“IN QUESTO ALBUM VI PARLO DI ME E DELLA MIA VITA DA MUSICISTA”: IL ‘MAESTRO’ FRANCESCO PELLEGRINI E’ PRONTO A DEBUTTARE COME SOLISTA

 
1 Aprile 2020
 

Francesco Pellegrini, già chitarrista dei Criminal Jokers con Motta e ormai da anni in pianta stabile negli Zen Circus, ha deciso che è arrivato il momento giusto per muovere i primi passi da solista, mettendo in primo piano il suo nome, la sua faccia e soprattutto la propria musica, vincendo quindi ritrosie e una sorta di timidezza connaturata.

Adottato ufficialmente il moniker di “Maestro”, propiziatogli da Appino come si è scoperto in un aneddoto del libro sugli Zen Circus (“Andate tutti affanculo”), Francesco ha assemblato un buon numero di canzoni scritte nel corso degli ultimi due anni. Canzoni nate principalmente al pianoforte, strumento che troneggiava nella casa in cui si era trasferito, nella natìa Livorno. Una casa, di proprietà del regista Paolo Virzì, in cui si respirava a pieni polmoni l’arte e che ha fatto da splendida cornice a quei momenti creativi che adesso sono pronti a prendere una forma definitiva.

Raggiungo telefonicamente Francesco in uno strano pomeriggio primaverile di “forzata chiusura” casalinga, che ci riguarda tutti, visti i tempi che stiamo vivendo.

Ciao Francesco, è un piacere parlare con te. Dove ti trovi in questo momento?

Piacere mio Gianni, in questo momento mi trovo a Livorno, sono rimasto praticamente bloccato qui, viste le disposizioni e sono immerso pienamente nel mio lavoro.

Sei reduce da un mini tour, chiamato “Canzoni che non esistono”, in cui in effetti eri andato a proporre brani ancora inediti per un futuro progetto solista. Spettacoli che erano andati bene: venisti anche dalle mie parti al Teatro di Asparetto in provincia di Verona. Adesso quelle canzoni sei pronto a farle uscire in un disco. Che aspettative hai e soprattutto quali emozioni stai provando in questo momento?

Quella serie di spettacoli era andata oltre le mie aspettative, sinceramente. Quando avevo proposto la cosa, era stata subito accettata con entusiasmo. Si trattava di una sfida se ci pensi, io e Leonardo Fontanelli (di Locusta, il mio booking) non avevamo la minima idea di come potevano essere accolte queste canzoni che la gente non aveva mai sentito prima. Invece si è creato interesse, e ho avuto appoggio anche dagli addetti ai lavori. A ogni data c’è stato un riscontro positivo, anzi, il pubblico era sempre più numeroso. E’ un’esperienza, condivisa in duo con mio padre (Andrea Pellegrini) che mi accompagnava al pianoforte, che mi rimarrà per sempre nel cuore. La musica è stata il canale giusto per farci riavvicinare, io e mio padre. Lui è un grande musicista, per un periodo ci eravamo allontanati ed è bello che in questo modo, oltre alla collaborazione musicale, si sia ricreato un rapporto tra noi. Riguardo la data a cui facevi riferimento, ad Asparetto, ho un ricordo bellissimo. Non conoscevo il Teatro ma direi che era tutto perfetto: il luogo, l’accoglienza, l’organizzazione. Quelli sono gli ambienti ideali per esprimersi con la propria musica. Emozioni riguardo l’uscita del disco? Beh, sono veramente forti e intense. Io sono di natura un timido, c’ho messo un bel po’ per elaborare questo disco, ma sentivo che era il momento giusto. Ho avuto la possibilità, il privilegio, di lavorare al disco senza pressioni, senza scadenze, ed è una cosa fondamentale a mio avviso per chi fa arte. Le canzoni sono nate tutte in forma acustica, poi (con il contributo di Andrea Pachetti) è iniziato l’altro aspetto importante, quello legato alla produzione. Era un ambito totalmente nuovo per me e ammetto che c’è una differenza notevole fra il comporre, il suonare e il produrre un disco. Devi stare attento a ogni aspetto, devi pensare in un’ottica differente. Come detto, mi sono preso il mio tempo, ma a volte un po’ di sano pragmatismo non è male, specie quando si deve pensare ad altri fattori, come quello della promozione. Ecco, questi sono aspetti che mi mettono un po’ di ansia, però è un’ansia positiva, in realtà non vedo proprio l’ora di lanciarmi, di portare in giro il più possibile, quando questo periodo sarà alle spalle, le mie canzoni.

