I RAGAZZI DI ANANSI: IL RAPPORTO TRA DIO ED IL ROCK

 
14 Gennaio 2020
 

“Comincia, come quasi tutto, con una canzone. Al principio era il verbo, erano parole accompagnate da una melodia. È così che viene fatto il mondo, che il vuoto fu diviso, che le terre e le stelle e i sogni e gli dèi minori e gli animali… che ogni cosa venne al mondo. Con il canto.” (da “I ragazzi di Anansi” di Neil Gaiman)

Che il suono e la musica accompagnino da sempre l’essere umano è ormai un fatto del tutto acclarato; già nel 2000 a.C. negli antichi testi sacri “Veda”, ad esempio, si citano alcuni strumenti musicali ed in generale nella cultura indiana è presente l’idea che il mondo abbia avuto origine proprio dal suono. Noi non facciamo musica semplicemente perché lo vogliamo o perché ci viene chiesto, ma perché ne sentiamo il bisogno interiore; ci ispiriamo a ciò che abbiamo già ascoltato, ma desideriamo anche sperimentare e ricercare qualcosa di nuovo, mettendo in connessione la nostra emotività interiore e la nostra coscienza col mondo circostante.

Nella musica è insito, in pratica, il concetto di creazione, che è una delle prerogative attribuite a Dio; non c’è, dunque, da meravigliarsi, se la musica, compreso il rock, abbia, spesso, fornito la propria rappresentazione dell’elemento divino. Non solo i filosofi, i teologi, i matematici, i fisici, i poeti o gli scrittori, ma anche le rock-band hanno espresso musicalmente e continueranno a farlo la propria idea di Dio.

I Beatles sono più popolari di Gesù Cristo“, affermò John Lennon nel Marzo del ’66 durante una celebre intervista; aldilà della provocazione, che causò non pochi problemi alla band inglese – soprattutto negli Stati Uniti dove fu attaccata da vari gruppi religiosi e persino dal Ku Klux Klan e che costrinse lo stesso John Lennon a ritrattare nell’Agosto dello stesso anno – i Beatles hanno sempre avuto un rapporto speciale con l’elemento mistico e divino. “Tomorrow Never Knows”, ad esempio, canzone che chiude l’album “Revolver” del 1966, è strettamente connessa al libro tibetano dei morti, un’opera che tratta di ciò che accade all’anima – secondo la tradizione religiosa buddhista – dopo la morte, prima che essa possa rinascere in un nuovo corpo e che suona, nel testo beatlesiano, come un invito a lasciarsi andare senza paura, a non temere la corrente, né dove essa vorrà condurci alla fine del nostro viaggio; un viaggio lisergico ed interiore nei meandri più oscuri del nostro io, che ci condurrà a conoscere noi stessi, a comprendere chi siamo, a percepire la realtà, oltre tutte le apparenze e le menzogne, ed a stabilire, infine, ciò che ha davvero importanza.

La necessità di estirpare tutto ciò che non fa parte della natura umana, ma che è solo il frutto di preconcetti e convenzioni artificiali instillate dalla società, è l’unica strada possibile per raggiungere la conoscenza e la verità, suggeriscono i Doors che, sin dall’inizio del loro viaggio umano ed artistico, a partire dalla celebre “The End” incisa nel 1967, scelgono di seguire ed adorare tutto ciò che è identificabile con la figura mistica di Dioniso e rifiutano, categoricamente, tutte le tradizioni intoccabili, i dogmi irrinunciabili, le sovrastrutture imposte dalla società di cui siamo parte che rientrano, invece, nella sfera di Apollo. Il fine del viaggio non è spiegare la realtà tramite strutture mentali statiche ed ordinate (Apollo), ma superare l’io individuale e far emergere il proprio sé naturale, caotico e spontaneo (Dioniso).

Il tema del viaggio nella propria interiorità è sempre presente: gli U2 cantano, in “I Still Haven’t Found What I’m Looking For” dell’87, d’aver scalato le più alte montagne e d’aver attraversato campi enormi, ma di non aver ancora trovato ciò che stanno cercando e cioè la Verità, la rivelazione finale, lo scopo stesso della nostra esistenza.

La ricerca, purtroppo, non è mai facile, ansie e paure indeboliscono lo spirito del cercatore-viaggiatore, che, spesso, per far fronte alle avversità improvvise trova riparo e rifugio nell’amore: l’amore giovanile; l’amore per la bellezza; l’amore per l’arte; l’amore per un figlio; l’amore per Dio e persino l’amore per la sofferenza, per il dolore e per la stessa Morte. Basti pensare a ciò che accade in “Lovely Creature”, brano di Nick Cave & The Bad Seeds del ’96, in cui una struggente richiesta d’amore riesce ad oltrepassare l’oscurità della fine e rinnovarsi ogni volta che, vincendo il dolore e la paura, le tendiamo la mano e decidiamo di passeggiarle accanto.

L’amore, quindi, come avviene dalla notte dei tempi, nonostante tutte le sue imperfezioni e le sue derive totalizzanti e totalitarie, si trasforma nella via di fuga capace di farci superare il vicolo cieco in cui siamo giunti; l’amore è l’airbag che può salvarci davvero la vita, citando i Radiohead dell’omonima “Airbag”, brano iniziale di “OK Computer”, del ’97.

Bisogna vivere appieno le nostre vite, non ci sono alternative; potremmo ritrovarci in ginocchio a fare i conti con i nostri dubbi e le nostre incertezze, con le domande a cui non sappiamo dare risposta, come accade in “I’ve Been High” dei R.E.M. del 2001, in cui la band americana si chiede se questa grande rivelazione abbia o no gli occhi, se è in grado di accorgersi della nostra presenza, se si cura o no delle nostre domande. Nonostante ciò che ciascuno di noi crede, tutti hanno bisogno di aggrapparsi a qualcosa, fosse anche la vita stessa, quindi non ci resta, ancora una volta, che muoverci ed andare avanti nel nostro cammino.

Perché, se ci fermiamo, non è detto che il mondo degli uomini possa garantirci la salvezza e quindi, visto che le forze oscure possono stravolgere la nostra vita in qualsiasi momento, l’unica scelta più vantaggiosa è cercare la salvezza altrove, come ci sprona a fare, nella celebre “The Promised Land” del ’78, Bruce Springsteen: “Mister I ain’t a boy, no I’m a man / And I believe in a promised land”.

Ma quale sarà questa terra promessa? Forse l’America che permette a chiunque di realizzare i propri sogni, quella che cercavano, invano, gli autostoppisti descritti da Paul Simon & Art Garfunkel nell’omonima “America” del 1968? Oppure è la New York omaggiata in “Celebration Day” dai Led Zeppelin (1970) o la Los Angeles che Chuck Berry, nella sua “Promised Land” del 1965, pone al termine dell’Esodo che, come gli antichi Ebrei, anche gli Afro-americani, sono costretti a compiere per liberarsi dalle catene della schiavitù e per poter riacquistare, finalmente, la propria dignità?

Per quanto siano diverse, per quanto siano lontane nel tempo e nello spazio, fisicamente raggiungibili o no, ciascuna di queste terre promesse rappresenta, in fondo, il bisogno umano di avere speranza e credere in qualcosa. Non ne esiste solamente una, ma ciascuno di noi ha il diritto ed anche il dovere di scegliere quella verso cui dirigere il proprio cammino.

 

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