OGGI “THE BENDS” DEI RADIOHEAD COMPIE 25 ANNI

 
13 Marzo 2020
 

Un solo singolo, “Creep”, aveva reso i Radiohead celebri, ma allo stesso tempo li aveva incatenati, chiudendoli in una stanza talmente piccola ed opprimente che sarebbe stato impossibile evolversi, artisticamente ed umanamente, nonché comprendere dove potesse andare a finire la loro musica e la loro voglia di sperimentare, una volta che si fossero liberati dalle vesti troppo succinte dell’indie-rock e del britpop.

Fu una situazione davvero complicata per una band così giovane, sarebbero potuti sparire per sempre, sprofondare attaccati a quel pesante macigno che stava diventando quella sola, seppur fantastica, canzone. Ed invece, sin dall’inizio, sin da “Planet Telex”,  i Radiohead – forse anche in maniera inconsapevole, ingenua ed impertinente – stavano piantando i semi che li avrebbero portarti, da lì a poco, a perdersi nei loop elettronici; a sciogliersi in albe d’archi e tramonti di synth; a dipingere panorami sonori sempre più astratti e minimali. Quel manichino ritratto in copertina, i suoi colori artificiali, scoperti quasi per caso, la sua posa distaccata ed indifferente sono uno sguardo aperto sul futuro, più che sul passato: sull’inquietante e distopico mondo di “OK Computer”, più che sul calore rassicurante del recente “Pablo Honey”.

“The Bends” è un album fatto di frammenti, gli stessi frammenti che la band tenta di mettere assieme per comprende ciò che ha attorno; per capire quella che è la verità e quella che è la falsità degli uomini di gomma, di quegli uomini di polistirolo incrinato che si consumano sempre più velocemente; per sottrarre i suoi pensieri alla macchina che vorrebbe intubarci e somministrarci la sua versione prefabbricata della vita, ma l’unica cosa che può farci sentire davvero è solo il tocco gelido della fine: “I can feel death, can see its beady eyes”.

La leggenda vuole che la casa discografica avesse posto il suo drammatico ultimatum e che la band, ormai lontana anni luce dalla Terra, su un pianeta tutto suo, registrasse l’album in una sola notte: il suono che ne viene fuori risente ancora di un background post-grunge e college rock, ma è molto meno impulsivo e gioviale, più consapevole dello stallo emotivo causato da quelle aspettative nocive ed apre alla band, quasi a volersi affrancare dall’insopportabile stretta mediatica, quel mondo di percezioni sensoriali, di riflessioni silenziose, di arrangiamenti innovativi, di passaggi minacciosi alternati a momenti di ansia, debolezza e claustrofobia, che avrebbero reso i Radiohead frenetici nella loro voglia di scoprire cose nuove, di muoversi in territori prima inesplorati, di trovare la propria coerenza non nella staticità, ma nel dinamismo, senza aver paura di rinunciare a qualcosa di caro e collaudato, ma consci di poter espandere le proprie conoscenze altrove, su pianeti che nessuno ha mai visitato.

Pubblicazione: 13 marzo 1995
Durata: 48:39
Dischi: 1
Tracce: 12
Genere: Alternative rock
Etichetta: Parlophone
Produttore: John Leckie, Nigel Goldrich
Registrazione: 1994-1995

1.Planet Telex – 4:19
2.The Bends – 4:04
3.High & Dry – 4:20
4.Fake Plastic Trees – 4:51
5.Bones – 3:08
6.(Nice Dreams) – 3:54
7.Just – 3:54
8.My Iron Lung – 4:37
9.Bullet Proof I Wish I Was – 3:29
10.Black Star – 4:07
11.Sulk – 3:43
12.Street Spirit (Fade Out) – 4:12

 

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