Dalle canzoni che abbiamo avuto modo di sentire, si scopre finalmente qualcosa di te, della tua persona. Per quanto la tua presenza scenica fosse importante, sia nei Criminal Jokers che negli Zen Circus sei sempre rimasto un po’ nelle retrovie. Avevi un mondo dentro di te che reclamava di uscire fuori?

Ho sempre scritto canzoni, non è una frase fatta: ho diversi quaderni pieni di parole. E’ un po’ una caratteristica della mia famiglia, che è una famiglia di musicisti: mio padre è compositore, pianista, scrive musica strumentale, mia sorella Chiara è una cantante jazz, si è diplomata in Olanda. Da parte mia come detto, ho sempre scritto parole ma non ho mai pubblicato niente perchè da una parte ho sempre lavorato tanto e dall’altra è un po’ una questione di carattere, che mi porta a mettermi al servizio anche dell’altro. Sono uno che quando crede in una causa, la sposa pienamente. Io ho veramente creduto e sposato la causa di Francesco Motta, quando era Criminal Jokers e non era Francesco Motta. Era veramente un ragazzo, io sono più grande di lui di due anni.

Tu nei Criminal eri entrato in un secondo momento, c’era già invece Simone Bettin (attualmente leader degli interessanti Campos); eppure mi sei sembrato da subito in piena sintonia con il gruppo e con Francesco Motta in particolare. Sembravi proprio nato assieme a lui a livello musicale, quando invece avevi già la tua esperienza con i Walrus, una band completamente diversa.

I Walrus sono la band con cui io sono nato, perché l’ho formata con i miei compagni delle scuole superiori, io sono di Livorno, sono cresciuto a Livorno. I Criminal Jokers sono una band pisana, quindi quando eravamo più piccoli non ci conoscevamo. Io e Francesco ci siamo poi conosciuti a 22 anni perché frequentavamo la stessa scuola di musica a Pisa. Francesco era l’allievo di mio babbo. Un giorno eravamo a un saggio, fai conto che era una scuola jazz. Io e lui ci siamo guardati, ci siamo detti: “ma che ci facciamo noi qui?”. Eravamo uguali e così diversi da tutti gli altri! Motta aveva già una capacità di coinvolgimento, mentre io all’epoca ero timido e chiuso, ancora più di ora. Quindi in un certo senso, lui mi ha proprio trainato, si è innamorato della mia personalità, così come io della sua, così uguali e diversi appunto, e siamo praticamente cresciuti insieme, condividendo per 5 anni musicalmente un sacco di esperienze.

Eravate un gruppo dalle potenzialità enormi e tutt’ora ritengo che il primo disco in inglese e anche quello successivo in italiano siano dei buonissimi dischi. Per quale motivo secondo te non avete raccolto quanto, a detta mia, meritavate?

Eravamo molto giovani! In Italia ora è cambiata la cosa, però dieci anni fa c’era un percorso artistico che andava fatto, e invece tutto il sistema della musica indipendente si aspettava che tu dimostrassi. Dovevi dimostrare qualcosa, e i nostri non erano certo dischi facili, il pubblico infatti arrivò dopo.

Eppure tutti ora citano i Criminal Jokers quando si parla di Motta o di te, in questo caso. A me eravate piaciuti subito ma ricordo che eravate un gruppo di nicchia.

Molto di nicchia direi, già il fatto che il cantante suonava la batteria… Mah, a me piace pensare che i Criminal non si sono sciolti, si sono presi una pausa, molto lunga, dove chiunque di noi ha dovuto e voluto approfondire la propria personalità. Alla fine gli anni comunque ci dicono che io, Simone e Francesco siamo tre frontmen, era ovvio che non potessimo tutti e tre convivere in una band dove inevitabilmente ci sono delle gerarchie. Poi noi tre eravamo anche delle teste calde! (ride)

Da lì sei poi confluito negli Zen Circus, e anche in quel caso, pur essendo tu di un’altra generazione rispetto al gruppo, ti ho visto subito ben inserito, dentro nel mood giusto. Mi sembri tipo un fratello minore di Appino. Sbaglio?

