“LONDRA è SEMPRE STATO UN LUOGO DOVE ACCADONO LE COSE. SAPEVO SOLO CHE DOVEVO ARRIVARCI”. L’INTERVISTA A JAMES RIGHTON (EX KLAXONS)

 
19 Maggio 2020
 

Reduce dall’ottimo esordio da solista, il trentaseienne di Stratford-upon-Avon ex Klaxons sta raccogliendo, con merito, le lodi che da ogni parte si tessono per “The Performer” (LEGGI LA RECENSIONE) un album con il quale James Righton, tra collaborazioni importanti e scrittura autobiografica, ci trasporta in un meraviglioso mood indie-pop a tinte lounge rock.

Con l’occasione noi di IFB abbiamo scambiato due chiacchiere via e-mail con James per farci raccontare tutto ciò che ha portato alla creazione del suo fantastico debutto da solista.

Ciao James, come stai? In primo luogo, volevo dirti che sono molto contento di fare questa chiacchierata con te perché – oltre a confessarti di aver distrutto diverse puntine del mio giradischi con “Myths of the Near Future”ritengo che il tuo ultimo disco sia veramente una bomba, mi è piaciuto tantissimo ed ho anche avuto la fortuna di recensirlo. Mi pare che i riscontri siano molto positivi, che sensazioni hai?

Sto bene grazie. Sì, in effetti la gente sembra aver accolto bene l’album. È bello sapere che hai toccato le persone in qualche modo. Quando stai per pubblicare un disco non puoi mai sapere come andrà. Il destino di un album è sempre fuori dal controllo degli artisti ma sono felice che questo album sia stato ben accolto poiché è il mio primo vero lavoro da solista.

Mi è piaciuta molto anche la copertina, una figura elegante che nasconde lo sguardo da questo bagliore. C’è qualcosa di misterioso dietro? La prima frase di “The Performer” dice “E’ tutto un mistero”. Come è nata l’idea e perché il titolo “The Performer”?

Uno dei temi del disco è l’identità e il tentativo di scoprire veramente chi sei. Quando stavo scrivendo l’album mi sono reso conto di come la mia vita di tutti i giorni e quella del “palco” diventavano sempre più distanti. Penso che tutti noi rappresentiamo molte versioni di noi stessi ed è proprio questo che volevo esplorare nell’album. L’altro giorno ho letto una bella citazione di Bob Dylan nella quale diceva che andava in tournée non per “ritrovarsi” ma per “crearsi”. Questo è il senso per me e anche di “The Performer”.

Il sound dell’album è differente dalle tue precedenti esperienze. L’ho trovato sicuramente più maturo e profondo. Quali sono state le tue ispirazioni e se c’è stato del materiale che hai scartato.

Ti ringrazio. Era chiaro sin dall’inizio su come volevo che suonasse questo disco. Volevo che il disco fosse “snello” e messo ben a fuoco. Volevo che la voce fosse diretta e con poche armonie, che il basso si muovesse e tutto ciò che entrava ed usciva dal mid range non stancasse l’orecchio degli ascoltatori. “Abbey Road” è stato un grande riferimento. Ho sempre amato il fatto che puoi ascoltare ogni singola componente dei “Beatles” in modo così chiaro. È un disco dal suono eccezionale, senza orpelli. No, non c’è niente che ho scartato, di solito non finisco mai le canzoni sulle quali perdo interesse.

Ci sono molte parti con il sassofono. In “The Performer” mi ricorda molto il sound di Kirk Pengilly degli Inxs. Come è nata la collaborazione con Jorja Chalmer?

Ho trascorso 2 giorni a registrare nello studio di Bryan Ferry. Volevo davvero che ci fosse il sassofono nell’album e quindi ho chiesto al figlio di Bryan se Andy Mackay suonava ancora. Mi ha risposto di no e mi ha raccomandato Jorja che era in tour con Bryan. L’ho chiamata ed è venuta nel mio studio dove ha trascorso un paio d’ore a suonare le canzoni sulle quali volevo il sassofono. Già nella mia testa sapevo cosa volevo che suonasse, quindi è stato molto veloce. È un’incredibile musicista ed anche il suo album solista è eccezionale.

L’album è stato registrato tra il tuo studio di casa e lo Studio One di Brian Ferry, quindi, con il prezioso aiuto di James Ford. In realtà, sono tanti i nomi che figurano tra i collaboratori. Oltre a Jorja Chalmer, ci sono Sean O’Hagan e Josephine Stephenson. Pezzi da novanta. Come è nata la loro collaborazione.

Con James Ford lavoro dai tempi di “Myths of the Near Future”. È un vecchio amico ed è difficile trovare un produttore migliore. Ho chiesto a James di suonare la batteria perché è anche uno dei miei batteristi preferiti. Ha anche suonato il basso in un paio di tracce. Sa suonare qualsiasi cosa meglio della maggior parte delle persone che conosco! Sean O’Hagan mi è stato presentato da Andy degli Stereolab che gestisce lo studio in cui ho registrato la batteria. Andy ha ascoltato le demo e mi ha detto che la musica sarebbe arrivata a Sean il quale ha finito per scrivere interessanti arrangiamenti per 4 brani. Josephine era nella mia band dal tour con i Shock Machine. Probabilmente è la migliore musicista completa che conosco e fare un disco è stata una scusa per passare del tempo con lei!

