COCTEAU TWINS: LA TOP 10 BRANI

 
di
12 Febbraio 2020
 

di And Back Crash

I Cocteau Twins sono un gruppo scozzese formatosi nel 1981, considerato il primo e più importante tra gli esponenti del genere “dream pop”. La loro musica ha influenzato generazioni di musicisti che vanno dagli Slowdive a Björk, dai Sigur Rós ai Beach House. Ricostruiamo la loro carriera con 10 brani in ordine cronologico.

10- PEPPERMINT PIG

1983, da “Peppermint Pig EP”

Mi pare di aver letto da qualche parte che la giovane e pudica Elizabeth Fraser usasse tenere le maniche lunghe per celare un tatuaggio di Siouxsie Sioux, ottenendo l’indesiderato effetto di passare per eroinomane. La stessa eterogenesi dei fini si può applicare alle conseguenze del primo album, “Garlands”, ancora in pieno umore “darkwave”, dove l’influsso del post-punk trabocca dall’inizio alla fine: ciononostante, i Cocteau Twins riuscirono a ritagliarsi una nicchia molto seguita nel circuito indipendente, dove saranno consacrati come classici già dopo pochi EP. Tra questi, il più importante del primo periodo è forse “Peppermint Pig”, che di fatto conia un nuovo approccio, più etereo, pur guidato dagli stilemi dominanti del genere: galoppo di basso, ritmo metronomico, chitarre acide e synth minacciosi in sottofondo.

Fraser non spicca ancora il volo, ma prepara il terreno per un quinquennio d’oro.

9- FIVE TEN FIFTYFOLD

1983, da “Head Over Heels”

Saggiamente, i Cocteau Twins presero le distanze da un genere che era agli sgoccioli della creatività ed iniziava a produrre gli epigoni più sfacciatamente commerciali, che confluiranno nel synthpop più retrivo.

“Head Over Heels” è forse l’album più importante della loro carriera, se non il migliore, ed inaugura la stagione di ciò che a posteriori verrà rinominato “dream pop”.

“Five Ten Fiftyfold” caracolla sonnambula su un precipizio surreale che farebbe la gioia del Lynch evanescente degli ultimi anni. Il latrato della Fraser, impreziosito da un vorticoso intermezzo strumentale, tocca qui un picco di pathos assoluto.

 

8- SUGAR HICCUP

1983, da “Head Over Heels”

Il dream pop di questa fase ha però ben poco di poetico e trasognante, molto più di onirico, inconscio e allucinatorio, persino delirante. “Sugar Hiccup” è declamata ancora in catalessi da una cantante che non si capisce bene se sia cullata in un sogno o intrappolata in un incubo. Questa ambiguità grazia tutto l’album, che dovrebbe a ragione essere considerato il principale precursore dello shoegaze di qualche anno successivo.

7- LORELEI

1984, da “Treasure”

“Treasure” è considerato da molti critici il picco creativo e stilistico del gruppo, nonché uno degli album più influenti degli anni ’80. Il dream pop per come lo conosciamo oggi nasce probabilmente da questa fantasiosa sfilata di dieci ritratti, adagiati su partiture meno ostiche – benché più curate – rispetto agli esordi.

L’ingresso di Simon Raymonde al basso ha il doppio effetto di deviare la produzione su standard più pop e di far concentrare Robin Guthrie sulle partiture di ricamo. “Lorelei” è una delle sintesi meglio riuscite, e dimostra la straordinaria abilità del trio nel ricreare ambientazioni che evochino scenari introspettivi, in cui sciogliere le briglie della propria immaginazione. Tutto il brano suona come una ninnananna zuccherosa, sussurrata con tono incantato da una ninfa silvestre.

 

6- PANDORA (FOR CINDY)

1984, da “Treasure”

Con “Treasure” i riferimenti al post-punk si perdono poco a poco e la musica dei Cocteau Twins finisce per costituire un genere a sé stante. “Pandora” espone con orgoglio il loro marchio di fabbrica più duraturo: una catartica marea di accordi reiterati su cui Fraser gorgheggia il suo linguaggio farfallesco, sovrapponendolo ad accessi di trasognata languidezza.

