OGGI “LULLABIES TO PARALYZE” DEI QUEENS OF STONE AGE COMPIE 15 ANNI

 
21 Marzo 2020
 

“Lullabies To Paralyze” è un disco spartiacque nell’epopea Queens Of The Stone Age, un disco per il quale ha senso parlare di un “prima” e di un “dopo”. Innanzitutto perché non c’è più il basso dell’estromesso Nick Oliveri, ma mancano anche Dave Grohl alla batteria ed il contributo di Mark Lanegan è decisamente minore. Rispetto al recente passato le ninne nanne di Josh Homme prediligono i toni più oscuri e riflessivi rispetto a quelli più robusti e frenetici, mentre l’architettura sonora del disco, nel suo complesso, è più eterogenea.

Sembra quasi che l’album non voglia avere una direzione precisa, per cui non avendo un ben determinato punto focale attorno cui oscillare, decide di aggrapparsi via, via che i brani si susseguono ad elementi diversi e disomogenei tra loro: all’incipit gotico di Mark Lanegan; ad atmosfere sfumate e volutamente nebbiose; a repentini cambi di ritmo; a passaggi meditativi seguiti da improvvise e brevi accelerazioni chitarristiche; ad un “caos controllato” nel quale vengono iniettate dosi di garage rock, hard-rock e blues elettrico; ad un cupo ed ossessivo background horror-rock che arricchisce le canzoni di immagini inquietanti, di lame affilate, di versi paranoici, di cori maniacali, di un diffuso senso di terrore che arriva ad avvolgere una Shirley Manson intenta a dare corpo alle nostre insane paure, mentre maledice la luce e dichiara di essere devota solo alla luna. È come se l’unica scelta concreta sia quella della resa e del lasciarsi andare, perché l’amore ti sfianca, l’amore ti schiaccia con le sue carezze, l’amore ti ammazza.

Un velo di chitarre tristi e nostalgiche, che sembrano nascere dal nostro inconscio piuttosto che dall’esterno, coprono ogni cosa e sembrano quasi essere felici di affogare in un caldo ed opprimente mare psichedelico, un mare senza rive che ha il sapore di qualcosa che viene da lontano e che ricorda il retrogusto ferroso del sangue, nonché la bruciante follia dei Kyuss e l’acidità viscerale dei Led Zeppelin.

L’epilogo ci lascia con l’amaro in bocca ed un dannato vuoto nello stomaco: un fantasma vaga per le strade notturne e continua a porre domande a cui nessuno potrà mai rispondere, semplicemente perché egli ora è solo, è imprigionato nei suoi ricordi, in suoni e rumori, voci e momenti che non appartengono più a questo mondo e a questo tempo, per cui non può fare altro che sprofondare in un lungo, lento addio, “on a long slow goodbye”.

Pubblicazione: 21 marzo 2005
Durata: 59:26
Dischi: 1
Tracce: 14
Genere: Stoner rock, Alternative rock
Etichetta: Interscope
Produttore: Joe Barresi, Josh Homme
Registrazione: agosto-novembre 2004

1.This Lullaby – 1:22
2.Medication – 1:54
3.Everybody Knows That You’re Insane – 4:14
4.Tangled Up in Plaid – 4:13
5.Burn The Witch – 3:35
6.In My Head – 4:01
7.Little Sister – 2:54
8.I Never Came – 4:48
9.Someone’s in the Wolf – 7:15
10.The Blood Is Love – 6:37
11.Skin on Skin – 3:42
12.Broken Box – 3:02
13.You Got a Killer Scene There, Man… – 4:56
14.Long Slow Goodbye – 6:50

 

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