“TI VA SE ANDIAMO A MANGIARE UNA PIZZA ALL’USCITA DEL DISCO DI SGRò?”: UN’INTERVISTA (IN DIFFERITA) A SGRò

 
16 Giugno 2020
 

Scoprii Sgrò all’uscita del suo primo e unico singolo fin qui pubblicato, e mi innamorai subito della sua capacità narrativa quasi cinematografica, tutta veicolata da una spiccata abilità nel fotografare emozioni, mettendole in fila come fotogrammi sbiaditi di un montaggio impossibile, che segue le regole del cuore e non quelle dei manuali di cinema.

Poi si sa, la pigrizia e la tendenza alla continua procrastinazione – oltre che una decisamente spiacevole predisposizione all’ammirazione silenziosa, capace di esprimersi solo attraverso like sterili e segui di cortesia – mi ha portato a rimandare ad un secondo (che poi sarebbe diventato terzo, poi quarto e via così…) singolo il momento in cui avrei scritto a Sgrò per dirgli “che bello il tuo secondo (o terzo, o quarto e via così…) singolo, ma sappi che io sono tra i tuoi fan della prima ora, ti seguo dai tempi di “In Differita”!“. Il destino però – che si sa, dispone di mazzi truccati e vede la tua mano ancor prima che tu possa giocarla – ha deciso, qualche settimana fa, di mettermi di fronte alla possibilità di realizzare i miei due sogni di questa passata quarantena: smetterla di procrastinare cose (in generale) e intervistare Sgrò.

Sì, perché Sgrò non lo sa (altrimenti, forse, non avrebbe accettato di rispondere alle mie domande da stalker professionista), ma io due chiacchiere con lui volevo farmele da troppo tempo per poter declinare la proposta d’intervista avanzata dalla redazione di Indie For Bunnies; il risultato, è una chiacchierata in differita in cui il buon Sgrò mi fa la morale perché non ho saputo perdonare a Bianconi di aver rimandato l’uscita del suo primo album da solista.

In aggiunta ha detto anche tante altre cose, che vi faranno innamorare di lui se ancora non lo avete – colpevolmente – scoperto.

Sgrò, non mi chiedere il perché, ma l’onomatopea nascosta in piena vista nel tuo nome mi fa venir voglia di scrollarmi la schiena, come a voler levarmi dalle spalle un po’ di polvere accumulata. Quanto ti ha aiutato un brano come “In Differita” a levar via un po’ di peso dal cuore? 

A dire il vero non saprei. Non penso abbia levato via qualcosa. Non penso che una canzone possa tirar via il peso dal cuore. Per me una canzone è, forse, l’opposto, è fermare, è testimoniare un fatto, renderlo storico, dargli un peso, un’identità. Una scrittrice che amo molto un giorno disse a un critico suo amico che scrivere è rubare il tempo anche alla felicità. Ora, detta così, sembra uno di quegli aforismi che si leggono sotto le foto dei gattini, invece è una frase che ha le mani sporche, perché quella scrittrice che amo si è sporcata un bel po’ e ha fatto una vita che, se si può dire, mi sembra più vita di molte altre vite, sicuramente più della mia. Eccoti una frase alla Osho: il peso dal cuore non te lo toglie la scrittura, te lo toglie il tempo che passa.

“In Differita”, uscita agli inizi di una quarantena che allora non faceva così paura, sembra cantare quello che, nei mesi successivi alla pubblicazione, è successo: “amarsi in differita” è diventato un concetto esperito da tanti italiani. Ti sei sentito un po’ Nostradamus, o pensi di aver dato voce a quell’incomunicabilità che – da sempre, nella storia emotiva dell’uomo – crea distanze, Covid o meno? 

Prima Osho, ora Nostradamus. Allora confermo i panni del profeta e del santone dicendoti che il giorno che è uscita “In Differita” è stata proclamata l’emergenza sanitaria e, dopo una ventina di giorni, il giorno che è uscito il suo videoclip, a Bologna, alle 13, ha nevicato. Era il 26 marzo. Ad ogni modo, mi sento continuamente in differita, ma anche tu lo sarai, e forse lo sarà anche il gatto dei vicini al piano terra. Siamo sempre in differita rispetto a qualcosa. In differita rispetto alla propria età, al proprio corpo che cambia, alle proprie amicizie, alle relazioni e a mille altre cose. Io, ultimamente, mi sento in differita rispetto alla fase 3. Ho il cuore e la testa ancora che oscillano tra fase 1 e fase 2, e ho deciso che abiterò ancora la fase 1 o la fase 2 finché lo vorrò, fosse anche fino a dicembre. Basta rincorrere gli slogan degli altri. Comunque sono contento se senti attuale “In Differita”, mi fa molto piacere. E poi hai ragione nel dire che l’incomunicabilità crea distanze. A volte, però, crea dipendenza. Sembra paradossale, ma per me è così. Più c’è incomunicabilità e più mi sento incollato all’altra persona. Il masochismo… brutta bestia.

Ecco, in questo senso possiamo davvero dire che le canzoni, quelle belle, hanno davvero una vita propria: si evolvono, crescono, diventano degli altri e ci appartengono in modo diverso. Come ti relazioni a quella violenza necessaria che è “fare arte”, scrivere parole che, al momento della loro “pubblicazione”, verranno vissute, provate e a volte anche squassate da altri? 

Mi viene in mente l’inizio di una canzone di Dalla, che fa così: “È la sera dei miracoli, fai attenzione, qualcuno nei vicoli di Roma con la bocca fa a pezzi una canzone“. Insomma, è una violenza dolcissima quella di essere masticati nel modo di cui parla Dalla. Mi auguro, e questa è davvero l’ambizione più alta che ho, che le mie parole possano essere vissute, provate e sconquassate dagli altri. E vorrei che le parole che scrivo non siano le parole di Sgrò, perché sono parole che non hanno piantato sopra il cartello di proprietà privata, per fortuna. A me le canzoni hanno salvato l’adolescenza, mi hanno insegnato un vocabolario emotivo enorme, e questo è grazie al fatto che le canzoni mi sono venute in contro, si sono fatte incontrare. Per incontrarle, bada bene, non c’è stato bisogno di password, di abbonamenti, di credenziali. Un vero e proprio incontro d’amore. Per esempio “Atlantide” di De Gregori mi ha chiamato per nome. Io stesso ero Atlantide, io stesso ero la voce che, parlando in terza persona, provava a guardarsi dentro, ad ascoltarsi. “Lui adesso vive ad Atlantide con un cappello pieno di ricordi, ha la faccia di uno che ha capito e anche un principio di tristezza in fondo all’anima, nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata e a volte ritiene di essere un eroe“. Questi versi sono stati il mio codice fiscale dai 14 ai 18 anni.

Ci parli anche un po’ del videoclip? E’ davvero molto potente, ed offre una chiave di lettura visiva all’emotività del brano che, dopo la prima visione, rende inevitabile ed indispensabile la fruizione in accoppiata video-canzone: fai tanti complimenti al regista. 

Voglio molto bene al regista, Pietro Borzì. L’idea del videoclip è tutta merito suo. Ovviamente avevamo parlato prima del progetto Sgrò e dell’immaginario più adatto alla canzone. Così, un giorno, mi ha chiamato e mi ha parlato dell’idea di fare un video animato (bravissima anche Giulia Conoscenti, una superillustratrice), i cui protagonisti sarebbero stati un cowboy e la sua dama. Ne sono stato subito entusiasta perché non volevo minimamente ci fosse la mia faccia, il mio corpo a ingombrare la canzone. Sarebbe stato un autobiografismo didascalico, narcisistico e fastidioso. Quindi ben vengano il cowboy e la sua dama, anche perché trasportano la storia della canzone su un piano meta-storico, al di là dell’attualità, rendendola perciò, paradossalmente, più condivisibile.

Come è andata, questa prigionia necessaria? De André diceva che la solitudine sa portare a grandi forme di libertà, ma è anche vero che il silenzio genera mostri; da quale parte del fiume ti sei messo, ad osservare il tempo passare? 

A marzo, a inizio “prigionia”, ero contento, avevo bisogno di rifiatare, di fermarmi, di non uscire tutte le sere, di smetterla di fare come la vigilanza che va in mille posti. Ecco, io ero uguale uguale alla vigilanza. Avevo un bisogno, la sera e la notte, di stare fuori, di annusare la città, i bar, le vie, la gente. Avevo sempre una gran voglia di mettermi in ascolto del mondo. Era diventato un po’ una mania. Quindi a marzo, causa covid-19, ho smesso di abitare una canzone di Cosmo e mi sono messo seduto a rifiatare. Ad aprile, poi, ho creato una routine di studio, lavoro e film. A maggio ho iniziato a desiderare di uscire e di abbracciare gli alberi. Questo giugno sto riscoprendo l’amicizia. Dopo mesi e mesi e mesi da solo ho incontrato i miei amici. Che emozione che è stata. C’è stata tanta solitudine in questi giorni di lockdown, è vero, ma per me questa solitudine è stata “abbandonarsi a” e non “essere abbandonati da”.

Fai parte di una fra le categorie più funestate dalla tragedia Covid: sembrano venire solo oggi a galla le problematiche di un mondo che non ha mai visto tutelato il proprio lavoro da nessuna categoria sindacale, e che spesso nemmeno riesce a pensarsi come “classe lavoratrice”. Ecco, tu cosa ne pensi? Sei fra quelli che un pò hanno paura a dire che scrivere, fare arte e promuovere la cultura possa essere un lavoro e non solo una forma di disperata filantropia? 

Vorrei fare un anatema. Che siano maledetti coloro che credono che il regno dei cieli sia solo per il “motore del Paese”. Senti come si auto-celebrano: “il motore del Paese“. Chi non rispetta chi fa musica (e chi fa arte in generale) mi ferisce. Il lavoro su cosa lo vogliono misurare? Sullo stress? Sulla produttività? Sul guadagno? Sull’utilità? Quali sono i criteri per accedere a quello che loro chiamano “lavoro”? Questa gara a chi è più di un altro mi annoia da morire. Non si può misurare il “fare arte” secondo i parametri dell’utile e del guadagno. L’arte è semplicemente necessaria e inevitabile. Ad ogni modo, lavoro per me è desiderio, e desiderio non è capriccio, ma desiderio. E desiderio è sudore, fatica, sacrificio, frustrazione, felicità, solitudine, incomprensione, bellezza. In questi giorni mi torna in mente il finale di “Valium Tavor Serenase” dei CCCP, quando Ferretti urla “Perché ti batte il cuore? Per chi ti batte il cuore?” Che frasi potenti. Me lo chiedo sempre, perché ti batte il cuore? Per chi ti batte il cuore? Per le canzoni, sicuramente.

Tanti colleghi (sopratutto i più noti) hanno preso decisioni diverse, durante questo lungo periodo di isolamento: in tanti, venendo meno a promesse di pubblicazione e impegni con i propri affezionati, hanno deciso di procrastinare le uscite dei loro dischi, ad esempio. Personalmente, da alcuni di loro, mi sono sentito un pò tradito: forse, soprattutto ora, c’è bisogno di musica. 

Se ti senti tradito, della serie “Io che qui sto morendo, e tu che mangi il gelato“, vuol dire che ti sentivi amato. Beato te. Bellissima sensazione. Però, se li ami anche tu (e dovresti un po’ corrisponderli, dai), allora devi comprenderli, devi capire le loro esigenze. Smetto di avere i panni da love coach e ti dico che non so quale sia la decisione migliore. E il tuo punto di vista è stralegittimo. Ora c’è bisogno di musica? Tu sei un grande ascoltatore di musica, lo sento, lo capisco, e, come sai, bisogno di musica c’è sempre. Sarebbe bello invece un giorno che gli artisti che tanto ci fanno divertire e appassionare spegnessero la corrente, e si spegnesse tutta la musica di questo mondo, tutta. Per due mesi. E vorrei vedere una cosa, il numero di morti, secondo me aumenterebbe a dismisura. Così capiremmo l’importanza della musica. Tanto è sempre così, impariamo per privazione. Sono serio. A me, la musica, ha salvato la vita, te lo ripeto, chissà come sarei finito, sennò.

Le playlist Spotify sono il grande quesito del nostro tempo: trampolino di lancio necessario o manipolazione bieca del mercato? Quanto è cambiato l’ascoltatore, dall’inizio dell’egemonia del colosso svedese? 

Non ho capito ancora come funziona Spotify, come funzionano le playlist, come ci si finisce dentro. Penso abbiano una qualche utilità, altrimenti non spopolerebbero in questo modo. A essere sincero, però, non sono un grande fan delle playlist, io personalmente non le ascolto. La musica come si ascolta oggi? Lo sappiamo tutti. Non voglio finire nei discorsi belli, tondi e ragionevoli del tipo “Il disco è morto“, “Si stava meglio prima“, “La musica ormai è solo stream” e simili. Oggi, in meno di 5 secondi, non vale per tutti i generi ovviamente, devi convincere un ascoltatore ad ascoltarti. È durissimo. Per questo con “In Differita” abbiamo deciso, io e il mio produttore artistico Andrea Ciacchini (sempre sia lodato), di partire subito con la voce, di partire subito col testo. Non è per forza un male, dico tutto questo cambiamento dell’ascoltatore e della fruizione della musica, perché di sicuro stimola a pensare a nuove strategie. Insomma, impone un’evoluzione. Una cosa però mi dispiace, mi dispiace che sia penalizzata la qualità dell’ascolto. Ecco, sì, e mi dispiace proprio in quanto amico, in quanto fratello, in quanto cittadino. È una grossa perdita, perché perdita di qualità è anche perdita di capacità di ascolto. Ed è un problema che vedo anche al di là della musica.Tutti parlano parlano parlano, ma nessuno che ascolta davvero l’altro che ha di fronte. Questa cosa mi dà sconforto.

Che ci dobbiamo aspettare da Sgrò, dopo l’esordio con “In Differita”? 

Ho altre canzoni pronte, già prodotte, mi piacerebbe prima o poi raccoglierle tutti insieme all’interno di un disco, Per me il disco è, ormai, una raccolta di canzoni scritta in un determinato periodo. Una seconda canzone uscirà probabilmente a settembre. L’obiettivo è farsi conoscere, piano piano. Avvicinarsi ad altre persone, con rispetto e attenzione. Non mi piace impormi alle orecchie della gente. Preferisco gli incontri a tu per tu che le uscite di gruppo.

Domande flash! Prima destinazione post-quarantena in Italia, e prima destinazione – quando si potrà – nel resto del mondo. 

Per la destinazione paradiso in Italia adesso ti dico casa al mare all’Isola d’Elba di una mia cara amica, un evergreen, spero mi inviti, e spero, finalmente, di andarci. Per il resto del mondo… Forse dovrei andare a trovare i miei parenti a Buenos Aires?

Tre artisti emergenti che potremmo non conoscere e che dobbiamo approfondire? 

La prima che mi viene in mente è Cecilia, secondo me è davvero brava. Inoltre ha un progetto molto curato anche come narrazione visiva. Poi ti dico assolutamente Demonaco, è un amico che sta lavorando al suo primo disco. Ho sentito in anteprima alcune sue canzoni, davvero belle. Stessa cosa vale per Fogg. È un ragazzo che ho conosciuto da poco, ma promette molto bene.

One shoot, one kill:
Battiato o Battisti?

Ora piango… oggi mi sono svegliato un po’ dentro il synth di “Summer on a solitary beach”, quindi scelgo Battiato.

Calcutta o Giorgio Poi?
Calcutta, anche se Giorgio Poi

Tame Impala o Radiohead?
Radiohead.

Salutaci facendoci una promessa. Che un domani, potremmo rinfacciarti di aver disatteso! 

Ti va se andiamo a mangiare una pizza all’uscita del disco di Sgrò?

 

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