“NON SONO SICURO CHE LA MIA FASE MINIMALISTA SIA FINITA”: PARLIAMO CON JOE STEVENS DEL NUOVO ALBUM DEI FAVOLOSI PEEL DREAM MAGAZINE

 
26 Marzo 2020
 

Sta per materializzarsi il nuovo album dei Peel Dream Magazine. La situazione sanitaria mondiale ci ruba l’occhio e gli interessi, ma ovviamente la musica continua, nonostante annullamenti, rinvii ed intoppi. Joe Stevens e la “sua” creatura musicale sono una delle prelibatezze che non vediamo l’ora di cogliere. I primi singoli dal nuovo “Agitprop Alterna” ci hanno messo in guardia: ci stiamo avvicinando a un disco che si preannuncia delizioso. La nostra curiosità era troppa e così abbiamo scomodato il buon Joe per una chiacchierata via mail…

Ciao Joe, come stai? Da dove scrivi?
Ciao! Le cose vanno bene, ti scrivo dal mio soggiorno a Greenpoint, Brooklyn, New York.

Mancano pochi giorni all’uscita del nuovo album, come li vivi?
Entusiasta che la gente ascolti il nuovo album e ovviamente curioso di vedere cosa ne penseranno…

Sai Joe, sta succedendo una cosa strana. Dopo i primi singoli del nuovo album, la stampa (anche quella italiana) sta iniziando a definirvi come “una delle band più interessanti della nuova scena shoegaze”. Con il primo album non avevo letto da nessuna parte la parola shoegaze per descrivere il vostro suond. Ma ora ecco che appare sempre più spesso. Cosa ne pensi?
Sono un po’ indifferente, ti dirò. La definizione, in sé, è solo uno dei tanti punti di riferimento comunque validi con cui puoi parlare di noi. In realtà penso che la maggior parte delle attuali band “shoegaze” siano per lo più fuori moda e fuori contesto, in questo momento. Odierei davvero pensare che quando descrivono i Peel Dream Magazine in quel modo, intendono che siamo un gruppo di ex ragazzi che facevano hardcore con, ora, costose collezioni di pedali per chitarra. È impossibile capire cosa significhi quando qualcuno usa quella parola: ormai alcune persone lo usano semplicisticamente per descrivere gruppi di chitarre. Mi piace la “drone music”, la psichedelia degli anni ’80 e ’90, il pop barocco degli anni ’60, un milione di cose diverse, come vedi. Se qualcuno ascolta una delle nostre canzoni con le chitarre distorte e pensa che sia solamente “un plagio dei My Bloody Valentine“, beh, è semplicemente un riflesso di quanto sia démodè quella stessa persona.

Con il primo album sembrava esserci uno spirito “minimalista”, forse perché avevi lavorato da solo in studio, mentre ora tutto mi sembra più ricco, soprattutto più chitarre e più interazioni di voci. Il tuo “periodo minimalista” è finito?
Quando dici minimalismo, intendi semplicemente arrangiamenti radi o, in senso compositivo, “strutture di canzoni ripetitive“? Al di là di questo, penso di voler fare qualcosa di un po’ più corposo ed eccitante, questo sì. Alcuni dei motivi per cui “Modern Meta Physic” risulta essere così scarne è perché altro non è che una serie di demo che ho fatto a casa. Le canzoni di quel disco sono davvero emozionanti per me, come composizioni, ma mi sono allontanato da quel lavoro, perché mi mancava un po’ di vivacità sonora. Dovrebbe essere un piccolo album nebuloso che ti teletrasporta in un’accogliente enclave di hipster a nord di New York. Il nuovo disco è molto meno parodistico: volevo fare un disco più veloce e immediato, di quelli che la gente potesse mettere su e sentirsi subito entusiasta. Penso che se ascolti la traccia “Interiors” su “Modern Meta Physic”, beh, avrei voluto davvero che suonasse come “Agitprop Alterna”. In questo modo il brano è una specie di ponte tra i due dischi. Non sono sicuro che la mia fase minimalista sia finita, “Agitprop Alterna” è in realtà ingannevolmente minimale, sia negli arrangiamenti che nella struttura.

Bertolt Brecht è sempre stata citata come una delle tue maggiori influenze. Il suo teatro era socialmente attivo: mirava a stimolare l’azione e la coscienza critica…
Stilisticamente ho sempre desiderato che i Peel Dream Magazine fossero una band un po’ surreale, a volte frustrante, allo stesso modo in cui Brecht voleva che le sue opere fossero frustranti e alienanti verso il pubblico. Tutte le cose che mi fanno star male nell’essere un musicista si riferiscono a questo vaudevilliano “mettere su uno spettacolo!“, mentalità che, se esagerata da tutti, rende i musicisti e il pubblico più stupidi. Volevo creare canzoni che fossero divertenti ed eccitanti, ma anche un po’ contorte, ripetitive e intricate, in modo che potessero intrufolarsi nella testa degli ascoltatori.

