TRE PROTAGONISTI DEL BRITPOP E LE LORO AUTOBIOGRAFIE: UNIAMO I PUNTINI E VEDIAMO COME NE ESCE LA COOL BRITANNIA

 
16 Aprile 2020
 

di Stefano Bartolotta

Devo ammetterlo: sono un divoratore di musica, ma mi cimento con i libri molto meno spesso. Di conseguenza, mi sono perso, quando erano stati pubblicati, alcuni punti di vista relativi al periodo che mi ha fatto diventare così appassionato. Sto parlando del britpop, sul quale, alcuni anni fa, gente come Luke Haines e Louise Wener si sono espressi sotto forma di autobiografie, raccontando non solo la loro storia, ma anche il modo in cui hanno vissuto quegli anni ruggenti. La necessità di passare più tempo del solito a casa, però, mi ha fatto diventare un avido lettore, e ho scelto di approfittarne proprio per recuperare i due memoir in questione, aggiungendoci anche quello più recente di Brett Anderson. Con queste tre letture ravvicinate, penso di essermi fatto un’idea più chiara di cosa abbiano rappresentato quegli anni, perché ora ho il punto di vista di un musicista considerato tra gli iniziatori del movimento e che ha mantenuto una forte autorevolezza per tanti anni a venire, quello di un’altra musicista che è divenuta star alla velocità della luce e che, altrettanto rapidamente, ha perso questo status, e quello, infine, di uno che c’è stato fin dall’inizio, ma vivendo l’epopea più che altro da outsider. Ognuna delle tre autobiografie ha, giustamente, un proprio taglio sotto diversi aspetti, dalla descrizione dei rapporti in seno alle band e con gli altri musicisti, all’approfondimento su come venivano scritte le canzoni e sulle storie che avevano portato alla loro nascita, e ognuno dei tre ha vissuto in base alla propria personalità le vicende di quegli anni, conservandone un ricordo più o meno positivo. Al di là delle necessarie differenze, però, leggere questi tre libri in un periodo così ravvicinato di tempo permette di notare alcuni punti in comune, che devono quindi essere considerati veri e propri cardini del britpop e degli anni Novanta in generale.

Non si può che partire dal ruolo della carta stampata e delle etichette discografiche, che oggi sono stati sostituiti dai siti e dagli influencer, ma che all’epoca potevano davvero determinare i destini commerciali di chiunque volesse esprimersi in ambito musicale. Brett è stato probabilmente il maggior beneficiario delle attenzioni della carta stampata, e nel libro non lo nasconde di certo, però fa anche notare, saggiamente, che era giusto che i giornalisti facessero il proprio lavoro e che individuassero alcuni nomi che meritavano più di altri di essere seguiti. Certo, all’epoca le copertine senza aver pubblicato ancora nulla sembrarono un’esagerazione, ma l’importanza degli Suede nel panorama britpop è innegabile, ed è quindi vero che la stampa ci aveva visto giusto. Il problema è che la stessa stampa aveva i mezzi anche per dettare dei rapidi cambiamenti nel gusto delle persone, e questo segnò il destino, ad esempio, degli Sleeper, con Louise che, molto astutamente, capì che l’ondata era finita e sciolse la band prima che rischiasse di diventare un pesce fuor d’acqua e, altrettanto correttamente, non nutre alcun animosità verso quel meccanismo che le ha permesso di vivere un paio d’anni esaltanti. Luke, invece, ha diviso la stampa esattamente come ha fatto col pubblico, e questo suo essere così divisivo anche tra gli addetti ai lavori è sicuramente stato uno dei motivi per cui ha ottenuto meno di quanto avrebbe potuto.

In tutto questo, le etichette erano altrettanto fondamentali, perché adesso il meccanismo della pubblicazione di dischi è molto fluido ed è più importante avere gli endorsement giusti, ma allora era impossibile sfuggire allo schema contratto discografico-distribuzione nei negozi-misurazione delle vendite per l’ingresso nelle classifiche. Senza un discografico che credesse in te, e che magari ti mettesse a disposizione studi di registrazione e produttori all’altezza, non potevi sperare di uscire dalla tua cerchia di amici.

Un altro elemento in comune è il risultato dei tentativi di fare tour negli Stati Uniti per conquistare quel mercato così appetibile. In tutti e tre i casi, e probabilmente in molti altri, la scelta si rivelò suicida come una campagna di Russia. I tour statunitensi non hanno portato alcun riscontro che abbia cambiato realmente le cose, al di là di concerti sold out in città più attente a ciò che succede nel mondo come New York (sempre al CBGB’s, descritto da tutti e tre come un postaccio maleodorante, ma in cui almeno ci si divertiva) e Los Angeles (sempre al Whisky A Go Go, amatissimo da tutti e tre), e hanno creato il più delle volte dinamiche dannose all’interno delle band, con rapporti umani che si sono logorati e problemi di varia natura che non sempre sono stati risolti. Anche i tour in Europa continentale, seppur quasi mai arrivati a risultare dannosi come quelli statunitensi, non hanno mai rappresentato un’esperienza positiva, anzi, mentre le cose andavano un po’ meglio in Giappone, visto come un luogo pieno di cose e persone strane ma, a suo modo, più accogliente rispetto all’Europa e al Nord America.

