FONTAINES D.C.: LA FILASTROCCA IRLANDESE CHE HA RISVEGLIATO IL POST-PUNK.

 
7 Giugno 2020
 

I Fontaines D.C. sono il fiore all’occhiello della nuova scena post-punk hardcore di fine anni ’10. Dentro la loro musica troviamo tanto del passato, ma anche molto di nuovo da scoprire. Poesia, rabbia, problemi sociali e cultura del sottobosco irlandese.
L’autenticità è la vera cifra di questa band, così come la voce del suo frontman Grian Chatten, il suono che trasmette con le sue parole dà un senso di reale, di pura realtà.
Una realtà con cui fare i conti.

Dalle ceneri carbonizzate del punk, in Irlanda, è sbocciato un fiore fresco e vigoroso. Esiste un movimento che si configura come una nuova scena post-punk con, a seconda dell’esponente, venature e connotazioni hardcore oppure noise. All’interno di questo nuovo movimento, diciamo sì revival, ma con un occhio puntato in avanti nel futuro, rientrano a pieno titolo i Fontaines D.C. La nuova scena post-punk hardcore ha un cuore anglossassone (IDLES e Shame in Inghilterra) e si espande per ora nel nord Europa (Viagra Boys, Svezia) con una interessante evoluzione in Irlanda, più precisamente a Dublino con i Girl Band, The Murder Capital e i Fontaines D.C. Delle band sopra citate i Fontaines D.C. risultano i più punk rock insieme agli Shame e The Murder Capital, i cugini Girl Band hanno tendenze più sperimentali e sfociano nel noise, IDLES e Viagra Boys sono più violenti e vicini a sonorità hardcore.

Dalla poesia alla musica: la genesi di una nuova band

Carlos O’ Connell, Conor Curley, Conor Deegan III, Grian Chatten e Tom Coll, i cinque componenti dei Fontaines D.C., si incontrano per la prima volta da studenti al “British and Irish Modern Music Institute” di Dublino e la calamita che li attira uno all’altro fino a formare un gruppo coeso è l’interesse per la poesia. Il piccolo collettivo ancora senza nome produrrà infatti due raccolte di poesie, la prima ispirata ai poeti e scrittori americani della beat generation, come Kerouac e Ginsberg, intitolata “Vroom” la seconda più vicina alle loro radici culturali, ispirata ai poeti irlandesi Kavanagh, Joyce e Yeats, intitolata “Winding”.

Grian Chatten, il frontman della band, ha madre inglese e padre irlandese, nasce a Barrow-in – Furness, nel nord ovest dell’Inghilterra, per poi approdare a Dublino ancora bambino. Carlos O’Connell, il chitarrista solista, è invece spagnolo, nato e cresciuto a Madrid. Gli altri tre componenti della band: Conor Curley, il chitarrista ritmico, Conor Deegan III, il bassista, e Tom Coll, il batterista, sono tutti e tre irlandesi.
Il “British and Irish Modern Music Institute” dove i Fontaines D.C. si conoscono e studiano, si trova nel quartiere Liberties di Dublino, centrale e caratteristico rione situato nella parte sud-ovest della città, un quartiere fiero e operaio dove si respira un’aria malinconica e violenta.

“Liberty Belle” e il tessuto sociale urbano

Senza dimenticare cosa li ha spinti uno verso l’altro, il gruppo riesce a incanalare le proprie idee e le proprie capacità nella musica. Quello che ne esce è una canzone: “Liberty Belle”, con la quale rivendicano da subito
un’appartenenza sociale e culturale di quartiere, e un’appartenenza artistica musicale a quel post- punk urbano così indicato a rappresentare i quadri realistici e taglienti di una working-class dublinese ancora viva e sofferente.

Johnny Fontaine

I 5 ragazzi, poco più che ventenni, decidono di dare come nome alla propria band “Fontaines”. In testa avevano Johnny Fontaine, il figlio di Vito Corleone ne “Il padrino” di Puzo e Ford Coppola, il godson dedito al canto e allo show. Siamo all’inizio del 2017, “Liberty Belle” nascerà nel mese di maggio. Ai ragazzi di Liberties piaceva l’idea di trasmettere un’impressione di malavitosi, in un immaginario in realtà più vicino ai “Peaky Blinders” dell’era Netflix che ai mafiosi siculo-americani. L’aurea artistica della band tuttavia non rimanda a scenari del genere, se non in maniera molto marginale e comunque sempre riferita alla lotta di classe e alla voglia di emergere.

My childhood was small / But I’m gonna be big” (“Big” – Dogrel 2019)

Purtroppo per loro esiste già una band in California che si chiama Fontaines e così i Fontaines di Irlanda propendono per aggiungere le iniziali D.C. in coda al nome: nascono i Fontaines D.C. (Dublin City).

Il primo disco: un contenitore naturale

Il disco arriva in modo naturale, emergono dei brani come un’urgenza di fissare un’immagine, un’idea su un supporto duraturo. “Dogrel” vuole inquadrare la genesi di questo percorso, dargli un nome, fare da cappello e cercare, con successo, di creare un’opera organica credibile. L’album è stato quasi integralmente registrato in “one-take”, per essere il più possibile vicino allo spirito dei Fontaines D.C., al loro naturale approccio alla musica, con tutte le sbavature, i piccoli e bellissimi errori. Si è cercato di registrare in studio l’anima delle canzoni, di cogliere il momento in cui queste si manifestano come un’epifania durante l’esecuzione corale dal vivo.
Molti dei brani contenuti in “Dogrel” sono sostanzialmente poesie recitate, delle filastrocche. Dogrel nell’inglese del 1300 significava proprio questo, una filastrocca volgare e sciocca I primi 7 brani di “Dogrel” sono i più riusciti. Le restanti 4 tracce sono molto gradevoli, ma spiccano e si differenziano un po’ meno; rimane sempre quella grandissima personalità, pregio prezioso, che riesce a far emergere l’anima di ogni brano con assoluta semplicità.
Partiamo proprio da questi ultimi 4 brani: “Chequeless Reckless” è una critica sociale al capitalismo e a quello che ci fa diventare, un brano dal ritmo incalzante, la pronuncia irlandese di Grian qui è molto forte, e ci sta proprio bene.

“Liberty Belle” è il loro brano d’esordio, la genesi assoluta del progetto Fontaines senza nemmeno “D.C.”. Un pezzone punk sulla vita di quartiere con delle piacevoli zaffate d’aria calda californiana provenienti dalle chitarre. Il calore si diffonde e irradia piacevolmente il brano, così come succede anche in “Television Screens”.
In “Boys In The Better Land” aleggia la Brexit e il puro desiderio umano di sentirsi parte di qualcosa. Il videoclip mostra un Grian Chatten che gioca un po’ a fare il piacione finendo per ricordare il primo Alex Turner.
“Dublin City Sky” è una degna chiusura in ballata con tanto di omaggio a Dublino.
I primi 7 brani di “Dogrel” sono un vero tornado. “Big” è un pugno in faccia che ti sveglia all’istante.
In “Sha Sha Sha” riecheggiano le lezioni dei The Cure e si sentono dentro anche i Clash.
“Too Real” è un capolavoro.
“Televion Screens” è punk collegiale con tanto tanto tanto contenuto.
“Hurricane Laughter” ti sradica dalla sedia e ti lancia in aria.
“Roy’s Tune” si piega su sé stessa e se siete delle persone empatiche non potete che piangere.
“The Lotts” rimanda alla primissima ondata post-punk inglese dei primi anni ’80, le chitarre strizzano l’occhio ai Joy Division e agli Smiths.

Questo disco ha ovviamente dentro tanto del passato, ma la sua forza e il suo vero valore è essere un nuovo aggiornamento, un passo avanti per il rock. Trapelano ascolti massicci post ’77 e, pur esibendo un sound di rottura con la musica tradizionale irlandese, riecheggiano i primissimi Pogues del 1984, quelli di “Red Roses for Me”, anche loro, come Grian Chatten, mezzi irlandesi-mezzi inglesi.
Ascoltando i Fontaines D.C. si prova quell’eccitazione di quando ci si trova di fronte a qualcosa di prodigioso che finalmente si sta muovendo con forza in una nuova direzione.

Dublino e sentimento irlandese

Nelle tracce di “Dogrel” appaiono quadri di Dublino vividi e sporchi: persone che discutono all’angolo di una strada, i rumori della città, dei veicoli che l’attraversano, la pioggia battente. Puoi vedere le strade umide di Dublino, i mercati con le bancarelle colorate e le luci nel buio. Le immagini sono vivide e trasmesse tramite una comunicazione efficace e diretta, semplice, Spesso Grian Chatten predilige non un vero e proprio spoken word, ma una potremmo dire
enunciazione cadenzata. Grian recita i suoi versi con la consueta caratteristica pronuncia spiccatamente irlandese, come se camminasse con cautela sopra il tappeto strumentale. Questo modo di esprimersi di Chatten riflette probabilmente l’urgenza di musicalizzare quelle liriche viscerali più assimilabili al mondo letterario che musicale.
L’aria che si respira nelle parole di Grian è quella di Joyce e di Yeats. I brani più rappresentativi di questo discorso sulla familiarità e l’appartenenza alla storia e alla cultura dublinese sono “Big”, “Roy’s Tune” e “Dublin City Sky”, quest’ultima traccia ad esempio racconta splendidamente come lo spirito bohemien tipico della città sia stato a poco a poco schiacciato e ucciso dal peso della gentrificazione capitalista.

Grian Chatten: un vuoto che può raccontare tutto

C’è un vuoto nella voce piacevolmente dissonante di Grian Chatten. Quella voce inizialmente fastidiosa è la guida essenziale nel mondo dei Fontaines DC.

Is it too real for ya?” (“Too Real” – Dogrel 2019)

Too real. Il brano è un po’inconsapevolmente il manifesto stesso della band. La voce di Grian è senza filtri, ti arriva direttamente così com’è. Le parole che pronuncia, che strascica, che grida, sono piene di un significato semplice, ma profondo, un significato che ti arriva, ti raggiunge fino in fondo proprio perché reale, sia nella sua natura sia nel mezzo usato per trasmetterlo.
È un’esperienza coinvolgente e toccante.
È incredibile come sia semplice e trasparente la loro arte.

I Fontaines D.C. sono davvero una forza naturale in uno scenario musicale per molti versi artefatto
e sintetico.

Gestione dell’entusiasmo e confronto con le aspettative

La ricezione del primo disco è stata davvero veloce e il successo dilagante. Parliamo di un gruppo che nell’arco di tempo di due anni si è formato dal nulla e ha sfornato un disco insignito del riconoscimento “Album of the year” di Rough Trade e di BBC Radio 6 Music. La vita ha cominciato a correre molto veloce per la giovane band dublinese, e i suoi membri ora si trovano a dover fare già i conti con l’essere degli artisti di professione impegnati in tour oltreoceano e pressanti interviste giornalistiche.

Il tour nord americano condiviso con gli IDLES nel 2019 è stato un vero banco di prova, ci sono stati momenti di difficoltà, ma anche una presa di coscienza reale di quello che si stava facendo, di cosa stava accadendo là fuori. Una prova di maturità passata a pieni voti. Essere in tour con una band più esperta è stato molto fruttuoso. Un giorno che Grian Chatten si sentiva davvero giù di morale, completamente frastornato da tutto, Joe Talbot, frontman degli IDLES, ha dedicato una giornata al giovane collega portandolo in giro per la città e comprandogli una nuova camicia. Un bel gesto che è servito per fare riemergere e dare la priorità a quell’umanità universale e semplice
che Grian non riusciva più a vedere in quel momento.

Essere autentici, essere consapevoli che la gente ci ama per quello e avere paura di cambiare, di non essere più se stessi, di perdersi senza rendersene conto. Questa è la vera paura che accompagna il frontman Grian Chatten.
Ricevere molte attenzioni, avere sempre gli occhi addosso non è facile per chi cerca di rimanere sempre sé stesso. Per chi non desidera altro che rimanere sé stesso.

I Fontaines D.C. con il loro primo disco hanno provato a lanciare un sassolino per vedere cosa succedeva, ma non sapevano, non si rendevano conto di essere così in alto da creare subito un gran bel casino. Un rumore molto forte.
Uno schianto sonoro che ora sta vibrando in ogni angolo del pianeta.

 

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