OGGI “RIDE EP” DEI RIDE COMPIE 30 ANNI

 
Tags:
15 Gennaio 2020
 

Quando si parla di shoegaze i fan hanno i loro punti fermi, chi vi scrive ad esempio stravede per Adorable e Revolver, ma è innegabile che spesso ad emergere sia la santissima trinità del genere, ovvero My Bloody Valentine, Slowdive e Ride, band che hanno generato una sconfinata marea di epigoni, alcuni (giusto dirlo) validi tanto quanto gli originali da cui hanno preso le prime mosse.

Il punto di partenza per la formazione guidata dal talento di Mark Gardener e Andy Bell è datato 15 gennaio 1990, data in cui il quartetto di Oxford presenta al mondo il primo EP omonimo, ed è amore fin dalle prime note.
“Ride EP” è biglietto da visita magnifico e sfolgorante, sopratutto perché presenta subito, senza vie di mezzo, la forza e la caratura superiore dei ragazzi. I citati Gardener e Bell lavorano sodo sulle chitarre, producendo un suono tanto riverberato e spaziale quanto muscoloso, distorto e deragliante, Queralt dimostra la sua qualità di ottimo gregario con trame mai particolarmente complesse ma sempre incisive e cariche e poi c’è lui, mr. Colbert, fin da questo EP vera punta di diamante della band, con il suo drumming variegato, ricco di inventiva e personalità. Prima che l’ego dei due boss esplodesse, le cose erano così belle e naturali che ascoltarle oggi da i brividi: l’alchimia perfetta generava meraviglie irresistibili.

I 4 brani sono vere e proprie perle adorate dai fan della band. “Chelsea Girl” parte a mille e ci lascia subito senza fiato, vocalizzi dorati, chitarre che si fanno incalzanti, e il finalone che ci esplode nelle orecchie con Loz che picchia selvaggio. Dio che meraviglia. “Drive Blind” è l’emblema dell’ipnosi distorta in musica. La trama è circolare ma i suoni che ci arrivano sono pesanti e cupi, mentre le voci sono ancora così delicate: un paradiso malato e distorto. Il lato B sembra darci un po’ di respiro, in realtà mette in luce l’anima più popedelica della band che spesso saprà emergere in futuro. Basso rodaggio per “All I Can See”, ma quello che ci esalta sono i ricami della chitarra sottotraccia che poi prende il controllo nell’assolo, con il feedback che la fa da padrone. Chitarre che fischiano in apertura di “Close My Eyes”, uno dei brani che preferisco dell’intero repertorio della band. Mark canta in modo limpidissimo e delicato, ti accarezza, così come la melodia pop che è perfetta, ma le chitarre sotto non ti fanno dormire sonni tranquilli per poi sfociare nella popedelia visionaria del lungo finalone.

Crediamo proprio che sia davvero raro trovare un biglietto da visita (come lo definivamo prima) così rappresentativo e indicativo non solo di una carriera (almeno nella sua prima parte) ma addirittura di un genere.

In ginocchio.

Pubblicazione: 15 gennaio 1990
Registrazione: Union Studios, Oxford
Genere: Shoegaze
Lunghezza: 16:34
Label: Creation
Produttore: Ride

Chelsea Girl
Drive Blind
All I Can See
Close My Eyes

 

The House Of Love: La TOP 10 Brani

Ogni tanto il nome House Of Love risalta fuori. In questi giorni la band di Guy Chadwich è salita alla ribalta per l’annuncio di un ...

Oggi “Blood On The ...

Su questo capolavoro assoluto è stato scritto e detto di tutto, da voli pindarici a semplici epigrafi, io mi limiterò a considerare questo ...

Oggi “Pretenders” dei ...

Un continuo alternarsi tra grinta e tenerezza. Disse bene il celebre critico musicale Robert Christgau quando, nell’esprimere un giudizio ...

Libri: Brunori Sas La vita pensata ...

La casa editrice “Arcana” sta dedicando una collana ai cantautori emersi nel nuovo millennio e fra questi non poteva mancare ...

Oggi “Centerfield” di ...

Se il nome John Fogerty  vi dice poco o nulla, beh, vi prego, in tal caso fate venia e vi voglio supini sui ceci per almeno dieci minuti: ...