“IL LAVORO NON è ANCORA FINITO”: LA NOSTRA CHIACCHIERATA CON ANDREW MONTGOMERY, LEADER DEI GENEVA

 
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6 Gennaio 2020
 

La parola Britpop evoca pesi massimi come Oasis, Blur, Pulp o Shed Seven, ma, in realtà, ci sarebbero una marea di gruppi che definire minori risulta comunque un sacrilegio, vista la qualità musicale messa in campo. Uno di questi sono i Geneva, guidati dalla voce angelica di Andrew Montgomery. Autori di due pregevoli album (“Further”, 1997 e “Weather Underground”, 2000, anno dello scioglimento) tanto evocativi, scuri ed eterei quanto capaci anche di essere concreti e toccanti, gli scozzesi, nel 2019, hanno ripreso a suonare insieme in formazione quasi originale (manca solo il chitarrista Stuart Evans). La ristampa dei due dischi, arricchiti dalle b-side dell’epoca, ci da lo spunto per chiacchierare con lo stesso Montgomery su passato, presente e futuro della band.

(L’intervista, in origine, è stata pubblicata sul numero 471 di Rockerilla, novembre 2019)

La prima domanda è quasi ovvia e banale. Quando e perché i Geneva ha deciso di tornare insieme?
Nel corso degli anni ci eravamo tenuti un po’ in contatto. Pensa che Douglas, Steven e Keith si erano persino riuniti di tanto in tanto per qualche jam, ma il catalizzatore è stato lo Starshaped Festival nel 2018. Mi è stato chiesto di suonare nella data di Glasgow del tour e ho iniziato a pensare come sarebbe stato suonare con il resto dei ragazzi. Ci siamo persino spinti a discuterne, ma il momento non era del tutto propizio e così ho suonato brani dei Geneva con la band che ho qui a Stoccolma, gli US. Poi abbiamo ricevuto un’offerta per il Festival del 2019 e abbiamo deciso di provarci. Il motivo principale per cui siamo tornati è perché non ci piacciono le cose incompiute. La band si è sciolta nel 2000 dopo un secondo album molto difficile, caratterizzato dalla crisi finanziaria della nostra casa discografica. Riteniamo di essere stati penalizzati e penso abbiamo ancora molto da dire. Molte persone ci hanno detto la stessa cosa tramite i social media negli anni successivi. Quindi. perche no?

Come ti sei sentito, in questi primi concerti con la band, nel cantare di nuovo queste “vecchie” canzoni e nel presentarle al pubblico?
È stato fantastico. Un po’ snervante, naturalmente, ma nello stesso tempo commovente e dal forte impatto. Eravamo validi e, tutto sommato, non siamo affatto così cattivi nemmeno adesso. È stato bello riscoprire quella sensazione.

A Londra ho visto affetto e calore per voi. Anche quando siete andati a firmare gli autografi. Ti aspettavi una simile risposta dai presenti?
Normalmente il pubblico di Londra è un po’ più difficile da accontentare, ma i presenti al concerto dello Starshaped Festival sono stati fantastici. Erano così concentrati con la musica e così solidali con noi. Personalmente sono stato colto di sorpresa e impressionato. Avere gente che canta insieme a te le tue canzoni e che poi, con quella stessa passione, si prende il tempo per venire al tavolo del merchandising, beh, è stato inaspettatamente sorprendente!