Mentre ascoltavo il disco, stavo già preparando questa domanda: “Perché la seconda parte dell’album è più tranquilla della prima?“. Poi, invece, hai inserito nella tracklist (come penultimo brano) una canzone, bella e carica, come “Eyeballs” e mi rovini la domanda ahah. A questo punto mi piace chiederti se, come persona (e non come musicista), sei di indole più calma o combattiva?
Haha, è una domanda molto interessante. Penso di essere sempre stato un po’ combattivo (sono un ebreo/cattolico, quindi puoi solo immaginare l’uragano alimentato dalla colpa che ribolle sempre dentro di me), ma faccio del mio meglio per essere gentile con gli altri e con la maggior parte delle persone, direi quindi che sono un ragazzo mite. Penso di riversare la mia gamma di emozioni nei diversi tipi di canzoni dei Peel Dream Records. La musica piena di rabbia non è davvero il mio pane, quindi, se ci fai caso, tutte le cose “pesanti” dei Peel Dream hanno questa delicatezza nella voce e nelle tastiere che forniscono uno strano contrappeso.

“New York Illuminati” è favolosa. La adoro. Forse uno dei tuoi brani migliori. Ha uno splendido lavoro di chitarra che mi fa impazzire. Come è nata questa canzone?
Haha è fantastico, grazie Ricky! Grazie. Gli Illuminati di New York sono queste persone curiosamente alla moda e a tutto tondo che trovi nella scena artistica qui, eppure nessuno di loro sembra guadagnare abbastanza soldi per giustificare il tipo di vita che fanno. Quando dico “you work for no one at all!” potrebbero vederlo come un complimento per il loro spirito libero, ma in realtà lo intendo come “non hai davvero un lavoro…“. Volevo che la canzone fosse questa ipnotica progressione di accordi ripetuti, con questo lavoro vocale anni ’90. L’assolo, in realtà stavo cercando di incanalarci dentro un po’ dello spirito dei Brian Jonestown Massacre.

Adoro l’uso delle voci nel disco. Spesso, specialmente nelle canzoni più morbide, sembra quasi che tu abbia voluto fare solo dei sussurri. È solo la mia impressione?
Sì, hai ragione, è una valutazione corretta. In un certo senso io canto così. Anche la voce di Jo-Annes nel disco è molto morbida e rilassante, i suoi contributi sono stati davvero sorprendenti. Volevo che tutto avesse questa coesione. Adoro creare un’atmosfera e mi piace quando la voce funziona come parte melodica dell’intero, piuttosto che come attrazione principale.

Ti piace passare molto tempo in studio?
Dipende. Gli studi sono molto costosi, quindi non proprio, ma ho fatto molte registrazioni a casa per un po’, quindi è un po’ come la casa fosse lo studio, no? Trascorro molto tempo a suonare: suono molto il piano (non ho un pianoforte vero e proprio, faccio effetto piano sul mio DX7) e suono la chitarra. Ultimamente sto sperimentando un scrittura musicale che vada al di fuori di qualsiasi impostazione di demo o registrazione ma, al contrario di “lavorare sulle registrazioni“, sto provando a suonare le cose esclusivamente nella mia testa mentre compongo su uno strumento. Per un po’ di tempo mi sono sentito come se stessi trascorrendo troppo tempo in “studio/casa”, facendo troppo affidamento sui demo, per poi tagliare pezzi di materiale registrato. Molte persone che si definiscono “musicisti pop sperimentali da camera da letto”, in realtà usano Ableton (software di produzione musicale, ndr.) e campionatori come stampella. Va bene, ma non è quello che si può accostare ai Peel Dream Magazine. Non voglio mai dimenticare come creare canzoni alla vecchia maniera.

C’è qualcosa nel disco che, riascoltandolo alla finer, ti ha sorpreso?
Hm. Questa non è davvero un’eccitante storia dietro le quinte o altro, ma una cosa più semplice. In realtà non avevo pensato ad alcun piano su “It’s My Body” fino a quando non siamo andati molto avanti nel processo di registrazione. La canzone mi sembrava un po’ stantia in quel momento e la parte del piano in realtà cambierà gli accordi dell’intera prima sezione. È stato divertente notare che questa “parte extra”, inavvertitamente, è diventata la parte fondamentale dell’intera canzone. Una volta che l’ho sentita in quel modo non ho potuto non apprezzarlo: è sempre bello quando succede qualcosa del genere. Un altro momento che ti posso dire è con “Permanent Moral Crisis”. Inizialmente la canzone non aveva percussioni: volevo che il basso e la chitarra guidassero la canzone, ma non funzionava. Ho provato questa parte di drum machine alla Suicide e ha davvero aiutato la traccia a scorrere meglio.

Se dovessi andare su un’isola deserta e dovessi portare con te 3 album da pescare nella discografia di My Bloody Valentine, Stereolab e Velvet Underground, cosa scegli?
Haha. Ok. “Peng” degli Stereolab, l’ LP omonimo dei Velvet Underground e l’EP “You Make Me Realize” dei My Bloody Valentine.

Sarebbe bello vederti suonare in Italia. Sei mai stato in Italia? (Ps…sono curioso di capire come gli americani percepiscano la situazione del Coronavirus in Italia).
Non sono mai stato in Italia! Ma pensa che sono un quarto italiano, la famiglia di mia nonna materna viene dal Trentino. Non so molto della situazione del Corona Virus in Italia, se non quello che si vede in TV. Tutti sono spaventati al momento, immagino dovremo solo aspettare (a casa) e vedere, ma ho fede che tutto andrà bene.

Grazie ancora Joe per questa intervista e per il tempo che mi hai dedicato. Quale delle tue canzoni pensi possa essere la colonna sonora per chiudere la chiacchierata?
Grazie a te Ricky. “Brief Inner Mission”? È semplicemente una jam esistenziale e potrebbe aiutare tutti a rilassarsi.

Credit Foto: Andrew Schilling

 

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