OGGI “MORRISON HOTEL” DEI DOORS COMPIE 50 ANNI

 
9 Febbraio 2020
 

Il primo Marzo del 1969 al Dinner Key Auditorium di Miami, in Florida, più di 10000 persone erano stipate, l’una accanto all’altra, in attesa, in una struttura che ne poteva contenere circa 6000, di poter assistere al concerto dei Doors. Ma quel giorno le cose presero, immediatamente, una brutta piega: Jim perse un paio di voli, si dice perché avesse litigato con Pam, ed arrivò all’auditorium con circa una ventina di minuti di ritardo rispetto all’orario previsto per l’inizio dello show.

Era, inoltre, palesemente ubriaco e la serata continuò ad andare decisamente male: tra incitamenti all’amore universale e insulti ai presenti, Jim tolse il berretto ad un poliziotto e lo lanciò verso la folla, poi, chissà come, si ritrovò con un agnello tra le braccia ed iniziò a scherzare sul fatto che l’animale fosse troppo piccolo per farci sesso. Iniziò, allora, a spogliarsi ed invitò le persone a fare la stessa cosa. In pochi istanti, dopo circa un’ora dall’inizio dello spettacolo, la situazione degenerò e la polizia sospese la performance dei Doors.

L’incidente di Miami, come fu definito in seguito dai media, non portò nulla di buono alla band: l’annullamento dei 25 concerti seguenti, già fissati, ed una sorta di embargo radiofonico da parte delle radio americane. Era evidente che la carriera dei Doors fosse giunta ad un punto di svolta, lo stesso Jim se ne rendeva conto per cui dopo un album, “The Soft Parade”, nel quale era stato piuttosto assente e poco collaborativo, lasciando soprattutto a Robbie Krieger il lavoro compositivo, si sentì in dovere di essere più presente ed attivo nella lavorazione di quell’album che avrebbe segnato il ritorno della band verso sonorità più rock-blues e psichedeliche. Ed è così che, più o meno in un mese, prese vita il disco i cui lati vennero chiamati, rispettivamente, “Hard Rock Cafe” e “Morrison Hotel”.

“Roadhouse Blues”, il primo brano del disco, fa ormai parte del mito; la musica evoca una locanda decadente, un’atmosfera buia e impregnata d’alcool e sudore, di peccato e redenzione, di storie e persone che oramai non sono più qui e chissà che cosa gli è capitato, perché, come recita uno degli ultimi versi del brano, “the future’s uncertain and the end is always near”. Dovremmo godercela, quindi, finché ne abbiamo la possibilità, dovremmo prenderci il meglio dalla vita, perché la fine è perennemente in agguato e se ciò dovesse succedere “io spero di uscire sorridendo / come un bambino / nel resto gelido / di un sogno”, scrive Jim nella poesia “Ode to L.A. While Thinking of Brian Jones, Deceased”, omaggio all’amico, nonché fondatore e chitarrista dei Rolling Stones, Brian Jones, morto in circostanze dubbie il 3 Luglio del ’69, evento che entrò nel background emotivo e sentimentale di questo album.

Se il primo brano del disco aveva riportato i Doors verso le sonorità elettriche rock-blues, “Waiting For The Sun” li riporta verso quelle più oniriche, meditative e psichedeliche; il freddo tocco della morte è solamente transitorio perché, presto, la primavera della vita tornerà prepotentemente a trasmetterci forza ed energia, dobbiamo solamente attendere che il sole torni a brillare. È il continuo ciclo delle stagioni, la perenne trasformazione della morte in nuova vita.

Il disco resta perennemente in bilico tra momenti di speranza e fiducia verso il futuro e passaggi che suonano più dolorosi ed inquietanti: il sangue che scorre, come un fiume, in “Peace Frog”, è un intreccio di episodi intimi ed eventi storici. Un piccolo Jim assistette, una volta, ad un incidente in pieno deserto, il sangue era sulla strada, una strada ricoperta dai corpi inanimati di quei poveri indiani; è la fine del sogno, lo stesso sogno divenuto incubo con le brutali morti di J.F. Kennedy e Marthin Luther King; lo stesso sogno che svanisce nelle tristi, allucinate, estranianti e problematiche esibizioni dal vivo di Jim degli ultimi tempi. Nessuno può trovare un posto sicuro in cui rifugiarsi, perché posti sicuri non esistono, almeno finché non facciamo i conti con ciò che abbiamo dentro. Probabilmente, il nostro unico e possibile appiglio, nonostante tutti i casini e le difficoltà che si incontrano quando ci apriamo alle altre persone, è semplicemente l’amore; non ci rimane altro che la speranza, dunque, di poter continuare a camminare ancora per un po’ assieme… “hope it can continue / a little while longer, c’mon” (“Queen Of The Highway”).

Pubblicazione: 9 febbraio 1970
Durata: 37:05
Dischi: 1
Tracce: 11
Genere: Blues-psych-rock
Etichetta: Elektra Records
Produttore: Paul A. Rotchild
Registrazione: novembre 1969 – gennaio 1970

1 – Roadhouse Blues – 4:04
2 – Waiting For The Sun – 3:58
3 – You Make Me Real – 2:50
4 – Peace Frog – 2:52
5 – Blue Sunday – 2:08
6 – Ship Of Fools – 3:06
7 – Land Ho! – 4:08
8 – The Spy – 4:15
9 – Queen Of The Highway – 2:47
10 – Indian Summer – 2:33
11 – Maggie M’Gill – 4:24

 

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