“MI AUGURO CHE QUESTO ALBUM SI POSSA RIVOLGERE AD UN PUBBLICO CHE ABBIA VOGLIA DI GUARDARE OLTRE I PROPRI CONFINI”: LA NOSTRA INTERVISTA A MASSIMO ZAMBONI

 
31 Gennaio 2020
 

Massimo Zamboni, musicista e scrittore di talento, da sempre considerato uno dei padri fondatori del punk rock e rock alternativo made in Italy, con una lunga carriera, CCCP – Fedeli Alla Linea e CSI, un uomo di cultura, dai sogni e progetti sempre più ambiziosi.

Questa volta lo ritroviamo fare un nuovo viaggio, in realtà si tratta di un ritorno, in una terra affascinante e misteriosa come la Mongolia. La stessa terra che aveva visitato insieme alla moglie e a Giovanni Lindo Ferretti più di 20 anni fa. Proprio qui, insieme alla moglie, scoprì il desiderio e la voglia di diventare padre. La figlia, Caterina, nasce con una macchia inequivocabile: una sorta di voglia, un piccolo livido destinato a scomparire nel tempo, la cosiddetta “macchia mongolica”. Il resto di questa storia è dentro il nuovo progetto di Massimo Zamboni, un racconto suggestivo fatto di suoni, parole e immagini.

“La Macchia Mongolica” esce oggi 31 Gennaio, Indie For Bunnies ha intervistato Massimo Zamboni.

I tuoi progetti spesso hanno una dimora fisica, diciamo territoriale, questa volta è toccato alla Mongolia, che non è affatto un territorio nuovo per te…

A me piace molto l’idea dei viaggi di ritorno perché mi permettono di giudicare un territorio, non solo per quello che mi ha dato nell’immediato, ma anche da un punto di vista, uno sguardo, molto più profondo e sensato. Questa volta è toccata alla Mongolia, come prima a Berlino, Mosca e continua a toccare incessantemente l’Emilia, che è la terra dove vivo.

Quasi più di 20 anni fa, insieme a tua moglie e Giovanni Lindo Ferretti, eri in questa terra, cos’è cambiato da allora?

Sono passati più di 20 anni dal viaggio in Mongolia, e questo mi consente di tirare delle somme. Altrimenti mi sembrerebbe di vivere un po’ “usa e getta”. La Mongolia è una terra lontana, e questo si rifà alla considerazione che è alla base di tutto il mio nuovo progetto, ovvero che questa lontananza non è altro che all’interno di noi stessi.

Questa terra ti ha affascinato molto…

Si, 20 anni fa ho scoperto che la Mongolia è sul nostro stesso 45° Parallelo, quello che attraversa l’Emilia vicino al Po’, quindi c’era già questo che ci legava. Una sorta di legame, un anello virtuale, immaginario, che si fa sentire e fa pensare. Questa vicinanza di latitudine incredibile.

Il 31 Gennaio, come abbiamo detto, esce il nuovo disco dal titolo “La Macchia Mongolica”, racchiude 13 brani, ed è un disco quasi interamente strumentale, che aspettative ha riguardo questo progetto?

È una cosa molto particolare e strana anche per me, che sono abituato a ragionare per canzoni che hanno quindi un’identità molto diversa, dove c’è sempre il momento del cantato. Di solito il pubblico o chi ascolta, giudica in base a quello, in base alla melodia. Invece avventurarsi in un album strumentale, per me che non sono certamente uno strumentista, e neanche un compositore, è stata, ed è, una bella scommessa.

Come mai questa scelta?

In questa terra mi sembrava di dover esprimere di più con dei suoni che non con delle parole, infatti le parole sono pochissime. Ho cercato di rendere quella che è la mia Mongolia immaginaria più reale possibile rispetto ai Mongoli, alla loro terra, alla loro musica. Ho cercato di riprodurre quella mentalità con delle tecniche più occidentali, che sono quelle che mi appartengono. Quindi in realtà non so bene come verrà preso il disco, è qualcosa di veramente particolare e diverso.

