TORNERà IL TEMPO DEGLI ABBRACCI, MA INTANTO C’è BISOGNO DI MUSICA: UN SIMPOSIO CON MILO MANERA DI LA CLINICA DISCHI

 
4 Maggio 2020
 

Tavole rotonde, in tempi di COVID-19: occasioni per non perdersi e per non perdere il contatto con quello che amiamo, e che spesso nemmeno ci rendiamo conto di amare, finché non lo perdiamo. Perché questo è il triste sudario di disattenzione e paranoia che, da più di sessanta giorni, avvolge il mondo dello spettacolo, che sembra aver perso voce e ricordi in un’a-temporalità che rischia di rendere ognuno di noi un po’ più solo, e molto più povero – spiritualmente, oltre che economicamente – alla fine di tutto questo. E lo dice uno che fino ad una manciata di mesi fa già si vedeva quest’estate a rampollare qua e là sui palchi – e sotto i palchi – di festival e raduni; ecco, dal momento che la quarantena ha costretto i miei sogni di cantuatorino allo stand-by e mi ha permesso di trovare un sacco di tempo per ammorbarvi con le mie inezie da frustrato, invece che scrivere un post su Facebook contro decreti che non si prendono cura di noi, figli orfani dell’arte, ho deciso di pensarla in grande e parlare di tutto questo e di tante altre cose di dubbio interesse generale con Milo Manera, fondatore e manager dell’etichetta indipendente spezzina La Clinica Dischi, che per me vuol dire casa e per il mondo della musica vuol dire cavallo su cui puntare, appena le corse riapriranno (quindi, siatemi grati: sarò pedante e noioso, ma vi faccio anche da bookmaker gratuitamente). Quindi sì, quest’intervista serve a farvi perdere tempo, a farmi chiacchierare sulla pubblica piazza con uno dei principali esponenti del ricambio manageriale nazionale e a farmi sfogare su due o tre argomenti che, se avrete la forza di arrivare in fondo a questo nostro simposio anti-virale, credo potranno interessarvi. Tutto questo, perché sono un narciso pelato.

Allora Milo, partiamo dall’inizio. E’ il 2014 e una band nata nella provincia ligure decide di trasformarsi nel collettivo produttivo di partenza di quella che oggi è La Clinica Dischi. Come si diventa da musicisti discografici, insomma, quale è stato il casus belli dell’inizio della rivoluzione targata Cinica, la necessità che fa detonare l’impresa?

Ma guarda, in realtà la partenza è stata piuttosto casuale e dettata da esigenze molto pratiche, senza troppa consapevolezza di quello che stavamo creando. Banalmente, l’idea era quella di fare rete tra alcuni progetti musicali della nostra zona con l’obiettivo di creare maggiori opportunità promozionali per tutti, e detta così sembra una cosa mezza seria e ragionata; in realtà, volevo semplicemente poter chiamare un locale per fissare una data dicendo “Ciao, sono Milo di Clinica Dischi” invece che “Ciao, sono Milo il bassista del gruppo X“. Mi sembrava più pro, e quindi più efficace, ed effettivamente qualcosa – anche se eravamo alle prime armi e con pochissima esperienza – siamo riusciti a smuovere. Poi, una serie di eventi e fortunati incontri, ci hanno portato ad avere uno studio di registrazione nostro, e poco importava che non avessimo la minima idea di come farlo funzionare: abbiamo iniziato a farci le ossa, lavorando principalmente con gruppi di amici o amici di amici e ad un certo punto, quasi per magia, hanno iniziato ad arrivare le prime mail di artisti sconosciuti, che si proponevano per collaborare. A quel punto, abbiamo iniziato a capire che forse qualcosa di buono lo stavamo costruendo: nel giro di pochi mesi la rete di contatti che avevamo messo su iniziava a dare i primi risultati. Ovviamente, al tempo non si guadagnava un euro, ma le piccole grandi soddisfazioni che arrivavano ogni giorno ci hanno spinto a non mollare; e poi, in quegli anni non pensavamo troppo ai soldi, stavamo parallelamente finendo i nostri percorsi personali di studio (io nello specifico stavo facendo la pratica da avvocato, sono laureato in Giurisprudenza). Stavamo piuttosto cercando di capire se potesse diventare una professione, cercavamo una scusa per mollare tutto quello che era previsto per il nostro futuro e buttarci a capofitto in questo mondo. E con il passare del tempo siamo riusciti a farlo diventare il nostro lavoro.

