I MIGLIORI 100 DISCHI DEGLI ANNI 10
posizioni dalla 100 alla 76

 
di
30 Dicembre 2019
 

Guarda la 2^ parte della classifica: le posizioni dalla 75 alla 51 de I MIGLIORI 100 DISCHI DEGLI ANNI 10
Guarda la 3^ parte della classifica: le posizioni dalla 50 alla 26 de I MIGLIORI 100 DISCHI DEGLI ANNI 10
Guarda la 4^ parte della classifica: le posizioni dalla 25 alla 1 de I MIGLIORI 100 DISCHI DEGLI ANNI 10

100. DAUGHTERS
If You Leave

[4AD – 2013]
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Di nudità dei sentimenti se ne vede tanta in letteratura, arte e musica, e non sempre di nudo artistico si tratta. Elena Tonra mette in musica il timore dell’abbandono, l’inadeguatezza individuale e, a tratti, generazionale – niente di nuovo, si dirà – ma lo fa con inedito (ai più) senso del pudore e raffinatezza di suoni.
Che cosa accade “se te ne vai”, raccontato a un destinatario sordo. La scelta più personale di questa classifica.
(Serena Riformato)

99. JOANNA NEWSOM
Have One On Me

[Drag City – 2010]
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I toni si alzano con brevi innesti di musica popolare nordica, ma si spengono subito al tramonto delle sillabe della Newsom. “Occident” commuove. “Does Not Suffice” spaventa come un temporale.
L’opera è bella ma può stancare. Ben allacciata alla tradizione riesce comunque a non essere pedissequa. Ma se non ascoltata nello stato d’animo giusto, risulta non solo poco apprezzabile, ma del tutto accantonabile da un ascoltatore non disposto a venirle incontro.
(Roberto Strino)

98. COURTNEY BARNETT
Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit

[Mom + Pop/Marathon Artists/Milk! – 2015]
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A volte mi siedo e penso ed a volte mi siedo e basta, cioè un invito a non prendersi troppo sul serio. Ogni parola ed ogni accordo di Courtney Barnett è un mattoncino che lastrica il cammino luminoso che ci allontana dalla retorica.
Quando l’ho recensita parlavo di pellicole indipendenti dal color pastello, oggi invece mi viene da pensare ad una spiaggia osservata dalla la fessura tra gli incisivi di Mac Demarco.
(Jacopo Patrignani)

97. CLIFF MARTINEZ
Drive (Original Motion Picture Soundtrack)

[Sony – 2011]
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La colonna sonora dell’omonimo film è stata sì connotata in positivo dalla presenza di una graziosa e melodica traccia synth-pop d’annata quale la già nota “Nightcall” di Kavinsky & Lovefoxxx, ma la resa cinematografica della pellicola sarebbe stata ben diversa se Cliff Martinez, ex batterista dei primissimi Red Hot Chili Peppers, non avesse dato vita a sonorità ambientali, spesso introspettive, che si abbinano perfettamente alle immagini sullo schermo anche quando la tensione è al massimo.
(Marco “Orso” Ferretti)

96. JOHN GRANT
Queen Of Denmark

[Bella Union – 2010]

Questo è un album pazzesco. Mischia David Bowie, i Midlake, Elton John, T. Rex, rock, pop, malinconia, anni ’70, praterie, cieli brumosi, le ballate dei tuoi gruppi preferiti, country, ribellione, melodie irresistibili. L’ex leader dei Czars tira fuori dal cilindro un disco stratosferico, morbido, sfaccettato, di quelli che crescono dentro per una vita intera per sbocciare improvvisi e colorati. Miracolosamente in equilibrio per 50 minuti e rotti, John Grant commuove e inchioda l’ascoltatore all’estasi della scoperta. Scacco matto.
(Giuseppe “Joses” Ferraro)

95. VERDENA
WOW

[Universal – 2011]
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Il ritorno 2011. Ho voluto da subito sospendere il giudizio sulla qualità dell’album del trio bergamasco, ascoltandolo e riascoltandolo con solo piacere, perché ritenevo che giudicarlo fosse una faccenda secondaria rispetto alle attese che si erano create, rispetto al successo continuo del Wow Tour, rispetto alla nostalgia che avevano nel cuore coloro che li avevano amati e rispetto all’entusiasmo con cui ne parlavano i giovani che dieci anni fa guardavano ancora “L’Albero Azzurro”.
Penso sempre lo stesso, mi affogherei.
(Marco Guerne)