Hai suonato il wurlitzer nell’ultimo album degli Arctic Monkeys, “Tranquility Base Hotel & Casino”. Brani come “Devil is Loose” riprendono molto le sonorità di quel disco, non credi? Come è stato lavorare al fianco di un big come Alex Turner?

Incredibile, ho finito “The Performer” prima ancora di iniziare a lavorare a “Tranquility Base Hotel & Casino”! Ci vuole tanto tempo per sistemare i vari aspetti noiosi dell’industria discografica e quindi l’album è stato pubblicato solo ora! Comunque penso che “Tranquility Base Hotel & Casino” sia il miglior album di Arctic Monkeys. La sceneggiatura, i testi di quel disco sono incredibili ed è stato un grande farne parte.

Uno dei miei brani preferiti dell’album è “Heavy Heart”, bella davvero. Ci puoi spiegare il significato della frase “With a heavy heart I let you go”/”From an island that I used to know”.

Ti ringrazio. Ho scritto quella canzone in un momento difficile della mia relazione e nel periodo della Brexit. Mi sentivo molto stanco della politica del mio Paese. Mi sono sempre sentito più europeo che britannico e ancora non posso credere al fatto che stiamo lasciando l’Unione Europea.

Quale traccia invece preferisci, quella a cui sei più legato e perchè?

Difficile da dire ma immagino “Edie” per ovvie ragioni.

Sei nato a Stratford-upon-Avon, città natale tra l’altro di Shakespeare, mentre ti sei trasferito a Londra giovanissimo. In che misura hanno influito questi due luoghi nel tuo bagaglio musicale?

Stratford è un posto tranquillo ma molto strano con credenze molto conservatrici e non è per niente la città artistica che dovrebbe essere. In pratica volevo scappare da Stratford il prima possibile. Londra è sempre stata un luogo dove accadono le cose. Sapevo solo che dovevo arrivarci. Londra si sente cosmopolita. Forse per questa ragione non mi sono mai sentito davvero inglese e ho sempre amato di più l’Europa.

A proposito, sei a Londra in questo momento? Credi che il governo di Johnson abbia gestito bene la situazione di emergenza sanitaria che stiamo vivendo?

Si, sono a Londra. Penso che il Governo abbia agito troppo tardi. Penso che per anni abbiamo trascurato il nostro NHS ed è per questo motivo ancora non siamo stati in grado di far fronte alla pandemia. Mi vergogno del mio Governo.

“Edie”, canzone bellissima, è dedicata alla tua primogenita. Come state vivendo in famiglia questa situazione tu e Keira? Come passi le giornate, stai già lavorando ad un nuovo materiale?

Al momento passo il 99% del tempo a studiare a casa, cucinare e far da mangiare ai bambini. È dura ma non siamo mai stati così vicini come una famiglia il che è prezioso. Sono anche riuscito a scrivere molti brani nelle ultime settimane. Mi sento molto ispirato. C’è molto da scrivere. Sto scrivendo i testi prima ancora di toccare uno strumento ed è una cosa che non avevo mai fatto prima e sto scoprendo che questo è un modo molto divertente e interessante di lavorare.

Hai avuto modo di lavorare anche per il cinema e per il teatro. Ci racconti di queste esperienze e se in futuro potranno ripetersi?

Mi piace, ma è totalmente diverso dal fare un disco. Ci sono così tante persone coinvolte nel cinema/teatro che il tuo compito principale è quello di compiacere a queste persone e migliorare la produzione. È molto meno libero e molto più collaborativo. Mi piace però la sfida e la trasferisco sempre nei miei dischi solisti.

Ho letto da qualche parte che Keira ha avuto un ruolo fondamentale dopo lo scioglimento dei Klaxons perché avevi pensato di smettere quando poi invece è nato il progetto Shock Machine. E vero?

Totalmente. Credeva in me quando avevo io smesso di credere in me stesso.

Di solito a noi di Indie For Bunnies ci piace chiudere le interviste con due domande. La prima se hai qualche nuova band o musicista interessante da suggerire ai nostri lettori?

La seconda ed ultima se puoi scegliere una tua canzone da usare come soundtrack di questa intervista?

“Don’t Hang Up” dei 10cc. Ho appena scoperto questa canzone. È incredibile.

Prima di concludere davvero, ti posso far promettere che quando sarà finita questa emergenza verrai in Italia con il tuo live?

Diavolo sì! L’Italia è il mio Paese preferito e devo suonarci al più presto.

Grazie mille James, alla prossima.

Photo credit: Sophie Rudolph / CC BY-SA

 

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