Un gruppo di musicisti insomma, il nucleo dei Carnival, a confrontarsi con lo spietato mondo del mercato in un momento in cui il mercato stesso stava drasticamente cambiando (penso a Calcutta, all’esplosione dell’It Pop, alla rigenerazione del mainstream). La dicotomia per eccellenza: musica e mercato. Quanto sei cambiato da allora? Quanto pretese artistiche e mercato possono andare d’accordo? Insomma: il Milo musicista e il Milo produttore discografico, fra loro, convivono o uno dei due ha vinto il braccio di ferro?

 Il Milo musicista non è mai realmente esistito, quindi non c’è stata proprio gara: per me era soprattutto divertimento. Però sicuramente suonare (e farlo con approccio super professionale) mi ha aiutato tanto a capire la mentalità, le dinamiche e le esigenze degli artisti, e ci siamo spesso detti, a distanza di anni, che sarebbe stato bello trovare una realtà discografica come la nostra quando ancora avevamo il gruppo. Era esattamente quello che sognavamo al tempo e quindi, quasi inconsapevolmente, questo è quello che ci ha guidato in ogni nostra mossa.

Dal 2014, la crescita dell’etichetta si affida sempre di più alla tua gestione manageriale e alla direzione artistica di Leonardo Lombardi (ELLE), che piano piano finite col rimanere gli unici comandanti della nave in mezzo alla grande tempesta del pop. Quello che oggi rende quel che Clinica è, credo sia stata la vostra intuizione di fondare il lavoro su un marchio artistico, impresso in ogni progetto curato grazie al lavoro in studio di registrazione. Oggi non sembra più necessario, per un’etichetta che si vuol definire tale, possedere uno spazio creativo riservato: voi, in questo senso, siete rimasti “old school”…

Per noi è vitale poter seguire gli artisti già nel momento della creazione. Tutto quello che esce per Clinica viene prodotto, registrato e mixato nel nostro studio, con la nostra direzione artistica. E’ sempre stato un aspetto fondamentale per noi, ed in fin dei conti è anche uno dei lati più belli del lavoro che facciamo. Al di là del discorso strettamente artistico, poi, non è da sottovalutare il ruolo “sociale” che lo studio ha svolto e svolge ogni giorno, diventando punto di incontro, di scambio, di aggregazione: passa sempre gente, artisti, amici. Che sia per lavorare, per una festa o semplicemente per una sigaretta. E anche grazie a questo siamo riusciti a creare davvero una grande famiglia: tutti i nostri artisti si conoscono tra loro, si sentono quotidianamente, scambiano idee, collaborano, nonostante provengano (quasi tutti) da città diverse. Il nostro lavoro si basa principalmente su rapporti umani, ed avere uno spazio di questo tipo (che, di fatto, non è semplicemente uno studio di registrazione) ha aiutato tanto a costruire questi rapporti.

Il 2018, poi, è l’anno della svolta: il primo grande rientro di visibilità grazie all’azzardo del Pop It Festival; un’etichetta che si lancia nell’organizzazione d’eventi e porta nella provincia spezzina un inedito festival coinvolgendo diversi nomi importanti del panorama pop e mainstream. Insomma, un modo per dire “se la scena non si accorge di noi, noi ci facciamo circondare dalla scena”. Ed effettivamente, la popolarità del brand forse da quel 2018 ha cominciato a salire notevolmente. 

Sicuramente l’estate del 2018 è stata cruciale per la nostra crescita. E devo dire che hai colto perfettamente il punto: organizzare un festival di quelle dimensioni ci ha dato l’opportunità di interagire (in maniera di versa dal solito, da promoter in questo caso) con tutte le migliori realtà nostrane (etichette, uffici stampa, agenzie di booking, ecc.). Abbiamo organizzato il Pop It Festival non tanto per l’operazione in sé (a livello di business, intendo), ma soprattutto per aumentare la nostra rete di contatti e partner. Non è facile farsi notare quando vieni dalla provincia, e noi non abbiamo mai pensato a Clinica come ad una realtà legata ad un luogo geografico preciso: l’abbiamo sempre pensata a livello nazionale, diciamo, collaborando con realtà e artisti provenienti da tutta Italia. Il festival è stato un modo per farci notare un po’ di più, ecco. Ed effettivamente ci ha dato un bello slancio. 