 

5- PINK ORANGE RED

1985, da “Tiny Dynamine”

Se gli EP di questa fase competono con gli album in quanto a qualità, in termini di culto li sono persino superiori. “The Spangle Maker” (1984), “Aikea-Guinea”, “Tiny Dynamine” e “Echoes in a Shallow Bay” (tutti nell’anno successivo) si concedono alcune tra le sperimentazioni più evocative: “Pink Orange Red” è un’altra delle loro visioni religiose salmodiate al rallentatore, con le chitarre di Guthrie a dipingere uno sterminato affresco dell’oceano.

Canto a parte, non c’è mai stato niente di particolarmente virtuoso nella loro musica. Eppure, all’apice della loro carriera, ogni singolo brano pare animarsi da sé ed acquisire autonomamente la propria ragion d’essere.

 

4- LAZY CALM

1986, da “Victorialand”

Perso temporaneamente Simon Raymonde, impegnato con il secondo album dei This Mortal Coil, Guthrie e Fraser decidono di non rimpiazzarlo e danno alle stampe il quarto album, “Victorialand”, svuotando l’arrangiamento da ogni orpello new wave. Ancora in stato di grazia, il duo riesce a mantenere una propria eloquenza pur facendosi fagocitare dalla musica ambient.

“Lazy Calm” è uno dei loro ultimi, grandi capolavori: guidata solo da una chitarra acustica, Fraser snocciola un vortice di tenerezza stupefacente per delicatezza e misura. Inizia a essere difficile ricondurre questa musica ai propri padri putativi, mentre è forte l’influsso dell’insorgenza della new age.

 

3- LOVE’S EASY TEARS

1986, da “Love’s Easy Tears EP”

“Love’s Easy Tears” è l’EP che sigilla la fase principale della carriera della band scozzese, e i dieci minuti dei tre brevi brani sono una mirabile summa di una carriera che in appena 5 anni ha prodotto alcuni dei risultati più salienti del decennio. La title track indugia in pulsazioni circolari e caleidoscopi psichedelici, mentre Fraser abbaia inintelligibile la sua ennesima filastrocca.

 

2- CAROLYN’S FINGERS

1988, da “Blue Bell Knoll”

Dopo un anno di pausa, i Cocteau Twins giunsero ad un piccolo quanto insperato successo commerciale dall’altra parte dell’oceano con “Blue Bell Knoll” e il suo brano più famoso, “Carolyn’s Fingers”. Il recupero delle radici giova a un sound che si sta indirizzando verso terreni più musicali, ma è ancora capace di un intrattenimento inventivo e vivace.

1- FROU-FROU FOXES IN MIDSUMMER FIRES

1990, da “HEAVEN OR LAS VEGAS”

Se il primo album suonava come un grazioso omaggio a quelli dei Siouxsie & the Banshees, gli ultimi suonano come pessime imitazioni dei Cocteau Twins. “Heaven or Las Vegas” è il capitolo più apprezzato dal pubblico, e marca il declino che seguirà negli anni successivi. Ma il brano conclusivo si concede un tuffo nel passato, ed è un bel sentire.

 

Gli album successivi (“Four-Calendar Café” del 1993 e “Milk & Kisses” del 1996) apportano poco ad una carriera che aveva detto a sufficienza. Il rimpianto di non aver avuto un riscontro commerciale adeguato alla qualità si stempera sapendo che i primi timidi successi radiofonici hanno coinciso con una creatività discendente.

E’ indubbio che il successo di critica degli scozzesi dipenda in larghissima parte dalla virtuosa Elizabeth Fraser, il cui personaggio schivo ha forse limitato l’accreditamento verso palcoscenici più ampi. Guthrie e Raymonde hanno peraltro sdoganato un’idea di far musica che era stata propria solo della psichedelia; la sensazione è che i due elementi, il sound e la voce, abbiano funzionato così bene solo in quanto sovrapposti l’uno sull’altra.

Ma il tempo è galantuomo e a cavallo del secolo, archiviata la stagione grunge, l’esplosione del trip-hop e la generale rivalutazione del bistrattato decennio ’80 hanno concesso i meritati allori a questo complesso pop e alla sua cantante. Nel 1997 il succitato David Lynch utilizza “Song to the Siren” dei This Mortal Coil in una scena cult del suo “Strade Perdute”, l’anno successivo la voce di Fraser illumina “Teardrop” dei Massive Attack, raggiungendo fama internazionale e innescando la riscoperta di una discografia luccicante.

Credit Foto: Andrew Catlin

 

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