“LE CANZONI DEL DISCO SONO NOVE STORIE VERE SOTTO FORMA DI BUGIE”: DUE CHIACCHIERE CON LUCIO CORSI

 
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21 Febbraio 2020
 

Della “nuova” scena cantautorale italiana, volente o nolente, fa parte anche il toscano Lucio Corsi: il ventiseienne è recentemente uscito con il suo terzo lavoro sulla lunga distanza, “Cosa Faremo da Grandi?”. Inutile dirlo, l’album ci è piaciuto: una narrativa piacevole tra sonorità che spaziano dal glam inglese da primi anni ’70, alla musica d’autore nostrana all’americana, tra deliziosi echi dé-jà senti dal sapore vintage e melodie senza tempo.  Ci abbiamo fatto due chiacchiere.

Ciao Lucio, innanzitutto, come stai?

Bene, grazie.

La prima domanda “vera” che mi viene in mente è : cosa faceva Lucio da “piccolo”?

Disegnavo.

Come ti sei avvicinato alla musica? Quali sono stati i primi ascolti?

Mio padre mi fece vedere i Blues Brothers, andavo all’asilo, rimasi folgorato e decisi di voler diventare un cantante.

“Cosa Faremo da Grandi?” come nasce?

Nasce convincendo nove canzoni ad andare ad abitare insieme. Nove canzoni con età diverse e stili di vita differenti (arrangiamenti).

Per l’album hai lavorato con Francesco Bianconi, ma anche con altri nomi importanti come “Cooper” Cupertino e pure il Maestro Alessandro Maiorino: com’è stato?

È stato molto bello. C’era una grande sintonia. Poi lavorare con loro è stata anche una grande scuola.

Nell’album emergono chiari due lietmotif ricorrenti: il tempo e la natura.

Non volevo ripetermi nella forma del concept album (provenendo dal “Bestiario Musicale”). Volevo metter su un disco classico, dove ogni canzoni avesse una sua storia da raccontare. Nel disco comunque ci sono diversi elementi che ritornano: il mare, il vento, il tempo, ma soprattutto le canzoni sono accomunate dalla forma narrativa dei testi.

La strumentazione usata per l’album ha dell’affascinante: puoi dirci di più?

Con Francesco e Cooper condivido la passione per un certo tipo di strumenti musicali, quelli che hanno più anni di chi li suona. Uno strumento degli anni 60 è sicuramente più saggio di uno nato da poco.

I testi spesso spaziano dal filastroccare, alla narrazione al limite tra storiella ed esperienze reali: quanto c’è di vero e quanto di personale nei tuoi testi?

Le canzoni del disco sono nove storie vere sotto forma di bugie.

Cosa ne pensi dell’attuale scena “cantautorale” italiana?

Amo Paolo Conte, che per me poteva esser antico negli anni 60 e può esser del futuro al giorno d’oggi.

Avrai diverse date davanti: dov’è il posto che ti intriga di più dei prossimi in cui suonerai? e dov’è il posto dove vorresti suonare, magari anche in un futuro non proprio prossimo?

Vorrei tornare a suonare in Maremma, sono anni che non ci suono. Sogno un concerto nell’abbazia di San Galgano.

Le tue influenze artistiche sono, alcune più alcune meno, abbastanza evidenti, tra Marc Bolan, Bowie e grandi cantautori italiani del passato: ma ci dovessi fare un nome di un “carneade” con il quale avresti voluto suonare, del passato, chi indicheresti?

Lucio Quarantotto o Ivor Cutler.

La domanda finale, è forse la più scontata, quanto più difficile: cosa farà Lucio “da grande”, dovesse rispondere proprio adesso?

Come dice la canzone non lo saprò neanche da vecchio, ma va bene così. E’ una domanda che non vuol risposta.

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