Io ho conosciuto gli Zen tramite i Criminal Jokers (sempre scena pisana), l’episodio è citato nel libro e in effetti è andata proprio così, avrò avuto 24 anni. Poi casualmente Appino si è trasferito a Livorno e da lì in realtà abbiamo iniziato a frequentarci tanto, come facevo con Francesco prima che andasse a Roma. A volte la musica si crea nei luoghi, trae spunto da essi. Noi abbiamo iniziato a suonare assieme perché nella nostra città eravamo le persone che volevano “quella cosa là”, che avevano uno stesso obiettivo. All’inizio la frequentazione era per gusti e passioni simili, poi per gioco ci siamo messi a suonare assieme, infine lui mi ha chiesto di suonare nel suo disco “Grande raccordo animale” e lì c’è stato l’inizio di una vera collaborazione che avrebbe poi portato al mio ingresso negli Zen.

All’epoca avevi già iniziato a suonare con Nada?

Sì, avevo già collaborato con Nada, anzi il periodo in cui ho cominciato a conoscere bene Andrea coincide con quando io suonavo con lei. In realtà noi avevamo ereditato il ruolo che avevano avuto gli Zen Circus, quando le fecero da band per le date estive. Avevano registrato anche un disco con Nada, tra l’altro in studio con Manu Fusaroli, lo stesso che registrò il primo dei Criminal. Ovviamente gli Zen avevano già un proprio pubblico, quindi Locusta pensò di arruolare noi ruspanti Criminal Jokers per fare da band a Nada e da lì nacque un altro amore che è durato tanti anni, sono molto legato a lei.

Nada, non occorre neanche sottolinearlo, ma lo facciamo, è un’artista eccezionale, che a più di 60 anni ha ancora un sound moderno, contaminato. Cosa ti porti dentro dell’esperienza condivisa sui palchi con lei?

Nada per me è magica, è una persona che sul palco emana qualcosa di incredibile, starle vicino a suonare è una sensazione forte che ho avuto solo con lei.

E di Sanremo cosa ti ricordi? E’ stato particolare vedere gli Zen Circus e Motta nella stessa edizione. Come l’hai vissuta? Secondo me avete fatto entrambi una bella figura, portando la vostra musica, che poi è ciò che si chiede agli artisti di area indipendente che si misurano con quel palcoscenico.

Aver vissuto l’esperienza del Festival per me è stato molto importante, mi sono fatto un’idea su quel mondo di cui ci si immagina tanto, perché Sanremo crea un immaginario forte, dove tutti sono partecipi, nonostante a volte si riesca ad essere soltanto spettatori. E’ un sistema particolare, complicato, complesso, dove c’è tutta una serie di fattori da valutare ma la mia vera sensazione è quella di aver partecipato al Festival della Canzone italiana. Lo percepisci anche girando nei corridoi del teatro, respiri l’aria degli artisti che negli anni vi hanno partecipato. Questa cosa mi ha colpito, entri in un Tempio della musica! Ovviamente dal punto di vista della qualità, non tutte le edizioni della storia del Festival hanno avuto la stessa importanza ma la nostra credo sia stata più che valida, mi era piaciuta proprio in generale. Poi nello specifico riguardo alla partecipazione degli Zen e di Motta, per noi essere protagonisti di questo evento, per giunta nello stesso momento è stato qualcosa di incredibile. Mi ricordo l’autore di Sanremo, Massimo Martelli, con cui avevamo legato, che ci diceva: “OK, voi e Motta però vi mettiamo nei camerini in piani diversi, sennò fate troppo casino! (ride)

Tornando a te e al tuo disco, come ti dicevo, già dalla canzone “Boxe” di cui era uscito anche un video emerge un altro Francesco Pellegrini ancora, proprio per un diverso stile musicale. In ogni canzone poi ti sveli molto, con il risultato che davvero questo tuo esordio appare come un lavoro estremamente personale, in cui ti sei denudato in pubblico. Cosa volevi comunicare all’ascoltatore?

