ALLA RICERCA DELLE “STUPIDE COSE DI ENORME IMPORTANZA”: L’INTERVISTA A MARCO GIUDICI

 
30 Aprile 2020
 

Quali sono le “Stupide cose di enorme importanza” per ognuno di noi? È una domanda che sembra calzante, perfetta per quello che attraversiamo. Una risposta personale e caratteristica l’ha data Marco Giudici (ex Halfalib) che ha costruito un disco sull’idea di intimità. Ogni canzone è permeata da un’estetica delicata e soffusa, il lavoro di Marco è quello di un artigiano della musica che dalla sua bottega ha partorito un disco che risplende nell’intima passione per le cose piccole e sincere.
Tante volte abbiamo un’immagine dell’universo maestosa, barocca e anche ridondante ma Marco nel suo “Stupide Cose di Enorme Importanza” (uscito per 42 Records) ci ricorda come si può ridurre tutto ad una singolarità: l’essenziale bisogno di raccontarsi in un disco, in un testo.
Di questo e del mood complessivo del suo disco ne abbiamo parlato direttamente con lui in una lunga intervista fatta proprio a poche ore dall’uscita effettiva del lavoro.

E’ appena uscito il tuo disco, come ti senti?

Nei giorni scorsi ero un po’ apatico, oggi sono molto contento perché l’uscita mi ha dato uno sprint positivo. Poi certo è un pochino strano, anche perché il dover promuovere le cose per me è sempre stato faticoso e faccio difficoltà a comprenderne certi aspetti, ma siamo in questo mondo quindi è normale doverlo fare, fa parte del mio lavoro. Oggi questo aspetto è ancora più duro, ma proviamo a farlo comunque.

Data la situazione alcuni stanno decidendo di non far uscire dischi. Sei d’accordo con questa tendenza o no? C’è bisogno della musica oggi?

Io sono d’accordo sul fatto che la musica possa far compagnia e aiutare a far passare il tempo, ma se uno non se la sente va bene uguale. Rimetto tutto alla dimensione personale e io ho pensato semplicemente che magari c’è qualcuno come me che in questo momento ha bisogno di musica da ascoltare in questo periodo.

Com’è nata l’idea di questo cambio da Halfalib a Marco Giudici?

Già durante il periodo di Halfalib avevo iniziato a lavorare come produttore, erano già usciti dei dischi prodotti con il mio nome. Da quel momento mi percepivo semplicemente come una persona che faceva musica e mi sembrava po’ strano avere un moniker. Volevo semplicemente tenere insieme quello che facevo.

Che cosa però ti sei portato dietro di “Malamocco”?

Proprio da quel disco era nata l’esigenza di cantare qualcosa nella mia lingua. In quel momento ho cominciato a dare molta importanza ai testi e facendo quel tipo di lavoro ho capito che volevo comunicare in modo diretto. Per questo ho abbracciato l’idea di cantare in italiano. A livello stilistico il lavoro era un pochino diverso, per Malamocco avevo iniziato da solo, poi Adele mi ha aiutato nella produzione, ma per me era uno sfogo estetico che mi portava a lavorare di notte. Per questo semplicemente avevo delle canzoni che volevo fare e cantare.

Quindi l’habitat in cui le canzoni sono nate è il tuo studio/casa?

Si, esatto. È nato tutto qui.

Quanto è stato importante, per trovare delle idee e degli spunti, il poter vivere e scrivere la musica con altri colleghi che ti sono vicini?

È stato fondamentale, ha dato senso al lavoro che faccio. Fare il lavoro con altri mi ha dato anche la dimensione di quanto le mie canzoni fossero importanti per me. Durante tutto il percorso ovviamente ci sono stati momenti pesanti e avere delle guide è sempre stato super fondamentale per me, perché quando ti perdi e finisci in delle abitudini sbagliate per l’obiettivo che ti sei fissato, è importante avere persone che riescono a tenerti sul focus del lavoro e ad aggiungere degli step che siano funzionali a quello che stai facendo.

Quando hai iniziato a scrivere le canzoni di questo disco?

Le prime canzoni sono nate due, tre anni fa. La prima traccia è uscita proprio nel periodo del disco di Halfalib, in realtà la prima traccia doveva essere inserita proprio all’inizio di Malamocco, infatti se senti la prima canzone del vecchio disco si sente un taglio sul pianoforte all’inizio che doveva essere integrato proprio con quella canzone. Poi però nel riregistrarlo abbiamo riaffrontato la cosa e cambiato alcuni aspetti. Gran parte del materiale l’ho scritto nella primavera 2018.

“Stupide cose di enorme importanza” è da te definita come una canzone che buca il tempo, ma cosa significa?

Le cose che bucano il tempo sono le emozioni che riescono a resistere al tempo, ai mesi. Non sono principalmente le canzoni, poi certo anche una canzone può bucare il tempo, ma non sta a me definirlo.

“A volte mi sento solo” è un intermezzo molto curioso e offre quel senso estetico di cui parlavi in riferimento al tuo lavoro come Halfalib. Com’è nato?

Hai fatto bene a ricollegarlo con il vecchio disco. Una sera aprendo a caso dei file sul pc ho ritrovato una traccia del vecchio disco, che veramente non ho idea da dove fosse venuta e come fosse finita lì. Era anche già mixata anche, effettivamente riascoltandola mi piaceva e allora l’ho messa lì.

Nel tuo ascolto si continuano a percepire gli ascolti jazz. Come porti i tuoi ascolti nella tua musica?

Non so precisamente perché quando ascolto lo faccio per una mia necessità, non penso all’estetica. Poi evidentemente qualcosa mi rimane dentro e lo vado a metabolizzare nei miei pezzi, ma mentre faccio questo non ci penso, viene fuori naturalmente.

Il mood che si respira nei tuoi pezzi è fondamentale, non meno del testo. Secondo te l’etichetta di cantautore ha ancora senso nella musica italiana?

Secondo me oggi non ha molto senso parlare di cantautorato. Per me il cantautorato è esistito in un momento storico preciso, poi la formula è stata semplicemente ripresa nel corso del tempo. Se parliamo di cantautorato straniero forse il discorso è un pochino più ampio, ma se parliamo di cantautori in Italia dobbiamo sentire tipo De Andrè, Lucio Dalla, anche se forse lui era qualcosa di diverso dal cantautore.

Secondo me oggi più che di cantautore si può parlare di un musicista artigiano che nel suo studio lavora ai suoi brani in modo artigianale. Ti riconosci in questa “definizione”?

Si, io mi sento così. Il lavoro è molto manuale e sono d’accordo con questa definizione.

In questo periodo come cambia la percezione di un disco quando non puoi ascoltarlo in live?

Nell’ultimo periodo non sono stato accanito ascoltatore di musica dal vivo, quindi per me non è cambiato moltissimo il modo di fruire un disco. Però sai che non so precisamente se questa percezione può cambiare.

 

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