altro, “Die” semplicemente è un lavoro fenomenale, miracoloso che ha settato nuovi standard che nella nostra allegra penisola difficilmente verranno superati nel brevo periodo.
Il perfetto equilibrio tra la musica del futuro e gli strumenti della tradizione, un connubio in cui si incontrano elettronica e percussioni primitive.
Una magia che nasce nel coro di tenori sardi e nella tetra marcia in beat di Tanca e che si chiude tra zoccoli e polvere in Mandria.
Tutto si apre e da un treno regionale mi sembra di vedere le scogliere del mio mare.
(Jacopo Patrignani)

73. DESTROYER
Kaputt

[Merge – 2011]
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La carta vincente di Destroyer sta nel suo viaggiare miracolosamente sospeso tra atmosfere rarefatte, ma, allo stesso tempo incredibilmente materiche, dense, eccitanti, sudate, un misto di malinconia ed energia che mantiene un’alta tensione emotiva per tutta la durata del disco.
Senza spaccare niente e ferire nessuno, Bejar, nel raggiungere l’apice artistico di una lunga carriera, mette in atto la sua rivoluzione silenziosa, fatta di lezioni di songwriting e gran cura nello scegliere gli ornamenti di questo magnifico ed imprescindibile album.
(Giuseppe “Joses” Ferraro)

72. WARPAINT
The Fool

[Rough Trade – 2010]
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”The Fool” è crudele nei vertici (“Set Your Arms Down”, “Shadows”) e dignitoso nelle sfere inferiori (“Majesty”), ma è sempre attraversato da una richiesta di attenzione e di urgenza. E’ un disco di una bellezza comprensibile ed è contemporaneamente la storia delle nostre contrazioni oscure.
La condizione propria di certe canzoni è l’autismo. Niente di questo può farci sentire meglio. In definitiva, l’esordio del 2010.
(Claudia Durastanti)

71. ICEAGE
Plowing into the field of love

[Matador – 2014]
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In Danimarca ci sarà anche a capo del governo una bellissima bionda socialdemocratica, ma fortunatamente qualcosa non funziona come dovrebbe. Magari invecchiando si pogherà con più ritegno, forse qualcosa è meno affilato rispetto al passato e probabilmente troveremo altre trombe in futuro.
Di certo I always had the sensethat I was split in two rimarrà uno dei fili conduttori e allora prendetevi una bottiglia del vostro distillato preferito.
I keep pissing against the moon è sempre opzione disponibile.
(Alessandro Ferri)

70. CARIBOU
Swim

[City Slang – 2010]
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Prendi i Primal Scream di “Screamadelica”, rendili un tantino più sperimentali, aggiungi una delicatissima voce post-folk ed il gioco è fatto. Disco del 2010 anche solo per il fatto che Caribou porta avanti questo discorso da una decina di anni e solo adesso stanno iniziando a considerarlo.
(Federico “Accento Svedese”)

69. ERYKAH BADYU
New Amerykah Part Two: Return Of The Ankh

[Motown – 2010]

La regina canta, Madlib produce: non c’è altro da dire. Anzi si: l’etichetta è la Motown…Roba raffinatissima, calda, ballate. soul, funk, jazz, songwriting. Album perfetto, forse irripetibile. Anche per la regina.
(Davide Campione)

68. GRIMES
Visions

[4AD – 2012]
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Questo è il classico disco che io avrei dovuto snobbare: modaiolo e pompato esageratamente, il terzo capitolo discografico della canadese Grimes affonda le mani in un’elettronica piuttosto datata e altrettanto scontata.
Però la varietà di melodie pop facilmente memorabili, il fascino visionario di una voce unica nelle sue imperfezioni e il predominante gusto sci-fi hanno reso “Visions” uno degli ascolti più frequenti dal suo arrivo in casa mia.
(Nicolò “Ghemison” Arpinati)

67. FLYING LOTUS
Cosmogramma

[Warp – 2010]
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Il merito di FlyLo consiste nell’amalgamare armonicamente tutti elementi in netto contrasto tra di loro, andando a creare un prodotto che, nella confusione generale, riesce a trovare una propria linearità, dosando i moltissimi componenti in maniera chiara e decisa. Mai come in questo caso risulta appropriata la metafora suggerita dall’immagine di copertina: ogni microbit, ogni campionamento, ogni singola scheggia sonora va a posizionarsi dall’anarchia generale nella giusta posizione, inserendosi nel grande disegno del cosmogramma.
(Marco D’Alessandro)

66. BJORK
Vulnicura

[One Little Indian – 2015]
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“Vulnicura” é dunque un disco di contrasti e conflitti, di dubbi e dolore, ma anche di grinta e speranza, con una Björk che indubbiamente ce la mette tutta per poter andare avanti. A mio avviso con quest’ultimo album la sua creatrice é riuscita realmente ad infondere il proprio spirito nella musica, scavando nella terra bruciata con le proprie unghie e nutrendo le radici incenerite con il proprio sangue e le proprie lacrime, ed infine trionfando, rinascendo un’altra volta.
Il risultato finale é uno dei traguardi più importanti e sinceri dell’intera carriera della musicista islandese.
(Filippo Mazzini)

