“ALLA RICERCA DEL BELLO IN OGNI SITUAZIONE”: NE PARLIAMO CON FRANZ ALLA LUCE DEL SUO OTTIMO ALBUM “DIETRO A OGNI COSA”

 
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21 Aprile 2020
 

Franz (Francesco Riva) nasce batterista e ora ce lo immaginiamo direttore d’orchestra. Il suo album “Dietro A Ogni Cosa ci conquista”, grazie a una precisa e sagace combinazione tra un piglio cantautorale degno del Premio Tenco e arie ed arrangiamenti da colonna sonora. Unione azzardata? Assolutamente no se fatta (come in questo caso) con competenza e cognizione di causa. Gli argomenti per fare una bella chiacchierata ci sono tutti…

Ciao Francesco, come stai? Da Dove ci scrivi? Come va la tua quarantena casalinga?
Ciao! Vi scrivo da Carnate, nella ridente (poco, in verità, al momento) Brianza. Io e la mia famiglia stiamo bene e siamo stati tutto sommato fortunati: sia mio papà, che il papà di mia moglie, sono stati trovati positivi a fine febbraio e sono finiti in ospedale, ma adesso stanno meglio. Quindi siamo in quarantena da allora…con due figli piccoli…in 85mq di appartamento. Ti lascio immaginare il delirio.
Comunque piano piano questa ”realtà sospesa” sta diventando una sorta di normalità, con anche aspetti positivi, quali il passare più tempo coi “nani”, non piazzare la sveglia alle 6:30 per lanciarci immediatamente in una corsa frenetica e così via.

Sei anche tu dell’idea (l’ho sentita da qualcuno), che questo periodo casalingo forzato porterà alla composizione di un sacco di dischi lo-fi dallo spirito piuttosto cupo e depresso?
Probabile, spero che ne venga anche fuori qualcosa di un po’ originale, che metta in luce anche aspetti più complessi e interessanti di questa situazione, e che non ci si limiti a: “torneremo ad abbracciarci e a fare l’amore”.

Ma quando eri un batterista punk avevi già questa splendida predilezione per gli arrangiamenti orchestrali?
Ni, nel senso che ho iniziato a studiare composizione quando ero già un batterista semiprofessionista. Tutt’ora la batteria è lo strumento che suono meglio. Il mio primo lavoro è stato proprio l’insegnante di batteria, mentre frequentavo il Conservatorio, quindi pian piano i miei gusti sono cambiati, o meglio i miei interessi si sono ampliati insieme alle mie competenze. Ma non rinnego nulla del mio amore per il punk rock, se mi chiedi qual è il disco che più mi ha influenzato rispondo tutt’ora “Punk in Drublic” dei NOFX.

Il tuo disco ha mille influenze e sfumature: colorato, scanzonato, profondo, leggero, ironico ma anche malinconico. Viene da chiedersi se anche la tua personalità segue la ricchezza che metti nelle tue canzoni o la musica è invece una valvola di sfogo…
Ti ringrazio per La “ricchezza di personalità”, ma anche “nevrotico” va benissimo 🙂 A parte gli scherzi non ho mai amato particolarmente le band o i generi musicali “monotematici”. Per essere credibile ho capito che un cantautore deve essere sincero, ed è difficile che una persona sia perennemente incazzata, o triste o al contrario sempre contenta.

All’attacco di “Settembre” ho sempre in mente questa immagine pazzesca: Danny Elfman che dirige un orchestra composta, tra i tanti, anche da membri dei System Of A Down. Sono pazzo?
No, sei un grande! Pensa che la mia idea di questo progetto era di riuscire, laddove necessario, ad aver e la botta del rock pur avendo solo strumenti acustici orchestrali. Nella fattispecie, per l’attacco di “Settembre” volevo che avesse “la pacca” di un pezzo dei Rage Against The Machine, ma anche i SOAD vanno benissimo.