Parliamo un po’ del concetto di scena, ti va? Oggi fa tanto discutere il fenomeno playlist; Spotify è un enorme contenitore che al suo interno organizza fasce riservate in cui propone le proprie preferenze: nascono così palinsesti che offrono degustazioni musicali calibrate sulle necessità dell’ascoltatore, sì, ma in fondo veicolate da terzi che ascoltano al posto tuo e decidono chi è dentro, e chi no. Ecco, un tempo la “scena” si faceva militando sui palchi, creando rapporto e scoprendo identità tra musicisti e progetti; ora sembra che la scena sia proprio quella che disegna la grande forbice di Spotify: fai parte della scena indie se finisci nella playlist di riferimento e così via. Insomma, il mondo digitale sta diventando una sorta di sottosopra (passami il lemma nerd alla Stranger Things) di quella realtà live alla quale eravamo abituati fino ad una ventina d’anni fa (forse anche meno) e che per molti, oggi è già ricordo. Ti ritrovi in questa riflessione?

 E’ difficile paragonare quello che accadeva 20 anni fa all’attuale mercato. Prima era tutto incentrato sulla produzione e vendita di pezzi di plastica – ovvero, i cd – e gli artisti erano meno in tour, perché attraverso i guadagni delle vendite stavano già bene. Prima Napster, e poi più in generale l’evoluzione tecnologica, hanno cambiato completamente il modo di fruire la musica; ci sono voluti parecchi anni (gli anni più bui, per la discografia) per accettare la cosa e cambiare modello di business. Oggi, Spotify gioca un ruolo sicuramente molto importante: è la piattaforma leader nel settore dello streaming per tutta una serie di ragioni, e uno dei suoi tratti caratteristici è proprio quello della creazione di playlist, alcune delle quali – quelle editoriali – molto seguite. Finire in una di quelle playlist – penso a Indie Italia – può svoltare la carriera di un artista, o quantomeno aiutare molto lo sviluppo del progetto; la cosa positiva è che è un sistema molto democratico (fortunatamente stiamo parlando di una società svedese, non italiana, quindi la dinamica è meritocratica, non basata su amicizie o bustarelle). Però non è vero che la realtà live sia venuta meno, anzi, negli ultimi anni tutto il settore è cresciuto molto. Semplicemente, come d’altronde è più o meno sempre stato, vai a suonare se il progetto funziona discograficamente,  se hai una fanbase, insomma. Che oggi significa anche funzionare su Spotify, ma non è colpa di Spotify. Se vogliamo trovare una capro espiatorio, quello è il pubblico stesso (che poi magari si lamenta anche della situazione): i promoter, i gestori di piccoli locali, non possono più permettersi di investire in artisti sconosciuti, perché non possono più confidare su uno zoccolo duro di pubblico appassionato che va a sentire i concerti a prescindere dal fatto che conoscano o meno l’artista proposto.

In questo senso, fa paura pensare a quanto la dinamica top-down abbia dei risvolti su tutta la gestione dello spettacolo. Vado a ruota libera e rifletto a voce alta con te, preparati: l’ascoltatore medio (quello da playlist, insomma) si sente libero nella misura in cui dispone di una grande strumento (quello del web) per accedere a qualsiasi tipo di ascolto possibile; ma poi, succede che la vastità della proposta lo spaventa, e finisce con il sentirsi libero all’interno del recinto speciale per lui costruito da un mercato che decide cosa farti arrivare, in quel recinto, e cosa no. Ti senti libero, perché nessuno ti obbliga ad ascoltare una sola canzone, ma ti viene proposta la scelta tra un centinaio di brani. Dopotutto, anche il conteggio e l’importanza degli ascolti reali si restringe a quello che la forbice di cui parlavamo prima decide di farti ascoltare, e allora quei cento brani che ti vengono messi nel recinto ricevono anche la necessaria conferma popolare, ma potrebbe essere diversamente? Insomma, dentro il recinto mi ci sono messo io (o forse, nemmeno conosco un’alternativa) e le possibilità sono due: o mangio quel che passa al convento, o esco nel bosco a vivere di caccia. Mi sembra però che la grande parte di noi continui a pascolare nelle playlist, e allora per molti artisti, pur di campare, diventa necessario rendersi spesso mangime per i polli. 