“Dare un senso alla loro cultura in termini occidentali”, mi piace molto. Nel disco ci sono dei titoli strani, che significato hanno in lingua Mongola?

Ad esempio Shu si usa come comando per incitare un cavallo, Huu è il nome di una persona, mentre Ome Ewe è una sorta di figura mitologica, madre grembo dei bambini mongoli. Diciamo che molti sono dei suoni che ho incontrato durante questo viaggio.

Insieme al disco uscirà anche un libro, quasi autobiografico, che hai scritto insieme a tua figlia, Caterina Zamboni Russia, cosa racconta?

La Macchia Mongolica parla di una scoperta, di una parentela geografica che esiste tra la Mongolia e un avvenimento che riguarda la nascita di una bambina. Scoprire la Macchia Mongolica in noi ha dato il via a una serie di pensieri e di meccanismi, che vengono raccontati, attraverso avvenimenti, incontri, realizzazioni e costante ricerca. Ovviamente il libro non poteva non chiuderlo Caterina, che è la causa scatenante di tutte queste cose.

Questo disco sarà anche un film, diretto invece da Piergiorgio Casotti, a riguardo, come è nata questa idea?

Piergiorgio era in viaggio con noi in quei giorni, il suo mestiere è quello di saper raccontare attraverso immagini i racconti. Conoscendolo bene e sapendo quale sia la sua immaginazione cinematografica mi sono fidato del progetto. Senza nessuna esitazione, ho pensato che ne potesse uscire anche un documentario da questo viaggio insieme.

Il docufilm in che modalità verrà presentato al pubblico?

Ci saranno una serie di presentazioni e in base alle richieste viaggerà anche autonomamente. Verrà presentato ad alcuni festival, si potrà scaricare dal sito lamacchiamongolica.com o acquistare come dvd.

Oggi qual è il pubblico a cui si rivolge la tua musica?

C’è un pubblico che mi segue affettuosamente da sempre quindi questo disco è dedicato a loro. Mi auguro che questo album si possa rivolgere ad un pubblico che abbia voglia di guardare oltre i propri confini, che abbia voglia di guardare verso il mondo e non voglia farsi ingabbiare, un pubblico che ha voglia di lasciare andare i pensieri. La musica è fatta per riattivare una serie di cellule che solitamente rimangono silenti, è vero, ma credo che si possa vivere meglio facendo i conti soprattutto con quello che ci circonda, la terra, il cielo, gli animali, le piante.

Mi piacerebbe chiederti come, secondo te, è cambiato il modo di fare e percepire la musica in Italia oggi?

C’è molto interesse per il music business, c’è sicuramente meno spontaneità. Questi cantanti televisivi fanno cose che sono già state fatte, viaggiano in mondi che sono già stati viaggiati. Spesso cantano canzoni che non sono loro e non esprimono il loro momento.

Non c’è più originalità?

Diciamo che c’è una mononota che continua incessante quando invece il mondo è fatto di tantissimi suoni, tantissime modalità di espressione.

C’è un’artista attuale che stimi particolarmente?

Bè a me piacciono molto le persone che conosco, mi viene facile dire Vinicio Capossela, Vasco Brondi, Nada, e ce ne sono parecchi.

Un ultima domanda, ci saranno delle presentazioni, live o un tour del disco? Cosa dobbiamo aspettarci?

Stiamo organizzando proprio in questo periodo il calendario con gli eventi delle prime uscite. L’unico grande sogno che ho, che non so ancora se riuscirò a realizzare, è quello di viaggiare con una tenda mongola, molto grande, dentro la quale ospitare il concerto per 20/25 persone. In questo modo si creerebbe un’intimità molto forte con chi partecipa, ecco si, questa è sicuramente una di quelle cose che vorrei realizzare.

Immagine di Paolo Degan

 

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