E’ in effetti un disco personale, dove parlo delle mie paure, delle mie aspettative non appagate, come di quelle appagate; parlo delle persone vicine e della vita che ho scelto di fare, quindi parlo tanto fra le righe anche della vita da musicista. In particolare ci sarà un brano in cui descrivo proprio quello, e in generale ci sono dei riferimenti a sensazioni che piano piano diventano la tua vita, una vita inevitabilmente diversa da quella della maggior parte delle persone, nel bene e nel male. In cui decidi comunque di farti guidare dalle emozioni, in cui si rischia tutto continuamente per la musica. Con questo disco volevo insomma tirare un po’ le conclusioni di un percorso dal punto di vista emotivo.

Mi sono immaginato una scaletta, in cui ci starebbe bene proprio una canzone in particolare a cui alludevi, dove parli di un “noi” in cui ci si può riconoscere.

Beh, senza svelare ancora troppo, dico che da una parte la scaletta la cambio ogni sera, è un momentaccio… però può essere che quella canzone molto significativa aprirà la tracklist. E pensare che in realtà è stato uno dei brani che all’inizio avevo sottovalutato e che sentivo fra i più deboli. Soltanto in fase di produzione è stato valorizzato ed è emerso per le sue qualità, e riascoltandolo sono molto soddisfatto anche del testo, che parla di una collettività “intima”, nel senso di amici, di persone vicine più che di socialità in senso lato. Fatta di sensazioni che condividi con le persone con cui cresci, quindi un “siamo noi”, in pochi che condividiamo quelle determinate sensazioni là… poi magari scopriremo che siamo tanti, questo ancora non lo so.

Nel disco ci sono delle canzoni che a un primo ascolto arrivano con più forza, dove c’è un’interpretazione maggiormente a fuoco, direi ad esempio che quella canzone iniziale in tal senso è perfetta per farti entrare nel clima giusto di ciò che poi andremo a scoprire. E’ solo una mia sensazione?

E’ una considerazione giusta e direi con tutta onestà che l’aver lavorato due anni al disco, ha fatto sì che fosse un album omogeneo ma non fino in fondo, dove certi brani lo senti che sono usciti prima degli altri. Penso però che tutto sommato sia una cosa bella, forse con meno tempo a disposizione il tutto sarebbe venuto più compatto ma va bene così. Poi, ora parlo da produttore, mi vien da dire che gli ultimi brani prodotti sono quelli venuti meglio.

Ok, non indagherò su quali sono le ultime canzoni prodotte…

Ah ah ah, scherzi a parte, fare il produttore è stata un’esperienza nuova per me, anche se ero con Andrea Pachetti, che di esperienze ne aveva fatte ma anche per lui era un disco importante. La produzione è un mondo enorme, lavorare al disco è stato come sostenere una tesi di laurea, quindi mi ci è voluto tempo e a orecchio mio sento che alcuni brani mi sembrano venuti meglio di altri.

Io sinceramente non lo percepisco come un disco disomogeneo, sento però che ci sono atmosfere diverse, anche per l’utilizzo dell’elettronica; ecco, quand’è che è subentrata l’elettronica? Ce l’avevi in mente da subito o è venuta in un secondo momento lavorando sui pezzi?

L’elettronica è venuta lavorandoci, io ho un approccio molto acustico alla musica; come dicevo i brani erano nati piano e voce, quindi la mia idea iniziale era di lavorare il più possibile con strumenti veri. Andrea però è un produttore che lavora molto sull’elettronica, quindi piano piano, in punta di piedi l’ho fatto entrare, dicendogli dieci no e un sì, però in realtà vedevo che le sue idee erano molto belle.  A me da ascoltatore piacciono le cose ibride, che mescolano musica elettronica e musica acustica. Fai conto che nel mio disco hanno suonato 12 musicisti, quindi per quanto possa sembrare un disco prevalentemente elettronico, in realtà le batterie sono tutte vere (a parte in un pezzo). Andrea Pachetti ha quell’approccio là, è entrato un po’ per volta e alla fine il risultato è stato un ibrido che secondo me è importante, in un momento storico in cui non si può fare finta che la musica elettronica non esista.

Hai creato in questo modo un linguaggio anche musicale molto particolare, ma c’è stato un disco a cui ti sei ispirato?