Ogni tuo brano ha davvero una grande sapore cinematografico, capace, con gli arrangiamenti stessi, i profumi evocati dalle parole. Mi piace moltissimo quella sensazione da “montagne russe” che sai evocare, un piano/forte che è poi quello che succede anche nella nostra vita: corse sfrenate ma anche momenti per rifiatare. Forse la tua musica si può riassumere in quel verso in cui dici “Senza la tempesta non c’è quiete”. Che ne pensi?
Che è assolutamente così, l’idea è un po’ quella di questa costante tensione. Il fil rouge di questo disco è per me la ricerca del bello che scaturisce da ogni cosa, anche le più difficili e complicate che la vita ci pone davanti.

Possiamo dire che Fred Astaire è davvero una summa anche letteraria di tutto quello che (forse) fa parte del tuo background?
“Fred Astaire” è il pezzo un po’ più leggero del disco, anche se non è comunque “frivolo”. E’ nato come un gioco di parole e l’ho infarcito di tanti riferimenti musicali per me importanti: da Paolo Conte a Battiato, dai Beatles alla Classica.

Com’è nata l’idea di uno spoken words per “Il Lungo Addio”?
Mi piaceva molto l’idea di una voce colloquiale che parlasse dall’ Aldilà, quindi volevo che fosse più diretta possibile. Poi quando ho registrato il pezzo mi è subito venuto in mente Paolo (Agrati) che ha una voce pazzesca, perfetta per quella parte e che è un mio vecchio amico.

Adoro quel climax finale in “Dietro A Ogni cosa”. Non stavo guardando il timer, così davvero, più lo sentivo, più immaginavo che sarebbe arrivato a una vera esplosione. E invece vai a sfumare. Quanto c’è di autobiografico in questo brano?
Questo è il primo pezzo che ho scritto per questo progetto ed è uno dei più strettamente autobiografici, anche se racconta un percorso che credo sia comune a tanti. È un po’ l’altro lato della medaglia de “Il Lungo Addio”, e mi piaceva molto che ci fosse anche qui un contrasto/coesistenza tra una dimensione se vogliamo più spirituale, e una molto concreta, terrena. Ne “Il Lungo Addio” è proprio il tema della canzone, in “Dietro a ogni cosa” è rappresentato in musica da questo continuo crescendo, nel finale, di tutti gli strumenti, cui fa da contraltare il pedale ossessivo del trombone, che chiude di fatto il pezzo come a “riportarci” con i piedi per terra.

Dopo un disco così ricco, come ti dicevo, adoro il brano conclusivo Gli Specchi, perché sembra proprio tu voglia rallentare i toni arrivato alla fine: piano, chitarra, voce e archi a rinforzare il ritornello. Mi vengono in mente i Kings Of Convenience. Una canzone che parte corale per poi chiudere al singolare. Hai pensato subito che potesse essere il brano giusto per la chiusura dell’album?
E’ venuto abbastanza spontaneo metterlo per ultimo, una volta delineata la tracklist. Mi piaceva molto l’idea di chiudere con un pezzo che suona come un dolce commiato, in cui tratteggio alcuni personaggi con le proprie paure, e in cui mi inserisco in prima persona. È un po’ il mio modo di dire: “Coraggio, andrà tutto bene, siamo tutti sulla stessa barca, bisogna volersi bene”. Mi viene in mente uno spettacolo di Patton Oswalt (un comedian americano che amo molto) il quale cita sempre questo leitmotiv della moglie, purtroppo scomparsa, che trovo bellissimo nella sua essenzialità: “It’s chaos, be kind”.

Grazie ancora Franz. Quale sarà la prima cosa che farai passata questa emergenza sanitaria?
Sicuramente far qualcosa di bello con i bambini, che sono quelli che risentono di più di questa situazione, e hanno un surplus di energia che è difficile contenere stando in casa per così tanto e da così tanto tempo. In realtà per me che passo gran parte delle giornate in studio, quello che cambierà non sarà lo stare molto più tempo fuori, quanto il sapere di poterlo fare 🙂

 

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