94. ALGIERS
The Underside Of Power

[Matador – 2017]
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Secondo disco e gli Algiers non deludono. Gestazione difficile per “The Underside Of Power” ma tensioni e conflitti hanno reso più tagliente il sound cupo, distorto, pieno d’energia di una band abituata a dividersi tra due continenti e a mettere insieme mondi e influenze apparentemente inconciliabili: post punk, gospel e protesta creando musica non lineare né scontata. Orgogliosamente militanti.
(Valentina Natale)

93. CHELSEA WOLFE
Pain Is Beauty

[Sargent House – 2013]
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Il tormento e l’estasi.
L’avevamo previsto ed eccoci qui. La strega californiana è diventata una delle chanteuse più affascinanti e “consistenti” della sua generazione.
“Pain Is Beauty” è un vestito più elegante del solito sullo stesso emaciato, etereo corpo sonoro, squarciato da fitte di inquietudine e baciato da un commovente incanto.
(Luca “Dustman” Morello)

92. FLEET FOXES
Helplessness Blues

[Sub Pop – 2011]
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“Helplessness Blues”, per chi come me ama i 5 di Seattle sin dall’esordio di 3 anni fa, è senza dubbio l’album dell’anno. La formula letale è la solita: melodie ancestrali, suoni medievali e dosi su dosi di vecchio folk. Non ci troverete capolavori o pezzi che rimarranno nella storia a lungo, perché ognuno dei dodici è nel suo piccolo un capolavoro e ha una storia a se.
Pecknold e le altre volpi dovrebbero entrare di diritto nella classifica delle band folk di sempre.
(Marco “Fratta” Frattaruolo)

91. MOUNT EERIE
A Crow Looked At Me

[PW Elverun & Sun – 2017]
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Registrato nella stessa stanza in cui la moglie ha trascorso gli ultimi giorni della malattia, “A Crow Looked At Me” prosegue lo stile lo-fi di Mount Eerie, sottraendo ancora di più – a livello di melodia, di strumenti, e di voce – percuotendo e commuovendo l’ascoltatore con un silenzio che esprime dolore. Un canto soffocato sull’assenza (“Emptiness, Pt. 2”).
Si può vivere, ancora?
Nell’ultima traccia, “Crow”, l’interlocutore diventa suo figlio. A lui si rivolge. È lui che rappresenta la vita che resta.
Sweet kid, I heard you murmur in your sleep
“Crow,” you said, “Crow”
And I asked, “Are you dreaming about a crow?”
And there she was.

(Emanuele Frassi)

90. ANGEL OLSEN
My Woman

[Jagjaguwar – 2016]

Già con il precedente “Burn Your Fire for No Witness”, Angel Olsen aveva fatto capire di avere le carte per scrivere dischi memorabili ma è qui che la cosa si palesa, con una sicurezza di scrittura riflessa già nel titolo tutto a lettere maiuscole. Se c’è un futuro del folk americano, passa da lei.
(Francesco Negri)

89. BAT FOR LASHES
The Haunted Man

[Parlophone – 2012]
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Piccole donne crescono. Seguo Natasha Kahn dagli esordi, e a dispetto dell’immaginario glitterato e hyper-decadente ho sempre pensato che in lei ci fosse più una Virginia Woolf che non una Desdemona. Non a caso Natasha Kahn certe cose le scrive non di sé ma degli altri; “Laura” cos’è se non una Mrs.Dalloway aggiornata al canone contemporaneo? La stessa tendenza a barcollare, la stessa fraintesa autorevolezza. Un disco che puzza di Inghilterra, con ritmi che percorrono distanze.
(Claudia Durastanti)

88. DISCLOSURE
Settle

[Cherrytree/PMR – 2013]
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In un album dal minutaggio tutt’altro che risicato, per parlare di questo o di quel brano servirebbero pagine e pagine (tuttavia diciamo che il livello si mantiene alto e i singoli “Latch”, “F for You” e “White Noise” sono singoloni belli grossi) e ciò toglierebbe tempo a voi e al sottoscritto di abbandornarsi alla voglia di dancefloor innescata da questo gioiellino perfetto per l’estate. Previsti – siam sicuri – larghi consensi, dal tamarro al fighetto, dal ballerino compulsivo allo stazionatore seriale al bancone del locale. Mettere d’accordo tutti e risultare credibili e godibili non è cosa da poco.
(Alessandro “Diciaddùe” Schirano)