Pensavo che dal vivo l’assenza di Stuart Evans potesse essere un problema e invece Steven Dora, nello spettacolo londinese che ho visto, ha fatto un lavoro magnifico. “Into The Blue” sembrava quasi un brano hard-rock! Si è sempre detto che la tua voce era il punto forte della band, ma forse ora, più che negli anni ’90, mi rendo conto che i Geneva avevano un uso molto particolare e suggestivo delle chitarre, così etereo ma nello stesso tempo anche d’impatto. Cosa ne pensi?
Ben detto! Sono d’accordo con al 100%. È un peccato che Stuart non possa suonare con noi, anche se sono sicuro che la vita a Los Angeles sia comunque fonte di belle soddisfazioni! Hai ragione su Steven. Il suo approccio e il suo suono è stato brillante in tutti gli spettacoli e, ti dirò, nel concerto di Londra è stato magnifico. Personalmente penso che i Geneva siano stati fortunati ad avere una sezione ritmica così ricca di precisione e inventiva con Douglas alla batteria e Keith al basso, questo infatti ha permesso a Steven e Stuart in coppia e poi a Steven da solo di avvicinarsi alla chitarra in modo più variegato. Mentre a tratti permette di scatenarsi ed è molto fisico, il suo suono porta anche le canzoni da qualche altra parte in un territorio che potrei definire “inebriante”. Penso che non ci siamo mai adagiati sull’ indie pop più ovvio. Ci sono troppe influenze diverse nella band che rendono impossibile questo approccio più scontato.

Ottima idea quella di ristampare gli album e aggiungere le b-side. Negli anni ’90 c’era davvero una grande attenzione per queste canzoni che non sarebbero state pubblicate sul disco: anche nel vostro caso ci sono davvero delle canzoni magnifiche. Hai qualche b-side che ami particolarmente?
Ottima domanda! Allora, abbiamo suonato “Feel The Joy” in tutti gli spettacoli dello Starshaped Festival ed è andata molto bene. È stato divertente riproporla. Adoro anche canzoni come “Michaelmas”, “Closer to the Stars” e “When You Close Your Eyes” (anche questa eseguita dal vivo).

Posso dirti che anche adesso, dopo tanti anni, una b-side come “Faintest Tremor in The Weakest Heart” mi commuove?
Grazie! È proprio bello sentirlo! Keith ha scritto quel brano e ha fatto davvero un ottimo lavoro. È una bellissima canzone.

Cosa mi dici della canzone “Promised Land”?
“Promised Land” è stata scritta per il nostro secondo album “Weather Underground”. Abbiamo tutti percepito la sfortuna di non inserirla nell’album, ma i dubbi della casa discografica sono stati decisamente determinanti. Ora sta finalmente ricevendo un meritato ascolto e spero che la gente condividerà l’alto rispetto che la band ha sempre avuto per questo brano. Penso che il testi e i sentimenti della canzone siano più rilevanti che mai, in questo mondo spesso orribile e incasinato nel quale stiamo vivendo.

Ristampare quei dischi del passato ti ha fatto sentire un po’ nostalgico o rimpiangere alcune delle scelte? Pensi che i dischi di Geneva siano “invecchiati bene“?
Sai, alla fine spetta sempre agli ascoltatori decidere, ma anche dopo circa 20 anni, beh, spero almeno che alcune canzoni siano ancora valide. Lo spero o, diciamo, mi piacerebbe pensarlo!

Se devi pensare al punto più alto della carriera dei Geneva e a un momento non particolarmente felice, cosa ti viene in mente?
I punti salienti, a mio avviso, includono il nostro primo airplay su Radio One nel Regno Unito, per il brano “Nature’s Whore” o andare in tour con Suede e The Bluetones, così come suonare in Europa e negli Stati Uniti. In realtà magnifico è stato anche incontrare persone che ci hanno detto quanto la nostra musica significasse così tanto per loro. Il punto più basso invece riguarda lo sviluppo del secondo album, che è stato molto elaborato e stressante e, di conseguenza, la sensazione che quello fosse un vero e proprio segno premonitore per la nostra carriera.

Ora, quali sono i progetti per il futuro dei Geneva?
Direi fare sempre di più! Esserci sempre di più! Scrivere e registrare qualcosa di nuovo, vedere dove il tutto ci porterà e divertirci lungo questo percorso. Speriamo di poter raggiungere più persone e di interagire con loro, perché questo è ciò di cui si tratta alla fine: comunicare ed entrare in contatto nella musica e con la musica stessa.

Photo by Nigel Fox

 

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