Diciamo che la mia fonte di ispirazione principale, l’album a cui a livello di produzione ho cercato di avvicinarmi è “Everyday Robots” di Damon Albarn. Ovviamente quello è un disco ancora più intimo, sembra quasi fatto in camera, il mio è molto più prodotto.

Tu ti sei appropriato di un nome d’arte curioso, Maestro, e per quanto sottolinei che ancora stai studiando, nella fattispecie il fagotto, mi pare che i risultati sono già molto buoni, visto che sei riuscito a inserire questo strumento con naturalezza. E il suo utilizzo da’ quel tocco solenne in grado di cambiare l’atmosfera generale di un brano che parte in un modo per finire in un altro: mi riferisco in particolare a una canzone in cui fai un assolo alla fine. Sei uno dei pochi fra l’altro che utilizza il fagotto nella musica leggera italiana. Cosa rappresenta per te questo strumento?

Sì, è uno strumento per molto tempo utilizzato solo nella musica classica, ora è in auge nella musica contemporanea, però quella colta. E’ molto antico, perché già in epoca barocca si facevano concerti per fagotto, uno di questi ad esempio era stato Vivaldi. Il fagotto era già usato insomma come strumento solista, poi in epoca romantica è stato relegato a strumento da orchestra ed è stato riscoperto solo nel ‘900 quando lo strumento è stato ampliato tecnicamente, fu Stravinskij per primo a ridargli una nuova gloria. Adesso quindi è stato recuperato ma non in ambito rock, cantautoriale, nonostante ci siano delle eccezioni: ad esempio Daniele Silvestri ha un musicista polistrumentista che suona tromba e fagotto dal vivo, anche Morgan ha un fagottista che ho conosciuto, di La Spezia, e ogni tanto lo utilizza nei live. Io con Nada lo suonavo già dieci anni fa ma non è in effetti consueto che nella musica leggera si faccia ricorso al fagotto. Ci sono delle motivazioni: in primis è uno strumento molto difficile da amplificare, dal vivo soprattutto è ostico da suonare; chi lo studia finisce spesso nella classica, fa quel tipo di carriera. Il fagotto è presente comunque nel jazz, in Sudamerica, nella bossanova sin dagli anni ’60 ma sono piccoli apparizioni. E’ uno strumento che adoro, ha un suono che mi fa impazzire e ci ho speso un sacco di tempo: lo studio da quasi 10 anni. Sono indietro di un paio d’anni ma con tutte le cose che ho fatto mantenermi in corso non è semplice. Poi io studio a Livorno con Paolo Carlini, primo fagotto dell’Orchestra Regionale Toscana, un musicista di altissimo livello internazionale, quindi non è che il diploma me lo regala! E’ un piccolo sogno che ho, una soddisfazione personale che mi prenderò, come mi sto prendendo quella di fare un disco.

Al di là dell’utilizzo del fagotto, nel tuo album c’è molta cura anche negli arrangiamenti, il chè lo fa differenziare da tanti lavori di area cantautorale che rifacendosi spesso ai classici finiscono giocoforza per suonare datati. La canzone d’autore può avere tanti volti, ad esempio Fulminacci ha vinto al Tenco con uno stile moderno, poi ovviamente va benissimo chi fa ancora il cantautore classico, se lo fa bene come Paolo Capodacqua, tanto per fare un nome ma lì il livello è molto alto. Perché hai scelto di inserire diversi strumenti nel tuo disco?