Un terzo elemento comune è la centralità di Camden Town nel modo in cui la scena musicale fortificò il proprio allure tra il pubblico. Camden viene descritta, in ognuno dei tre libri, come un autentico caravanserraglio in cui la cocaina scorreva a fiumi e in cui il continuo viavai di personaggi più o meno famosi ei di gente più o meno stilosa creava una vibrazione unica, e probabilmente irripetibile, e ognuno era libero di buttarsi nel vortice con più o meno trasporto. Il problema fu che più questo trasporto era intenso, più alta era la possibilità di salire ad altezze vertiginose ma anche di precipitare, cosa che, infatti, successe a Louise, mentre Brett e Luke, che sono stati più in disparte, hanno comunque avuto i loro alti e bassi, ma figli dei loro stessi comportamenti e non di correnti esterne. L’analisi va necessariamente conclusa con l’inesistenza reale di ogni attitudine indie, nel senso che a nessuna band interessava minimamente che la propria musica fosse l’espressione di una propria personalità, artistica o umana, ma a tutti, nessuno escluso, interessavano le vendite, e solo quelle. Tutti e tre i musicisti insistono molto su questo punto, e il mito che il britpop fosse un movimento nato dalla pancia della società britannica come reazione contro il thatcherismo e che ha avuto come traino il concerto di Spike Island degli Stone Roses va un po’ a farsi benedire. O meglio, probabilmente questi erano solo i motivi per cui la gente aveva iniziato a comprare un certo tipo di dischi, ma non certo quelli che avevano spinto le band a fare quella musica, infatti, tra le altre cose, il nome degli Stone Roses non appare mai citato nemmeno una volta in nessuno dei tre memoir. Non sto dicendo che fosse musica costruita a tavolino, perché comunque era l’espressione di reali background musicali e personali, ma non c’è stata alcuna reazione sociale, né alcun sentimento comune che ha stimolato alcunché, e sono stati stampa e discografici ad aver capito che in quel momento la gente voleva quello e ad aver, quindi, scovato la gallina dalle uova d’oro.

Never meet your heroes, si dice spesso, perché il rischio reale è quello di disilludersi drammaticamente rispetto a come idealizziamo i nostri idoli, e in effetti si potrebbe rimanerci un po’ male nel rendersi conto che, in quegli anni, le cose ruotassero soprattutto attorno ad aspetti puramente materiali, o che l’andare in tour fuori dalla Gran Bretagna fosse vissuto più che altro come una punizione, o che la cocaina fosse un motore così importante per la vitalità della scena. Però noi fan del britpop siamo ormai più o meno nella zona dei 40 anni, e una visione più onesta e disincantata su quel periodo che ci ha fatto sognare non può danneggiarci più di tanto, visto che dovremmo ormai avere le spalle larghe e ne è passata di acqua sotto i ponti.

Il mio consiglio, quindi, è di leggerli, questi tre libri, in un momento in cui c’è più tempo del solito per farlo, per sorridere di quanto eravamo ingenui 25 anni fa, ma senza rimpianti per aver vibrato di sincera passione, e per un po’ di gossip visto dall’interno, che non fa mai male.

Ecco le tre pubblicazioni:

Brett Anderson: Afternoons with the blinds drawn
Pagine: 288
Editore: Little, Brown UK
Data di Pubblicazione: 4 agosto 2020 (UK)
ISBN-10: 1408711842
ISBN-13: 978-1408711842

Louise Wener: Just for one day – adventures in britpop
Pagine: 320
Editore: Ebury
Data di Pubblicazione: 1 maggio 2011 (UK)
ISBN-10: 0091936527
ISBN-13: 978-0091936525

Luke Haines: Bad vibes – britpop and my part in its downfall
Pagine: 256
Editore: Windmill
Data di Pubblicazione: 1 dicembre 2009 (UK)
ISBN-10: 0099522268
ISBN-13: 978-0099522263

 

Any Given Friday – Ogni ...

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente ...

Oggi “Foo Fighters” dei ...

Chi l’avrebbe detto all’uscita di questo album d’esordio che, a distanza di ben 25 anni, i Foo Fighters, diretta ...

Album, concerti e Festival ...

Tanti sono gli eventi live che sono stati cancellati a causa della difficile situazione sanitaria mondiale. Festival internazionali che sono ...

Oggi “Sussidiario Illustrato ...

Non erano certo più dei giovanissimi i Baustelle ai giorni del loro esordio. E non erano nemmeno il terzetto di adesso, in quanto Fabrizio ...

Oggi “The Game” dei Queen ...

Nell’estate del 1980 i Queen, già acclamati campioni del glam più barocco e pomposo, decisero di non stare più al gioco. Per non farsi ...