GREEN DAY: LA TOP 10 BRANI

 
13 Marzo 2020
 

Padri di tutti i figli di buona donna? Difficile crederlo, in un mondo popolato da carogne ben peggiori. Nessuno però può togliere ai Green Day il titolo di capifamiglia del pop punk: nel decennio che va dal 1994 al 2004, il posto d’onore nella grande tavolata del sacro power chord l’hanno occupato questi tre californiani cresciuti con il mito dei Ramones. Tra i primi live negli scantinati di Oakland e i trionfi di pubblico in stadi e arene, ci passano in mezzo decine e decine di milioni di album venduti in ogni dove.

Ma la pensione per queste appagatissime rockstar può attendere: nel 2020 Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool sono tornati con un nuovo attesissimo disco, intitolato “Father Of All…”. E sono pronti a promuoverlo a dovere, con un’enorme tournée al fianco di comprimari di lusso (Weezer e Fall Out Boy).

Le date italiane sono già state annunciate: il 10 giugno al Milano Summer Festival e il giorno successivo al Firenze Rocks. Fatevi trovare preparati all’appuntamento con un bel ripassino! Procediamo in ordine cronologico, pescando tra i singoli più famosi e qualche sorpresa ingiustamente poco conosciuta.

I WAS THERE

1990, da “39/Smooth”

Partiamo dagli acerbi inizi sulla piccola etichetta discografica Lookout Records. Con un testo scritto dall’ex batterista Al Sobrante (pseudonimo di John Kiffmeyer), “I Was There” colpisce nel segno grazie alle sue belle melodie agrodolci di stampo Hüsker Dü.

WHO WROTE HOLDEN CAULFIELD?

1991, da “Kerplunk”

Mancanza di motivazioni, frustrazioni adolescenziali, citazioni da “Il giovane Holden” di J. D. Salinger…tutto questo e altro ancora in un brano particolarmente amato dal cantante e chitarrista Billie Joe Armstrong.

BASKET CASE

1994, da “Dookie”

Il classicone. Il brano della svolta nella carriera dei Green Day. Il singolo di successo che trascinò “Dookie” ai vertici delle charts di tutto il mondo, superando le venti milioni di copie vendute. Serve aggiungere altro? Se siete a digiuno di pop punk, questo è il miglior punto di partenza.

WHEN I COME AROUND

1994, da “Dookie”

Vivere una storia d’amore a distanza è una vera e propria sofferenza. E il povero Billie Joe Armstrong lo sa benissimo: ci ha scritto un’intera canzone al riguardo! “When I Come Around” è uno splendido brano pop da consegnare agli annali principalmente per due motivi: il ficcante giro di basso di Mike Dirnt e il meraviglioso videoclip diretto da Mark Kohr.

GEEK STINK BREATH

1995, da “Insomniac”

A venticinque anni esatti dall’uscita, credo sia arrivato il momento di rivalutare un album come “Insomniac”. Dopo il clamoroso successo di “Dookie”, i Green Day realizzarono un seguito dal potenziale commerciale assai scarso, abrasivo nel suono e maturo per quanto riguarda il contenuto dei testi. “Geek Stink Breath” resta il singolo più cattivo mai dato alle stampe dal trio californiano.

PANIC SONG

1995, da “Insomniac”

Uno dei brani più atipici, pesanti e ricchi di pathos mai realizzati dai Green Day. I primi due minuti, strumentali e carichi di tensione, servono più che altro per caricare a molla un ispiratissimo Billie Joe Armstrong. Che sarà pure una vittima di attacchi di panico, ma è incazzato come una iena: The world is a sick machine/Breeding a mass of shit.