Se ci pensi, non è poi così diverso dal passato. Prima non c’era Spotify, ma le radio assolvevano (come oggi) la funzione delle playlist di cui stiamo parlando. E in generale, non credo sia poi così diverso nemmeno per le altre forme d’arte (penso ad esempio al cinema). Nel momento in cui vuoi commercializzare l’arte, entrano in gioco una serie di dinamiche che di artistico hanno ben poco, e l’arte stessa, salvo poche e rare eccezioni, non può non risentirne. L’importante a mio avviso – che poi è quello che cerchiamo di fare con i nostri artisti – è mantenere forte la propria identità, pur scendendo magari a qualche compromesso. Anche se, onestamente, abbiamo un’idea ben precisa del sound che vogliamo portare avanti, e non lo abbiamo mai fatto con l’idea di creare qualcosa di buono per le playlist Spotify. Poi quelle sono venute, e siamo contenti del supporto editoriale che stiamo ricevendo.

Da manager discografico, quanto è necessario che il prodotto di mercato debba essere anche un buon prodotto culturale, e artistico? E ti chiedo anche: oggi, le due cose, possono convivere? O c’è bisogno di uno strappo forte, da una parte o dall’altra? Sento tanti prodotti del mercato e a volte tempo che se mi trovassi di fronte un prodotto artistico non me ne renderei conto.

Credo che sia fondamentale distinguere tra un artista emergente e un artista già consolidato, mainstream. Dal punto di vista dell’emergente, è fondamentale secondo me tirare fuori musica sincera: è una condizione senza la quale difficilmente si riuscirà ad emergere, appunto. Poi, ovviamente, non è che devi per forza innovare (anche perché è difficile innovare davvero, nel pop), ma semplicemente mantenere una forte identità artistica; prendere “in prestito” qualcosina qua e la da altri artisti della scena è normale, è sempre successo e non può che essere così. Per quanto riguarda invece i big, lì il ragionamento è diverso. Le dinamiche di mercato assumono un valore differente e molto più vincolante, e quindi le scelte artistiche sono paradossalmente più limitate; azzardare un sound diverso da quello a cui la fanbase è abituata diventa anche psicologicamente più difficile, e quando inizi a pensare di più a quello che il tuo pubblico vuole, rispetto invece a quello che tu hai davvero da dire in quel momento. E a perderci, di solito, è l’arte. 

Qual è il quid che cerchi, ogni volta che apri la tua casella mail e ti dedichi agli ascolti? Cosa deve avere un artista per convincerti, e sulla base di cosa calibri la ragionevolezza di un investimento discografico?

Non c’è una formula magica, si va principalmente ad intuito. Anche perché il 99% della roba che ci arriva per mail è roba fatta male, registrata in casa con pochi mezzi (spesso direttamente col cellulare), auto-prodotta. Quindi devi lavorare molto di fantasia, cercando di vedere in prospettiva. Un aspetto fondamentale è la sincerità, e poter riuscire ad individuare in pochi secondi una forte identità artistica, qualche segno distintivo particolare, unico. Poi – ma questa è un’analisi che si fa in un secondo momento – è fondamentale la mentalità, l’attitudine. Senza quella, non si va da nessuna parte.

E poi, una volta che ti convince, cosa succede? Svelaci un po’ il lavoro che si fa dietro le quinte.

Si diceva prima dell’importanza del rapporto umano. La prima cosa che facciamo con gli artisti che ci convincono è fissare un appuntamento in studio per conoscersi e parlare un po’ di tutto. Poi facciamo una prova di produzione su un pezzo, per capire cosa può venire fuori, se convince noi e anche l’artista, ovviamente. Una volta capito che sia l’aspetto artistico che quello umano sono ok, si parla dei dettagli, contratti, ecc. E se si supera anche la fase “formale”, si inizia a ballare.

Ecco, ma quante proposte ti arrivano al giorno? Nel senso, ormai la musica non passa più dagli studi di registrazione, tutti possiamo allestire una realtà homemade nella nostra stanza e questo moltiplica l’accessibilità alla produzione e poi al mercato stesso della musica. Facendo un pò il verso a tante esperienze low-fi degli anni Novanta, tante realtà discografiche hanno investito sul fascino delle low production. Insomma, viviamo una realtà in cui tutti sono produttori artistici e nasce un’etichetta al giorno (che spesso coincide con lo stesso produttore artistico che è anche l’unico artista del roster e manager di sé stesso); che fine farà, secondo te, la professione, quella vera, in un mondo di improvvisati?