65. KING KRULE
The Ooz

[XL – 2017]
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E’ notte fonda, la mente vaga nei ricordi mentre il cuore si spezza per l’ennesima volta, il suono dolcemente amaro ci porta in fondo a questo percorso che vorremmo non finesse mai, un percorso fatto di sofferenza e solitudine, notti bianche e cuori infranti, ma ricco di creatività e genialità.
“The OOZ” è una produzione che non ha eguali, l’album di esordio di King Krule fu da molti considerate un mezzo miracolo, quasi una meteora, in tanti di fronte a questo capolavoro devono ricredersi.
Non stiamo parlando di un exploit casuale, di una goccia nel mare, bensì di un artista che dimostra molti più anni e molta più maturità musicale, consapevole di portare un qualcosa di autentico e unico.
(Marco Latini)

64. CAR SEAT HEADREST
Twin Fantasy

[Matador – 2018]
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Ad ascoltare le 10 canzoni che compongono questo album pare assurdo pensare che l’autore Will Toledo le abbia scritte all’età di 19 anni. In realtà erano già vive e presenti, oltre che caricate sulla sua pagina Bandcamp già a nome Car Seat Headrest (di fatto suo pseudonimo). Dopo 7 anni le ha volute riproporre, forte di una produzione finalmente all’altezza a valorizzarne le intuizioni, e soprattutto dei consensi pressochè unanimi del precedente “Teens of Denial”. Sono ancora storie adolescenziali quelle che ci racconta questo giovane cantautore americano, sfaccettate e crude, e declinate all’insegna di un rock che sembra attingere a piene mani da una tradizione indie che poi ha saputo farsi grande: tra le pieghe si sentono riecheggiare ad esempio Pixies e R.E.M..
(Gianni Gardon)

63. FKA TWIGS
LP1

[Trangressive/Anti – 2014]
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C’è qualcosa che si muove lungo le dieci tracce di “LP1”, una sensualità che si carica di trip-hop e alternative R&B per diventare un’altra cosa, un animale cangiante e liquido che appare a tratti in tutta la sua bellezza, come se i fari di un’auto lo illuminassero nel buio. E il risultato è che, una volta che ce l’hai davanti agli occhi, resti ipnotizzato a guardarlo.
Sebastiano Iannizzotto)

62. GHOSTPOEST
Shedding Skin

[Play It Again Sam – 2015]

Nonostante il titolo faccia presagire grandi cambiamenti, la formula del poeta fantasma resta la stessa: trip hop e elettronica arricchiti da un flow che chiede di essere ascoltato.
A cambiare è casomai l’atteggiamento di Obaro Ejimiwe, che si confessa a cuore aperto e scherza un po’ di meno (anche se non ci rinuncia di certo). Se Tricky ha un erede (non che ne abbia bisogno eh) si chiama Ghostpoet.
(Valentina Natale)

61. GIL SCOTT-HERON
I’m New Here

[XL – 2010]
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Gil Scott-Heron disvela attraverso la sua voce martoriata al catrame, memorie di un passato pieno di afflizione e patimenti, conscio che una volta ritrovata la propria libertà, ci sia il rischio di ritrovarsi di nuovo dinanzi alle porte dell’Inferno, perché, parafrasando il grandissimo Sartre: “L’Inferno sono gli altri” (“Me and the Devil”). Ma non tutto è perduto: l’amore, solo l’amore può riscattare l’uomo martoriato, come dimostra la splendida, abbacinante rilettura del classico “I’ll Take Care of You”, una ballata che si staglia al di sopra del tempo e dello spazio, toccando le corde più profonde dell’anima, come farebbe uno Scott Walker rinchiuso in un limbo di solitudine e rimpianto, ma con la speranza nel cuore di riabbracciare la propria amata, promettendole che si prenderà cura di lei, sempre.
(Paolo “Barocciga” Nuzzi)

60. WAXAHATCHEE
Cerulean Salt

[Don Giovanni – 2013]
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Katie Crutchfield (ex The Ackleys e P.S. Eliot) torna in pista nascondendosi dietro il moonicker Waxahatchee per pubblicare “Cerulean Salt”.
Un album che è un affare tra sorelle e futuri cognati, intimo e minimalista, dove bastano parole e respiri a illuminare la strada. E Katie dimostra di essere una cantautrice che non scorda le sue radici punk, una di quelle che suonano tristi come Torres ma anche incavolate, che confortano e fanno pensare.
(Valentina Natale)