WORRY ROCK

1997, da “Nimrod”

A distanza di ventitré anni dalla sua pubblicazione, “Nimrod” resta uno dei picchi creativi dei Green Day. In questo album c’è un po’ di tutto: si va dalle fiammate punk di “Take Back” e “Platypus (I Hate You)” al pacato surf rock della strumentale “Last Ride In”, passando ancora per sprazzi di folk elettrico (“Walking Alone”, “The Grouch”) e spumeggiante ska (“King For A Day”). Noi ci andiamo a recuperare “Worry Rock”, bellissimo esempio di power pop dal sapore classico che piacque tanto anche ai Weezer: su YouTube gira un loro vecchio rifacimento di questo brano.

WAITING

2000, da “Warning”

Ed eccolo qui, il disco che rischiò di far esplodere i Green Day. Dopo dieci anni di crescita, soddisfazioni e successi, il trio californiano ebbe la sua prima battuta di arresto proprio con “Warning”. Non tutti compresero la svolta semi-folk di un lavoro improntato principalmente su sonorità acustiche. Il notevole sforzo compositivo dell’ormai maturo songwriter Billie Joe Armstrong non venne ripagato: nonostante un super-singolo come “Minority”, “Warning” fu un assoluto flop a livello commerciale. A noi però non ce ne frega nulla delle vendite, e ogni tanto ci piace andare a riascoltare queste dodici belle canzoni. La migliore? Senza ombra di dubbio “Waiting”, un eccellente brano pop punk infuso di ottimismo ma dal retrogusto amarognolo.

LETTERBOMB

2004, da “American Idiot”

Non c’è bisogno di spendersi in troppe presentazioni: “American Idiot” fu l’album del definitivo trionfo dei Green Day. Questo ambiziosissimo concept, letteralmente straripante di hit (la title track, “Boulevard Of Broken Dreams”, “Wake Me Up When September Ends”…), rappresentò l’inizio di una nuova fase per tutto il pop punk moderno. Il genere si trasformò in un vero e proprio fenomeno di massa, capace di riempire gli stadi e conquistare nuove cerchie di giovanissimi fan. Non durò moltissimo, ma fu bello lo stesso. Andiamoci a ricordare di quegli anni felici e spensierati con l’appassionante “Letterbomb”. La voce all’inizio del brano è di Kathleen Hanna (Bikini Kill, Le Tigre).

BEFORE THE LOBOTOMY

2009, da “21st Century Breakdown”

Altro giro, altra rock opera. “21st Century Breakdown” fu una sorta di “American Idiot” parte seconda ma, complice un vistoso calo di ispirazione, non riuscì a ripercorrerne le tracce. E pensare che proprio al suo interno vi è una delle migliori canzoni mai realizzate dai Green Day: la sottovalutatissima “Before The Lobotomy”. Il motivo per cui questo brano non sia annoverato tra i grandi classici del trio continua a sfuggirmi.

BONUS TRACK #1: SUPERMODEL ROBOTS

2003, da “Money Money 2020”, The Network

Chiudiamo con due gustose chicche selezionate per gli amici di Indie For Bunnies. E se vi dicessi che i Green Day non hanno realizzato uno, ma ben due album sotto mentite spoglie? Il primo, intitolato “Money Money 2020”, porta la firma dei The Network e arrivò sugli scaffali dei negozi di dischi esattamente un anno prima di “American Idiot”. Una divertente ma effimera distrazione che permise ai nostri di mettersi alla prova con uno scanzonato synth-pop punk figlio dei Devo.

BONUS TRACK #2: STOP, DROP AND ROLL

2008, da “Stop, Drop And Roll!!!”, Foxboro Hot Tubs

Ed ecco a voi la seconda opera misteriosa. Se volete sapere da dove arriva la passione dei Green Day per le sonorità vintage e il garage rock, dovete andarvi a recuperare “Stop, Drop And Roll!!!” dei Foxboro Hot Tubs. A posteriori, è impossibile non considerarlo come una sorta di palestra per il nuovo “Father Of All…”. Per giunta, è anche molto più fresco, genuino e scoppiettante.

Credit Foto: Pamela Littky
press foto dal sito press.warnerrecords.com/greenday/

 

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