OGGI “HEY JUDE” DEI BEATLES COMPIE 50 ANNI

 
26 Febbraio 2020
 

Nel ’70 i Beatles avevano un nuovo manager, Allen Klein, il quale, nonostante “Abbey Road” fosse stato pubblicato da pochi mesi, decise di sfruttare il momento favorevole e “fare cassa” pubblicando un album compilation, costituito, soprattutto, da lati B di vecchi singoli, chiamato dapprima “Beatles Again” e poi, molto più poeticamente, “Hey Jude”. Ormai il percorso umano ed artistico dei Fab Four si era esaurito: il 10 Aprile del 1970 Paul McCartney – che non aveva mai amato Allen Klein – avrebbe comunicato, ufficialmente, la sua dipartita dalla band; ma, in realtà, era già da alcuni mesi che John Lennon si era definitivamente allontanato dal gruppo, il solito Allen, però, lo aveva pregato di tenere la cosa segreta per poter rinegoziare con la Capitol un contratto più favorevole dal punto di vista economico. Intanto, a Maggio, sarebbe stato pubblicato l’ultimo disco dei Beatles, “Let It Be”, frutto di sessioni precedenti ad “Abbey Road” e del lavoro di mixaggio e sovraincisione del produttore Phil Spector: fu più una triste e rabbiosa messinscena, che un lavoro amato e condiviso, ma questa è tutta un’altra storia. Torniamo, quindi, a qualche mese prima, a Febbraio del 1970 ed a questa compilation, che, nonostante i suoi evidenti fini commerciali, mette assieme e dona lustro a brani interessanti, aldilà della nota ed ampiamente celebrata “Hey Jude”.

La pioggia battente invocata da “Rain”, con le sue sfumature orientaleggianti e le sue sonorità ipnotiche, a cavallo tra il pop e la psichedelia, vorrebbe poter ripulire le nostre esistenze da tutti i compromessi che, quotidianamente, appesantiscono e rendono torbide le nostre giornate. Bisognerebbe distaccarsi da ciò che è solo bugia, recuperare l’essenza nascosta del mondo, quella che in “Old Brown Shoe” è espressa attraverso dei semplici opposti: o sì o no, o su o giù, o vero o falso. La pioggia diventa il mezzo con cui far riemergere la vera essenza dell’uomo e la strada che ci permette di recuperare la nostra individualità è, senza alcun dubbio, la strada giusta da percorrere, senza remore, senza preclusioni, senza paure e soprattutto senza quei vincoli e quei giudizi che la società moderna ci impone, per poter così limitare quella che è nostra naturale libertà.

E quando ciascuno di noi sarà, finalmente, un individuo libero, allora, sarà davvero possibile ricostruire il mondo.

Ma come farlo? Con una rivoluzione? E, se sì, di che tipo? La prima versione di “Revolution” fu ritenuta critica nei confronti dei movimenti antagonisti, soprattutto quelli d’ispirazione maoista, considerati troppo violenti; la cosa procurò non poche critiche da parte dei vari movimenti giovanili di protesta dell’epoca che considerarono il brano del “White Album” come la voce di una borghesia conservatrice, impaurita dal progresso e dai cambiamenti che stavano avvenendo nella società. La seconda versione, allora, fu, appositamente, concepita e realizzata con un taglio diverso, combattivo e arrembante; la ballata suadente cedette il posto alle sonorità aggressive e veloci di un brano rock, con le quali John Lennon intendeva mostrare che la sua non era assolutamente una visione conservatrice e borghese del mondo, ma una visione che voleva andare oltre qualsiasi rabbioso proclama, per quanto esso potesse essere comprensibile e giustificabile, e far sì che la protesta – pacifica – non restasse tale, ma servisse a smuovere le opinioni e creare il necessario consenso per cambiare davvero le politiche dei governi. Ed in questa raccolta, soprattutto nella parte finale, come fosse un’ombra che si proietta verso il futuro di John, Yoko è lì, pronta a prendergli la mano, come nella dolce ed amorevole “Don’t Let Me Down”.

Ma ogni cosa ha il suo dannato prezzo. Ci saranno degli strascichi. Non tutti saranno soddisfatti di quelle che sono state le nostre decisioni. E, soprattutto, non tutti riusciranno a comprenderle. Verrà, di conseguenza, il tempo delle incomprensioni, quello dei distacchi, quello dei silenzi. Quante volte ci siamo lasciati, alle spalle, lacrime e dolori, quante volte abbiamo volto lo sguardo verso le macerie dei nostri rapporti personali? Sembra quasi che Paul ne ragioni a voce alta, nella famosa “Hey Jude”, ne ragioni con sé stesso, con John, col piccolo Julian, con tutti quelli che c’erano prima, con tutti quelli che verranno dopo, con tutti quelli che non possono fare altro che subire il peso di scelte che non riescono, adesso, ad accettare. È l’amore, sussurrerebbe qualcuno, lo stesso amore che non è possibile comprare, né somministrare in piccole dosi (“Can’t Buy Me Love”); lo stesso amore che adesso ti lascia immobile e distesa sul letto (“Lady Madonna”), in balia di effimeri palliativi e di un destino spaventoso ed incerto. Ma è proprio questo il momento in cui recuperare sé stessi e trovare l’energia per darsi da fare ed andare oltre, perché “all things must pass”, come avrebbe cantato George Harrison solo dopo pochi mesi.

Pubblicazione: 26 febbraio 1970
Durata: 32:32
Dischi: 1
Tracce: 10
Genere: Pop-rock
Etichetta: Apple Records
Produttore: George Martin
Registrazione: 1964-1969 (compilation)

1 – Can’t Buy Me Love  – 2:19
2 – I Should Have Known Better – 2:39
3 – Paperback Writer – 2:14
4 – Rain – 2:58
5 – Lady Madonna – 2:14
6 – Revolution – 3:21
7 – Hey Jude – 7:06
8 – Old Brown Shoe – 3:16
9 – Don’t Let Me Down – 3:30
10 – The Ballad Of John and Yoko – 2:55

 

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