 In un mondo di improvvisati, i professionisti rimangono gli unici professionisti, e quindi saranno gli unici a continuare la professione. Poi, qualche improvvisato (come di fatto eravamo noi, all’inizio) riesce nel tempo ad acquisire consapevolezza e a costruirsi una professione. Però non succede spesso, ecco. Comunque ci arrivano tra le 50-100 proposte a settimana, ma in buona percentuale roba inconsapevole, per dirla in maniera carina. 

Ora vanno tanto le dirette streaming, che sembrano essere dei palliativi dalla durata limitata a cui il mondo della musica sta ricorrendo per non perdere il contatto col pubblico. Ma basteranno a tamponare la ferita? E soprattutto: lo sharing di tante proposte di questo tipo equivarrà, alla fine dell’inferno, ad un ripopolarsi dei club, dei locali e dei palchi emergenti? 

 Di solito dopo periodi di forte crisi o di guerra prolungati, uno dei settori che riparte sempre alla grande è quello dell’intrattenimento. Spero sarà lo stesso questa volta, passato l’incubo COVID-19. Vedo tanta gente – sui social, ovviamente – rimpiangere concerti ed eventi: spero di ritrovarli tutti sotto i palchi tra qualche mese, quando si potrà. In ogni caso, non so come ne uscirà il nostro settore da questa situazione. Saremo gli ultimi a ripartire, e molti non ce la faranno a sopravvivere a un anno (o quasi) di inattività. Sono abbastanza preoccupato, non per noi, ma per il mercato. E per l’Italia in generale.

Il dramma in corso sta cambiando completamente le carte in tavola: artisti affermati che auto-sabotano le proprie uscite, operatori di settore ignorati da un sistema che non ha mai forse riconosciuto ai lavoratori dello spettacolo la dignità che meritano, artisti emergenti che lottano per non essere dimenticati con tutti i mezzi a disposizione. Quanto ha stravolto tutto questo i piani di Clinica Dischi? E sopratutto come state gestendo la cosa? 

Beh, diciamo che era un momento particolarmente positivo per noi, non ci voleva una battuta d’arresto del genere proprio ora. Ha sicuramente scombussolato tutti i piani – come quelli di tutta Italia, d’altronde -, ma nel nostro caso, fortunatamente, nemmeno troppo: avendo lo studio nostro, occupandoci noi anche della promozione, i costi non sono poi così alti, e questo ci permette di continuare a fare uscire musica e dare continuità al calendario, senza per forza aspettare il momento in cui si potrà tornare in tour (come invece deve fare la stragrande maggioranza degli artisti). Ovviamente è tutto molto più faticoso, il momento del live è fondamentale per la crescita di ogni artista. Abbiamo dovuto rimandare a data da destinarsi tanti tour, e alcuni artisti ne stanno risentendo più di altri. Penso a cmqmartina: siamo usciti col disco il 28 febbraio, due settimane prima del lock down. Tour nei club in primavera, super festival già chiusi per l’estate. Tutto saltato. E’ abbastanza frustrante. Però la cosa positiva è che i nostri artisti in questa quarantena hanno quasi tutti scritto il disco nuovo. Quindi abbiamo un sacco di materiale da buttare in produzione, e fare uscire tanta musica sarà il nostro modo di combattere questa brutta situazione. È l’unico modo che conosciamo, d’altronde. In attesa di poter tornare sui palchi. 

La scuderia Clinica è tanto variegata: dalla dance al cantautorato, dal pop mainstream all’indie psichedelico. Cosa rende unitario tutto questo, qual è il filo rosso che collega i vari segmenti della visione?

Abbiamo volutamente cercato di costruire un roster che fosse il più possibile eterogeneo, evitando sovrapposizioni ma cercando allo stesso tempo di portare avanti la nostra idea di sound e produzione, così come si è sviluppata soprattutto negli ultimi due anni. Ovviamente, rispettando l’identità dei singoli artisti, che sono anche molto diversi tra loro. Però, di fatto, il team che sta dietro è sempre il solito per tutti, e questo credo faccia già di per sé da filo conduttore.

 Non ti faccio la domanda scomoda su quale sia l’artista su cui puntare nel roster Clinica, ma perché proprio APICE?

 Eccolo, il solito narciso pelato.

 Ti saluto dicendoti che ti voglio bene. E che spero, presto, di riabbracciarti in studio.

 Tornerà il tempo degli abbracci.  Ti voglio bene anche io.

 

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