87. LANA DEL REY
Ultraviolence

[Interscope – 2014]
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Ha imparato a dosare la voce e a sfruttare ritocchi meno invadenti – “Brooklyn Baby” nella sua semplicità, è una delle migliori tracce dell’album, che potrebbero cantare musiciste dalla reputazione incrollabile; è una che è stata capace di assorbire un’intera estetica da tumblr e di restituirla in termini chiari e evidenti tanto che ci sono cose che sono lanadelrey-ish e non è una cosa che riescono a fare tutti. Ora è passata dai colori desaturati, dai filtri un po’ cheap e dalle corone di fiori a qualcosa di altrettanto finto, ma a cui siamo disposti a credere un po’ di più: “Tropico”, il suo corto uscito lo scorso anno, serviva a chiudere visivamente il capitolo di “Born to Die/Paradise” prima del nuovo disco. Nuovo film, nuovo personaggio. E nella versione deluxe c’è anche “Florida Kilos” con la collaborazione di Harmony Korine: qualcuno qua, ha trovato un nuovo regista.
(Sara Marzullo)

86. BIG RED MACHINE
Big Red Machine

[People – 2018]
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Aaron Dessner e Justin Vernon, The National e Bon Iver, Big Red Machine. Basta poco per fugare i dubbi sulle sorti di una collaborazione, già in cantiere da parecchio tempo, che comunica tutta la qualità delle emozioni che le promesse predicavano. Nell’alternarsi di strutture ritmiche, ballate elettroniche e onde di un folk a volte cupo, altre raggiante, c’è una girandola di paesaggi che fanno di questo atteso incontro un equilibrio di idee e di carezze sonore. Con la collaborazione di Bryce, fratello di Aaron, e di Richard Reed Parry degli Arcade Fire, il collettivo di sentimentalisti dalla mente propensa al futuro si fa ancora più ricca di estetica sopraffina. L’augurio, a prescindere dai progetti di ciascuno, è che possa apire anche un ciclo Big Red Machine.
(Giovanni Coppola)

85. MAC DEMARCO
2

[Captured Tracks – 2012]
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In “2”, che arriva a distanza di pochi mesi dall’ep “Rock’n’roll night club”, ciò che risalta è l’estrema semplicità e naturalezza con cui DeMarco dà alla luce melodie contagiose e briose, ascoltare per credere “Freaking Out The Neighborhood”, la funkeggiante “Cooking Up Something Good” e la trasognante “The Stars Keep On Calling My Name”. Nella restante mezzora scarsa di “2” riff di chitarra squisitamente ‘stonati’ (“Ode to Viceroy”, “Robson Girl”) avanzano di pari passo alle melodie sbilenche dal sapore jazzy (“Annie”) e al fare da crooner del giovanotto canadese nella bellissima e dolcissima traccia di chiusura “Still Together”.
(Marco “Fratta” Frattaruolo)

84. KURT VILE
B’lieve I’m Goin Down…

[Matador – 2015]
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Parlare di maturità in riferimento a uno come Kurt Vile è riduttivo. Ma “b’lieve i’m going down…” è il lavoro di un musicista che ha raggiunto una piena consapevolezza di sé. Le vibrazioni della chitarra di Vile, unite alla sua voce, creano un lento viaggio notturno attraverso un’America polverosa e pigra.
(Sebstiano Iannizzotto)

83. LUCY DACUS
Hystorian

[Matador – 2018]
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Arriva dalla Virginia questa giovanissima ragazza così piena di talento, e ci regala un lavoro veramente notevole, ispirato e ben arrangiato. Tra testi personali e forti, accompagnati dalla sua dolce voce ci sbatte in faccia un rock capace di alternare momenti dove la melodia governa a momenti in cui è la potenza del suono ad impressionare . Un album da isola deserta con brani che non abbandoneranno mai la propria personale track list, ditemi avete ascoltato un brano più bello di “Night Shift” quest’anno?
(Fabrizio Siliquini)

82. THE ANTLERS
Familiars

[Trangressive/Anti – 2014]
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La prima volta che ho ascoltato “Familiars” mi sono addormentato. La seconda pure. La mia testa era piena di pensieri e ricordi e semplicemente non ce la faceva a reggere un ulteriore peso emozionale, di questo calibro poi. Peter Silbermann è uno che non ha paura di suonare sentimentale e drammatico, lo sappiamo sin da “Hospice”.
A questo giro, più che in “Burst Apart”, manda definitivamente a quel paese ogni compromesso con i canoni della canzone “pop”. Ogni secondo, ogni nota, ogni sospiro, in “Familiars”, sembra durare un’eternità, racchiude in sé uno spicchio di eternità. “Familiars” è sentirsi minuscoli e immensi a seconda che il mondo venga percepito come, rispettivamente, immenso o minuscolo..
(Alessandro “Diciaddùe” Schirano)

