OGGI “FEAR OF A BLACK PLANET” DEI PUBLIC ENEMY COMPIE 30 ANNI

 
10 Aprile 2020
 

Volete un buon esempio di appropriazione culturale? Ce lo avete sotto agli occhi. Da giovane uomo bianco nato e cresciuto in Italia, mi trovo a scrivere un pezzo per celebrare i trent’anni di “Fear Of A Black Planet”; che non è solo uno dei più noti manifesti antirazzisti della storia dell’hip hop, ma anche una sorta di oggetto di culto estremamente legato alla tradizione nera.

È quasi impossibile non sentirsi un po’ ipocriti. Cosa posso saperne io delle sofferenze provate dagli afroamericani in decenni e decenni di discriminazioni, soprusi e violenze? Le mie scarne conoscenze in materia derivano dai film di Spike Lee, dall’autobiografia di Malcolm X e da un paio di libri di Ta-Nehisi Coates. Per quanta solidarietà io possa avere nei confronti della sacrosanta battaglia condotta dai Public Enemy, non posso non sentirmi un pesce fuor d’acqua.

Pur non avendo praticamente nulla in comune con i personaggi al centro del mirino di Chuck D, Flavor Flav e soci, mi sento schiacciato dai sensi di colpa. Perché so che le ingiustizie raccontate in questi brani, nonostante tutto il tempo trascorso dalla loro pubblicazione, sono più vive che mai. E non solo negli Stati Uniti. La “paura di un pianeta nero” esiste ancora oggi ed è incredibilmente forte. Striscia nelle menti malate di neonazisti pronti a immolarsi nel nome delle loro insulse convinzioni. Si nasconde tra le pieghe di quella cupa ignoranza che spinge troppi leader politici di ampio seguito a blaterare sciocchezze al riguardo di invasioni o sostituzioni etniche. È una ferita che non si rimargina, ma anzi si allarga sempre e sempre di più. Ed è l’odio per il cosiddetto “diverso” a lasciarla perennemente aperta.

Sono proprio i torti, gli abusi e le prepotenze dei razzisti a fare da carburante alle rime contenute nel terzo album dei Public Enemy. Le tracce di “Fear Of A Black Planet” raccontano le esistenze di chi è costretto a vivere ai margini della società. Degli invisibili che si muovono nei ghetti che circondano le ricche e bianchissime metropoli dei paesi occidentali. È una linea sottilissima quella che divide il giovane afroamericano sieropositivo (“Meet The G That Killed Me”) dal povero disgraziato che riceve soccorsi con enorme ritardo dopo aver chiamato il numero di emergenza (“911 Is A Joke”).

Entrambi sono vittime di un sistema che Chuck D, senza indugiare su forzature complottistiche, chiama “Anti-Nigger Machine”: una struttura di potere ben oliata e coordinata che, terrorizzata dalle coppie miste (“Fear Of A Black Planet”, “Pollywanacraka”) e affezionata ai suoi orridi stereotipi (“Burn Hollywood Burn”), vuole “rubare l’anima” alla comunità afroamericana (“Who Stole The Soul”). I Public Enemy si scagliano contro questo tipo di nemici, ma non risparmiano nulla in termini di autocritica: “Revolutionary Generation”, tanto per fare un esempio, è un atto di accusa nei confronti della misoginia dilagante negli ambienti hip hop.

L’obiettivo principale resta comunque quello di individuare basi condivisibili sul quale fondare un vero e proprio “pianeta nero”. I versi bellicosi di “Power To The People” (Let’s get it together make a nation/You can bet on it, don’t sleep on it/Cause the troops cold jeepin’ it pumpin), tuttavia, rendono in maniera particolarmente chiara la pressoché totale assenza di intenti pacifici.

Ad attraversare i brani di “Fear Of A Black Planet” è un costante senso di minaccia che sa quasi di avvertimento: la guerra urbana non è un’ipotesi da escludere. La musica, cupa e ricca di effetti, si trasforma in un polveroso campo di battaglia. Sottoposta com’è a un sovraccarico di samples, sembra quasi voler imitare il caotico sottofondo che caratterizza le periferie più affollate e turbolente: è una città fatta di suoni, in cui la vitalità del funk incontra l’asfissiante pesantezza dell’industrial.

La cornice ideale per quello che, a distanza di più di trent’anni dalla sua uscita, resta probabilmente il più famoso inno rap dell’orgoglio nero: mi riferisco naturalmente a “Fight The Power”, uno schiaffo in faccia ai bianchi statunitensi e ai loro modelli nazionalpopolari. Traducete da voi queste parole: Elvis was a hero to most/But he never meant shit to me you see/Straight up racist that sucker was/Simple and plain/Motherfuck him and John Wayne/Cause I’m Black and I’m proud. Nessun individuo pronto a porgere l’altra guancia direbbe mai qualcosa del genere. Quella lanciata da Chuck D non è nient’altro che una sfida a viso aperto: un urlo di emancipazione e ribellione che fa tremare le mura delle villette a schiera dei candidi sobborghi americani che siamo abituati a vedere nei film. Uomo bianco, sei avvisato: benvenuto nel regno del terrore dei Public Enemy.

Public Enemy – “Fear Of A Black Planet”
Data di pubblicazione: 10 aprile 1990
Tracce: 20
Lunghezza: 63:21
Etichetta: Def Jam Recordings
Produttori: The Bomb Squad (Chuck D, Hank Shocklee, Keith Shocklee, Eric Vietnam Sadler

Tracklist:
1. Contract On The World Love Jam
2. Brothers Gonna Work It Out
3. 911 Is A Joke
4. Incident At 66.6 FM
5. Welcome To The Terrordome
6. Meet The G That Killed Me
7. Pollywanacraka
8. Anti-Nigger Machine
9. Burn Hollywood Burn
10. Power To The People
11. Who Stole The Soul?
12. Fear Of A Black Planet
13. Revolutionary Generation
14. Can’t Do Nuttin’ For Ya, Man!
15. Reggie Jax
16. Leave This Off Your Fuckin’ Charts
17. B Side Wins Again
18. War At 33⅓
19. Final Count Of The Collision Between Us And The Damned
20. Fight The Power

 

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