THE PSYCHEDELIC FURS: LA TOP 10 BRANI

 
di
21 Maggio 2020
 

di And Back Crash

Gli Psychedelic Furs sono uno dei tanti gruppi inglesi formatisi nel 1977 a Londra durante l’ondata punk, certamente uno dei più particolari. Il loro post-punk venato di tinte psichedeliche (nomen omen) discende tanto dal rock rituale dei Velvet Underground che dall’esuberanza glam di Marc Bolan e Roxy Music, e si compenetra alla perfezione con l’art-punk dei maestri Television, Fall e Wire. A luglio uscirà il loro primo album da quasi 30 anni a questa parte, e noi ne ripercorriamo la carriera con 10 brani in ordine cronologico.

10- SISTER EUROPE

1980, da “The Psychedelic Furs”

L’omonimo album d’esordio fa bella mostra di tutto il canone della loro arte: un minaccioso disco-punk sgualcito dalla voce rauca di Richard Butler ma ammorbidito da un soffice accompagnamento di sassofono. “Sister Europe”, una nevrotica trenodia in umore gotico, viene ingentilita dal sensuale arrangiamento degli inserti melodici.

9- IMITATION OF CHRIST

1980, da “The Psychedelic Furs”

“Imitation of Christ” è una gemma pescata dal mazzo delle ballate che li faranno ricomprendere tra i padri fondatori della neo-psychedelia anni ‘80 insieme a Soft Boys, Echo & the Bunnymen e Teardrop Explodes. Il passo jangle-pop preconizza R.E.M. e Smiths, la coda acida lo space-rock psichedelico di Spacemen 3 e Spiritualized.

8- DUMB WAITERS

1981, da “Talk Talk Talk”

I primi due album sono unanimamente considerati i più significativi di tutta la discografia, con preferenze squisitamente soggettive per l’uno o per l’altro. “Talk Talk Talk” registra il motore con qualche goccia di sonorità new wave in più: l’ouverture è affidata a “Dumb Waiters”, un fantasioso baccanale alla loro maniera, e funge da apripista ad una frenetica successione di piccoli gioielli.

7- SHE IS MINE

1981, da “Talk Talk Talk”

In coda, “She Is Mine” si concede infine a vibrazioni più carezzevoli, con i voluttuosi contrappunti di sax ad incorniciare un’opera compiuta e coesa, ma già proiettata verso la svolta più accessibile dei lavori seguenti.

6- PRESIDENT GAS

1982, da “Forever Now”

“Forever Now” è l’album che sbilancia la carriera degli Psychedelic Furs verso territori più pop-rock, scolorendo le artigianali trame “sixties” con un gusto più deciso per il sound artificiale “eighties”. “President Gas” è però uno spettacolare omaggio ai primi due dischi, un boogie stentoreo nobilitato da un teatrale inciso strumentale. Il sornione Butler, in grande spolvero, studia da pop-star, e per qualche periodo quasi riesce a conseguirne il diploma.

5- LOVE MY WAY

1982, da “Forever Now”

L’altro regalo al vecchio pubblico è “Love My Way”, forse il brano più amato, con il memorabile xilofono a infiocchettare una delle loro atmosfere più lascive e azzeccate. Con questo mezzo capolavoro, ponte fra post-punk, new wave e synthpop, si chiude virtualmente la fase più creativa e influente della loro parabola.

4- THE GHOST IN YOU

1984, da “Mirror Moves”

Parabola commerciale che però decolla alla grande con il seguente “Mirror Moves”, ormai da ascriversi al filone new wave più irriguardosamente pop, insieme alla truppa composta da Japan, Ultravox, Simple Minds et similia. La ballata sentimentale “The Ghost in You” ne annuncia la solenne conversione in un brodo di svenevolezze, ma la classe è quella di sempre (tanto che gli Strokes la citeranno 36 anni dopo in “Eternal Summer”).

3- HEAVEN

1984, da “Mirror Moves”

Il grande successo di “Mirror Moves” è però la torrenziale “Heaven”, uno dei ritornelli più indimenticabili di quegli anni e uno dei loro capolavori. Il resto dell’album fila via sfavillante e senza particolari cadute di stile, ma gli Psychedelic Furs sono diventati a tutti gli effetti un altro gruppo.

2- PRETTY IN PINK

1986, da “Pretty in Pink OST”

Già presente su “Talk Talk Talk”, la celebre “Pretty in Pink” venne registrata nuovamente per figurare nella colonna sonora dell’omonimo film (in Italia “Bella in rosa”), appartenente al filone americano del “Brat Pack”. Disseminata anche tra gli adolescenti, la popolarità della band è al suo culmine.

1- HEARTBREAK BEAT

1987, da “Midnight to Midnight”

Se gli ultimi due lavori, pur concedendosi alle folle, avevano mantenuto livelli di creatività più che accettabili e si facevano ancora ascoltare con piacere, “Midnight to Midnight” cerca di vendere l’anima al diavolo ed è l’album peggiore della carriera. Ironia della sorte, da quel pastrocchio indegno uscì fuori il singolo di maggior successo, “Heartbreak Beat”, ballatona alla maniera dell’AOR romantico che imperversava negli stadi di mezzo mondo. Da nuovi Velvet Underground a epigoni degli INXS è un attimo.

Pur senza toccare i pessimi livelli di “Midnight to Midnight”, gli Psychedelic Furs rilasciarono altri due lavori lontani parenti degli oscuri fasti degli esordi (“Book of Days” del 1989, “World Outside” del 1991). Anche il successo di classifica andò scemando e il gruppo si sciolse all’indomani dell’ultimo fiasco. Per un po’ Richard Butler e il fratello Tim provarono altre carriere, fondando i Love Spit Love (noti in Italia per la cover di “How Soon Is Now?” degli Smiths, utilizzata a fine anni ‘90 come sigla della serie TV “Streghe”) e poi tentando le vie soliste, senza più alcuna fortuna. Recentemente rivalutati, nel 2017 il loro nome è tornato a circolare grazie agli utilizzi di “The Ghost in You” e “Love My Way”, rispettivamente nelle colonne sonore della serie “Stranger Things” e del film di Luca Guadagnino “Call Me by Your Name”, fino all’annuncio dell’uscita dell’ottavo album, “Made of Rain”, atteso per questa estate. E noi ci auguriamo che sia un ritorno in grande stile.

 

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