59. CLOUD NOTHINGS
Here And Nowhere Else

[Carpack Records/Mom + Pop – 2014]
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In una galassia lontana lontana, c’era una cosa chiamata Rock ‘n roll.
Una cosa un po’ vecchia dalle mie parti, ma che di sicuro piacerà ai vostri figli.
Ho visto il futuro del Rock: si chiamano Cloud Nothings.
Solo tremila persone comprarono il disco dei Cloud Nothings, ma ognuna di loro formò una band, tranne un tizio che fu assunto al Monte dei Paschi.
Che bello, potrei starci mezza giornata a scrivere tutto tramite inflazionatissime citazioni.
Ma la pianterò qui, cercando di cavarne fuori una marchetta degna del Mollicone nazionale: si chiamano Cloud Nothings, sono bravi, giovani, hanno voglia di suonare, scrivono grandi canzoni, le chitarre spaccano. Tutto spacca. Vincenzo non avrà mai usato il verbo “spaccare” in questo senso, ma per questo gruppo lo scomoderebbe volentieri pure lui.
Giunti alla terza prova in studio (quarta, se si conta il disco autoprodotto e realizzato dal solo leader), i ragazzi danno una ulteriore prova di bravura, dimostrandosi una vera macchina da guerra. Incassano e portano a casa quello che considero, a titolo del tutto personale, il disco Rock del 2014.
(Marco Renzi)

58. JACK WHITE
Blunderbuss

[Third Man/Xl – 2012]
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Una ne pensa e cento ne fa. Il disco solista di Jack White è una concentrazione di tutte le passioni più recondite dell’artista: bluegrass, soul, gospel, garage blues, cabaret…giusto per citarne alcuni.
Da Etta James ai Graveyard, “Blunderbuss” è uno dei must have di questo decennio. Jack White e la sua vena creativa non smettono mai di sorprenderci.
(Fabiana “Electra” Giovanetti)

57. PERFUME GENIUS
Put Your Back N 2 It

[Matador – 2012]
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Le fragili confessioni/preghiere/rivelazioni di Mike Hadreas accarezzano dolcemente lividi interiori e irrisolte vulnerabilità con una calma potenza che pochi artisti riescono a dosare in siffatta maniera. Un piano ectoplasmico, una stanza che risuona di echi polverosi, un uomo-fanciullo che mette il dito nelle proprie piaghe offrendosi senza pudore ma con stupefacente candore al mondo, o a chi saprà fermarsi ad ascoltare. Per chi alla musica, più che il gesto musicale in sé, chiede grandi emozioni.
(Luca “Dustman” Morello)

56. JAMIE XX
In Colour

[XL – 2015]

I colori musicali (e non solo) di Londra sono tanti e variegati. L’elettronica sicuramente gioca un ruolo principale e Jamie xx è uno degli attori più importanti e illuminati degli ultimi anni, capace di spostarsi con la stessa maestria dalle tonalità più cupe a quelle più luminose e vagamente danzanti. “In Colour” è l’insieme di tutto questo, e la conferma delle doti di questo brillante musicista.
(Triste Sunset)

55. THE RADIO DEPT
Clinging The A Scheme

[Labrador – 2010]
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E’ un tristissimo Dovunque in cui i cittadini si ritrovano continuamente licenziati dai loro posti come commessi di 7-Eleven vs Non riesco neanche a ricordarmi quante persone mi hanno detto di aver avuto la crisi di mezz’età durante la gioventù. Andy – “Generazione X”
(Claudia Durastanti)


54. MOGWAI
Rave Tapes

[Sub Pop – 2014]
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I Mogwai in campo post rock sono ormai un’istituzione. Intensi, brillanti, dark e malinconici confezionano un altro bell’album. “Rave Tapes” è un’emozione continua che trasporta lontano, un esercizio di stile che preferisce la penombra della sera alla luce accecante del mezzogiorno.
Curato fin nei minimi dettagli con la solita, incredibile meticolosità a cui il quintetto scozzese ha abituato, cresce ascolto dopo ascolto.
(Valentina Natale)

53. SAVAGES
Silence Yourself

[Matador – 2013]
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Il loro manifesto concludeva: lo scopo delle canzoni delle Savages è ricordarci che gli esseri umani non si sono evoluti poi così tanto e che la musica può ancora andare dritta al punto, essere efficiente ed eccitante.
E questo è quanto, a scapito dell’originalità di opinione. Il resto sono linee di basso che colpiscono all’altezza dello stomaco, una questione molto primordiale, poco verbale.
P.S. Per chi crede che una band/artista femminile finisca sempre per parlare di amori felici/infelici: qui non ce n’è traccia. Tostissime, album rivelazione del 2013.
(Serena Riformato)


52. TOM WAITS
Bad As Me

[Anti – 2011]
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Musica reazionaria al cento per cento dunque, ma che eleganza, che spirito. Il nostro Titanic è già salpato e noi ci siamo sopra, per cui tanto vale che l’orchestra che suona sia quella di Tom Waits e “New Year’s Eve” da mandare a memoria per il prossimo ultimo Capodanno.
(Gianluca Ciucci)

51. VAMPIRE WEEKEND
Contra

[XL – 2010]
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I Vampire Weekend sono tornati un po’ meno cazzoni di prima, sono tornati dimostrando ancora di saper gestire e amalgamare saggiamente elementi musicali provenienti da diversi generi, sono tornati per rendere più gioiosa, colorata e solare l’atmosfera in un mondo coperto per gran parte da pioggia e neve. E come si fa a non volergli bene?
(Cristina Bernasconi)

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