L’assolo di fagotto lo faccio alla fine di un brano molto importante per me, scritto in un momento in cui volevo smettere di studiare: ero entrato a pieno titolo negli Zen Circus, fu un cambiamento professionale bello grosso, avevo le mie soddisfazioni e all’improvviso stare in classe dove mi facevo giudicare mi pesava. Però come dico nella canzone: “poi ti alzi una mattina senza la voglia di imparare, ammalarsi è una scusa per abbracciarti e non cambiare”, insomma quello è un pezzo catartico, da lì infatti ho ripreso a studiare con molta motivazione e non mi sono più fermato. Il fagotto l’ho suonato in vari brani ma ci sono altri strumenti, in “Boxe” c’è un sassofono baritono, poi in un’altra canzone c’è una tromba che assomiglia come suono un po’ al fagotto. Paolo Capodacqua lo conosco, perché ho partecipato con mio padre al primo memorial per Claudio Lolli, lui c’ha suonato assieme per tanti anni. Ho sentito il suo disco, un bel disco, mi è piaciuto. Ovviamente è un altro mondo rispetto al mio, ne abbiamo anche parlato, è un altro mondo ma credo sia giusto che quelle persone continuino a rappresentarlo, in un certo senso devono rappresentarlo e portarlo avanti; per noi che siamo di un’altra generazione, far finta di non aver sentito i Gorillaz, Damon Albarn o un Kamasi Washington, non mettere quegli elementi nella scrittura, nell’arrangiamento, lo trovo limitante. La musica è in continuo movimento ed è giusto per me andare in quella direzione là.

Poi adesso con la rete la musica viaggia in contemporanea, non si può più nemmeno dire che in Italia arrivano le cose in ritardo. Sta alla curiosità che è in ognuno di noi andare alla ricerca e alla scoperta di suoni nuovi e contemporanei. Vale per me che ascolto ma dovrebbe valere anche per gli stessi musicisti. Sei d’accordo?

Sì. La penso esattamente come te.

Prima ci hai parlato del rapporto con tuo padre Andrea e di come vi siete ricongiunti anche grazie alla musica. Nella tua famiglia dire che la musica è stata presente non è semplicemente dire che tuo papà o tua mamma ti hanno fatto scoprire alcuni artisti… leggo da Wikipedia che la tua è una vera e propria casata che da più di un secolo è attiva nella musica. Tu però da giovanissimo ti sei fatto attrarre dal rock, quindi in modo un po’ ribelle quando c’è stato un distacco dal mondo accademico della tua famiglia?

“Sì, è andata in questo modo… diciamo che la ricerca genealogica è stata fatta in gran parte da mio padre e ha avuto dei riscontri importanti. Pensa che nella casa di famiglia dove mi trovo adesso, dove viveva mia bisnonna, sono stati trovati addirittura dei manoscritti originali di Mascagni. Hanno trovato una sua sonata originale, mai stata eseguita, in casa nostra. E quindi tanti indizi, tanti elementi che lo portavano a pensare che già i nostri antenati avessero un fortissimo rapporto con la musica. Mio padre che è un accademico nato, che ha una mente analitica, ha fatto una accurata ricerca, confermando tutta la genealogia che hai letto tu, però c’è da dire che dei miei antenati quasi nessuno faceva il musicista di lavoro. Facevano altri mestieri, dal bancario, mio nonno ad esempio faceva l’ingegnere, però avevano tutti una passione fortissima per la musica e quindi nella nostra famiglia questa arte era coltivata come un hobby importantissimo, tant’è che appunto nell’800 in questa casa qui ci veniva Mascagni. Noi abbiamo dei bozzetti suoi ma non solo, era una famiglia intellettuale.

Un humus culturale davvero radicato e importante quindi, poi tu hai fatto il tuo percorso ma a un certo punto l’hai incrociato con quello di tuo padre. Com’è collaborare col proprio padre, condividere una passione così forte?

E’ molto bello collaborare con mio padre, e in generale adesso è bello il mio rapporto con lui. Ormai siamo due uomini, io non posso più fare l’adolescente incazzato con i genitori e lui non può più fare il padre offeso… quindi riusciamo a guardarci negli occhi e trattarci da persone, però persone che vantano un legame forte, come solo quello tra un genitore e un figlio può essere. E ho la fortuna di avere un genitore molto giovane, quindi di potermelo godere ancora per un bel po’ di anni, spero… Stavo cominciando a capire che sennò diventava troppo tardi, forse era giunto il momento di smettere di fare gli offesi.