81. KAMASI WASHINGTON
The Epic

[Brainfeeder – 2015]

E la luce fu, dal grigiore colossale, dal pantano mesozoico scaturito dal confronto che ogni musicista jazz deve sostenere negli anni ’10 del ventunesimo secolo, millennio secondo, nel produrre ancora pagine che abbiano un qualche peso nella storia del jazz.
Classe 1981, sassofonista californiano, Kamasi Washington travasa nel triplo “The Epic” un secolo di spiritual jazz, forte di un enciclopedismo mai saturo e lo proietta in futuro in cui il jazz ha ancora un’anima purissima e stupendamente elegante. Un lavoro da annali del genere.
(Giampalo D’Errico)

80. JON HOPKINS
Immunity

[Domino – 2013]
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Jon Hopkins ha sfornato un mezzo capolavoro di musica elettronica, dove l’eclettismo non si fa maniera e lambisce lidi techno, glitch e ambient senza sbagliare un colpo.
E’ musica che scuote gli animi, che fa muovere il culo e allo stesso tempo rilassa e sa commuovere. Un viaggio esaustivo nell’arte di uno dei talenti più prodigiosi del panorama dell’elettronica contemporanea.
Deflagrante.
(Enrico ‘Sachiel’ Amendola)


79. MODERAT
II

[Monkeytown – 2013]
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Gli entusiasmi raccolti all’esordio dai Moderat non cesseranno certamente, anzi con questo nuovo disco dovrebbero addirittura ampliarsi: nonostante l’hype e le tremende aspettative, i tre tedeschi hanno confezionato una vera perla. C’è meno carne al fuoco, ma in questa falsa semplicità c’è più maestria, c’è più potenza. C’è più bellezza.
(Nicolò “Ghemison” Arpinati)

78. GRIZZLY BEAR
Shields

[Warp – 2012]
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…barattando quella tensione e quei climax emotivi che ben distinguevano “Veckatimest” con una loro versione più inoffensiva, dalle spigolature smussate, i Grizzly Bear sono ora più disinvolti, più vicini alla definizione di un loro standard qualitativo.
Per concludere “Shields” non è ai livelli del predecessore, manca completamente dei picchi emotivi che lo caratterizzavano, ma comunque si difende bene e conferma nuovamente la bravura dei Grizzly Bear come cesellatori di perfetti brani pop.
In attesa di una evoluzione più audace, “Shields” è un ottimo rompicapo per continuare a congetturare sul futuro di questi ragazzi, in quanto non siamo ancora convinti che abbiano detto tutto quello che avevano da dirci.
(Rossella “Rollover”)


77. ALT-J
An Awesome Wave

[Canvasback – 2012]
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Da album d’esordio a disco dell’anno. Non male come inizio per gli Alt-J, gruppo formatosi nel sottobosco dell’università di Leeds. Una base ritmica solida e sincopata fa da pattern sul quale si adagiano suoni lisergici e disparati, tra “Kid A” dei Radiohead e le sperimentazioni dei side projects di Damon Albarn quali Rocket Juice And The Moon.
Ne esce un prodotto solido e dalla personalità spiccata, che fiacca la concorrenza alla distanza, come un ciclista sui passi di montagna.
Con la voce tremula ed acuta il vocalist Joe Newman ti avvolge nelle tue serate di una calda estate o di un gelido inverno.
AVVOLGENTE
(Bruno De Rivo)

76. DIIV
Oshin

[Captured Tracks – 2012]
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Un nuvolone tossico che attraversa velocemente una metropoli e poi l’altra. Tossico come il gioiellino che ci arriva da una costola dei Beach Fossils. Post-punk qualcuno lo definirebbe. Nulla in contrario con il suffisso post, ma questo disco è pre. Pre catastrofe e cataclisma, (pre)annuncia l’arrivo di pioggia e tempesta di chitarre acide.
E il nuvolone lo vedi andarsene in lontananza, sfiorare i grigi grattacieli, con la musica dei DIIV che lo accompagna verso la metropoli successiva.
(Marco “Fratta” Frattaruolo)

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