OGGI “SONGS FOR DRELLA” DI JOHN CALE & LOU REED COMPIE 30 ANNI

 
11 Aprile 2020
 

E se Dracula avesse affondato i suoi affilati canini nel candido e sinuoso collo della graziosa Cenerentola? Se ne avesse inciso la giugulare per succhiarne la giovane, passionale e gustosa energia vitale, finché di lei non fosse rimasto altro che un cadavere esangue, cereo e spettrale? Se la fiaba eterna di quella giovane e luminosa fanciulla avesse invaso il corpo morto del vampiro, cosa ne sarebbe stato della sua essenza notturna e dei suoi tenebrosi poteri?

La risposta è scritta nella storia passata, come ogni fiaba che si rispetti, per cui è necessario tornare agli anni Sessanta; gli anni di quegli eventi mediatici, distorti, minimali ed estranianti, noti come “Exploding Plastic Inevitable”. È lì che dal velluto grezzo ed inanimato, dalle accattivanti ed immediate rappresentazioni visuali pop-art e da un approccio auto-distruttivo ed impersonale, sarebbe venuta alla luce quella creatura di luce e buio nota come Drella, una rilettura ed un’interpretazione alternativa dell’arte e della musica, del rock e del pop, del rumore e della melodia.

Almeno una ventina d’anni dopo, Lou Reed e John Cale – nel 1990 – si sarebbero trovati ad omaggiare quell’essere apatico ed industrioso, comunicativo ed incompreso, timido e famelico, in un concept album che vedeva Lou alla chitarra e John alla tastiera ed alla viola elettrica: “Songs For Drella”. Cantano entrambi, alternandosi; ed alternando quelle che sono le proprie riflessioni ed i propri ricordi ai fatti veri ed alle leggende metropolitane, alle parole dell’artista e dell’uomo che è stato e continua ad essere Andy Warhol, intrecciando gli anni della formazione, quelli dell’ascesa ed infine quelli della ribalta.

La musica è pervasa da un forte senso di malinconia, gli arrangiamenti sono per lo più appena accennati, è tutto volutamente molto fragile, minimale e precario, perché la necessità più impellente non è quella di far emergere la musica in sé, bensì la storia che quella musica vuole trasmettere e raccontare. Le sonorità, costruite più sul piano di John, che sulla chitarra di Lou, vengono messe sullo sfondo, in modo che gli ascoltatori non siano distratti da sovrastrutture troppo macchinose e complesse e, allo stesso tempo, riescano a percepire l’essenza della narrazione, andando oltre l’immagine pubblica dell’anti-eroe, ma soffermandosi e concentrandosi, semmai specchiandosi, sulle vicende e sui sentimenti dell’uomo.

Bad skin / bad eyes / gay and fatty”, è così che inizia tutto, con un ragazzo desideroso di lasciare la natia e troppo piccola Pittsburgh (“Small Town”) e lasciarsi ogni cosa, persino il suo passato, le sue radici e le sue tradizioni, alle spalle (“Open House”), per trovare sé stesso altrove. Il tempo, con la sua urgenza e la sua fugacità, ci è sempre vicino, incombe sulle nostre scelte, a volte le sminuisce, altre volte le amplifica, ma ogni volta si prende qualcosa e lo dona alla Morte, una creatura antica e compassionevole, la cui presenza man, mano che si procede nell’ascolto del disco diviene sempre più percepibile, così come diventa più corposo il fardello di dolore e di rimpianto per la perdita dell’amato amico.

Non è più l’artista di fama mondiale, ma l’uomo solo di “A Dream”, il punto nevralgico dell’album; l’uomo che rivede tutta la sua vita al rallentatore, un fotogramma dopo l’altro, e riesce a riversarla in un sogno, mentre la Factory, Nico ed i Velvet Undergound, le diapositive, i film, i quadri, l’anti-pop ed il noise rock, gli eroi e gli anti-eroi fagocitati dalla Fama, diventano le ombre sfumate all’orizzonte di quella creatura cupa e pensierosa che si domanda perché, ora, è sola; perché si sente così triste; perché non è con gli altri; perché è stata esclusa dalla festa.

Con il tempo tutto appare più dolce e persino i risentimenti, anche quelli che non potremo mai svelare, ci appaiono futili questioni di orgoglio, soprattutto quando sei costretto ad aver a che fare con la Fine. Ma solo l’uomo può finire, non il vampiro, non la fiaba: “It Wasn’t Me”, solo l’uomo, non ciò che egli ha ideato, concepito e plasmato con tutto il suo amore e la sua passione.

Pubblicazione: 11 aprile 1990
Durata: 52:54
Dischi: 15
Tracce: 6
Genere: Art rock
Etichetta: Sire Records
Produttore: John Cale & Lou Reed
Registrazione: dicembre 1989 – gennaio 1990

1.Smalltown– 2:04
2.Open House – 4:18
3.Style It Takes – 2:54
4.Work – 2:38
5.Trouble with Classicists – 3:42
6.Starlight – 3:28
7.Faces and Names– 3:31
8.Images – 3:05
9.Slip Away (A Warning) – 3:30
10.It Wasn’t Me – 3:18
11.I Believe – 3:46
12.Nobody But You– 5:49
13.A Dream – 6:33
14.Forever Changed – 4:52
15.Hello It’s Me– 3:13

 

Diamo , da vicino, ...

di Stefano Bartolotta “Between 10th and 11th” è un disco meraviglioso che rischia sempre troppo spesso di passare sotto traccia ...

Album, concerti e Festival ...

Tanti sono gli eventi live che sono stati cancellati a causa della difficile situazione sanitaria mondiale. Festival internazionali che sono ...

35 anni fa, il Live Aid

Bob Geldof dei Boomtown Rats e Midge Ure degli Ultravox, il 13 luglio 1985, misero in piedi il più grande evento benefico della storia ...

Oggi ” Vienna ” degli Ultravox ...

“Vienna” è il quarto album degli Ultravox, ed è, allo stesso tempo, il loro primo, una frase che, per quanto paradossale, ha  ...

Any Given Friday – Ogni ...

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente ...