OGGI “MACHINA / THE MACHINES OF GOD” DEGLI SMASHING PUMPKINS COMPIE 20 ANNI

 
29 Febbraio 2020
 

I giorni a cavallo tra il vecchio ed il nuovo millennio videro lo smantellamento definitivo della struttura strofa/bridge/ritornello, tanto cara alla consolidata formula chitarra-basso-batteria, nonché l’abbraccio tra il movimento indietronico ed internet, ma anche la maturazione definitiva di quelle sonorità che mescolavano heavy metal, rap, funk ed industrial rock, che andarono sotto il nome di nü metal. Alla fine del ’99 uscì “Issues” dei Korn, album nel quale l’elettronica vestì un ruolo da protagonista anche nella nuova scena alternative metal, mentre alla fine del 2000 i Radiohead pubblicarono il fondamentale, stravolgente ed obliquo “Kid A”.

“Machina” venne pubblicato a fine Febbraio del 2000, si presentò come l’album del ritorno: il ritorno alle sonorità più calde e viscerali del passato; il ritorno all’emotività magmatica di “Siamese Dream”; il ritorno del batterista Jimmy Chamberlin a casa; il ritorno alla fragile sensibilità che aveva permesso agli Smashing Pumpkins di tirare fuori, dalle tumultuose nebbie dell’inconscio umano giunto a fine millennio, un capolavoro struggente come “Mellon Collie and the Infinite Sadness”.

L’album è profondamente imperniato su una visione Corgan-centrica dell’esistenza e ciò, alla lunga, potrebbe stancare gli ascoltatori. Billy è solo, se ne rende conto, ne è impaurito ed affascinato, attratto e respinto; si sente forte e fragile, eterno e mortale, divino ed umano. Il creatore non ha più nessuno con cui confrontarsi, è stato lasciato in balia dei suoi pensieri, i quali, ben presto, si trasformano in criptiche ossessioni. Non c’è più speranza, non c’è più amore: il seme è sterile e questo suo mondo, per quanto possa apparire inizialmente ricco ed affascinante, è destinato, irrimediabilmente, ad impoverirsi e marcire. La Macchina ha estirpato e distrutto la dualità insita nella vita ed ovviamente noi, esseri umani, ne soffriamo enormemente perché questo principio è insito nel nostro stesso corpo: nei nostri occhi, nelle nostre mani, negli emisferi destro e sinistro delle nostre menti. Se non vi è più dualità, non vi sarà più congiungimento, non vi sarà più unione, non vi sarà più alcuna traccia di quell’amor che move il sole e l’altre stelle.

L’uomo che cammina da solo, infatti, ascolta solamente il rumore dei suoi passi, se ne compiace, ma, allo stesso tempo, ne è pericolosamente soggiogato ed alla fine ne sarà addirittura perseguitato. L’elettronica e le ballate rock tentano di trovare una nuova terra nel quale parlarsi, ma se si ascolta solo il proprio ego vi è il rischio concreto di naufragare ed affogare.

You know I’m not dead / I’m just living for myself”.

Così sarà impossibile respirare per entrambi, nonostante i buoni propositi; così sarà impossibile avere davvero una casa comune, potrà esistere solamente nei nostri pensieri morbosi e tormentati, ma non ve ne sarà traccia né nel cuore, né altrove; è davvero quello che vogliamo?

Pubblicazione: 29 febbraio 2000
Durata: 69:17
Dischi: 1
Tracce: 15
Genere: Alternative rock
Etichetta: Virgin Records
Produttore: Billy Corgan, Flood
Registrazione: 1998-1999

1.The Everlasting Gaze – 4:01
2.Raindrops + Sunshowers – 4:39
3.Stand Inside Your Love – 4:14
4.I of the Mourning – 4:37
5.The Sacred and Profane – 4:22
6.Try, Try, Try – 5:09
7.Heavy Metal Machine – 5:52
8.This Time – 4:43
9.The Imploding Voice – 4:24
10.Glass and the Ghost Children – 9:56
11.Wound – 3:58
12.The Crying Tree of Mercury – 3:43
13.With Every Light – 3:56
14.Blue Skies Bring Tears – 5:45
15.Age of Innocence – 3:55

 

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