Un legame che si è rinsaldato grazie al potere della musica…

Proprio così, poi per quanto in famiglia tutti si faccia musica, io e mio padre siamo quasi “autistici” in un certo senso, perché forse parliamo più con la musica che con le parole e quindi era diventato per noi un modo per stare insieme e viverci. La mia scelta del rock è un po’ dovuta perché la musica si evolve e in casa mia nessuno mi ha mai detto: “no, quello non si fa, non è musica”, perciò avevo quest’ampia libertà che mi ha anche a volte un po’ disorientato, perché veramente potevi fare dal jazz alla classica, dal rock al punk, quello che volevo, che qualunque fosse era considerata “musica”, l’approccio in casa nostra era questo. Poi piano piano mi sono messo a fuoco e ho capito meglio cosa mi piaceva e col tempo ho capito anche quello che faceva mio padre. Ovvio, ci sono delle cose che io non farei del percorso suo ed altre che invece riesco a fare incontrare con le mie. La musica che scrive lui a me piace tantissimo.

Lui ci sarà ancora nelle prossime date? Hai intenzione di coinvolgerlo?

Adesso dobbiamo capire se questo Covid-19 ci darà una tregua perché io vorrei suonare un po’ quest’estate, anche se mi rendo conto che ci sono delle persone che stanno vivendo situazioni veramente brutte (non come noi che siamo chiusi in casa come gatti, a mangiare e bere tranquillamente), dei lutti profondi. La musica e i concerti in particolare sono momenti di condivisione e anche di gioia, o almen così dovrebbe essere, quindi posso capire che si scelga di non riprendere a suonare. Ora come ora non saprei dirti bene, mi piacerebbe quest’estate fare un tour con la band, dove mio padre per il momento non ci sarebbe ma semplicemente per una questione di organizzazione e di produzione. Io sarò in giro con tre musicisti: un batterista, un bassista e mi ci vorrebbe un tastierista più che un pianista. Quindi verrà “Il Geometra” Pagni, il tastierista degli Zen, Rolando Cappanera alla batteria (che ha suonato anche in “Grande raccordo animale di Andrea Appino) e Pachetti, il produttore, al basso. Poi vediamo, il sogno mio sarebbe di fare una band che veramente possa riprodurre il disco fedelmente, però mi ci vorrebbero tipo 8 musicisti sul palco – e in quel caso ovviamente ci sarebbe anche mio padre. Sennò mi terrò anche l’opzione del duo sempre attivo, quindi magari farò delle cose con lui in questa forma, in modo che si possa esprimere al meglio, dove invece nella band sarebbe limitato. In questo momento ho più bisogno di un tastierista che curi anche la parte elettronica, per presentare le canzoni del disco nella loro forma più fedele.

Credo sia il sogno di molti quello di ricreare dal vivo un suono fedele a quello del disco, ma non sempre è di facile realizzazione.

Guarda, io farò uscire il mio primo disco a 35 anni, non vedo quindi il “limite”, secondo me quando si produce un disco non si dovrebbe mai pensare: “ah, questo lo posso fare dal vivo, questo invece non lo posso fare”, però capisco che a volte avere un po’ di pragmatismo possa essere utile. Io non sono così.

Un artista, almeno su disco, non dovrebbe muoversi libero?

Non sempre a quanto pare è così, a volte questo non accade, in fondo sono scelte… Per me è così, io devo potermi esprimere liberamente, poi ognuno fa come vuole.

Nel salutarti non mi resta che farti un grosso in bocca al lupo per il tuo disco e per il prosieguo della tua carriera. Quando terminerà questo periodo critico, tornerai a Padova, la città in cui hai scelto di vivere?

Crepi il lupo! Grazie, spero veramente che ci lasciamo alle spalle questo periodo, di poter quindi tornare alla normalità e alla mia vita in quel di Padova, con la mia ragazza. In Veneto mi trovo bene, Padova mi piace, mi ci sento proprio a mio agio. A me le città troppo grandi mi mettono in difficoltà, invece Padova è interessante perché ci sono varie iniziative ma non è dispersiva, e poi diciamolo, è bella, e quindi anche il mio lato estetico viene appagato.

Ti consiglio anche Verona, la mia città, che in quanto a bellezza estetica non è da meno!

Certamente, speriamo di avere occasione di visitarla un po’ di più. Volentieri.

La nostra lunga chiacchierata con Francesco Pellegrini termina qui; le impressioni che mi ero fatto su di lui sono state confermate. E’ un artista maturo e consapevole di cosa vuole esprimere con la propria musica: soprattutto mi ha trasmesso appieno il suo entusiasmo e la sua passione.

Credit Foto: Valentina Cipriani

 

 

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