OGGI “UNDERWATER MOONLIGHT” DEI THE SOFT BOYS COMPIE 40 ANNI

 
28 Giugno 2020
 

Tra i mille rivoli in cui la galassia post-punk iniziò a disperdersi a cavallo di anni ‘70 e ‘80 ce ne fu uno particolarmente influente, e che, dopo innumerevoli mutazioni, è giunto ancora vivo e vegeto ai giorni nostri. Iniziale epicentro del fenomeno fu la città dei Beatles, Liverpool: là mossero le fila Echo & the Bunnymen, Wah! e Teardrop Explodes, e man mano il fenomeno si estese anche a Londra (Psychedelic Furs, Television Personalities) e varcò i confini europei con i Church (australiani). Questo movimento, inizialmente citato come “acid-punk” fu infine denominato “neo-psychedelia”, ma il primo gruppo a pubblicare un 45 giri che potesse pienamente ascriversi al genere furono i Soft Boys di Cambridge, guidati dal cantante e chitarrista Robyn Hitchcock.

Tramite infinite variazioni sul tema (dal dream-pop allo shoegaze, passando per la deriva americana del Paisley Underground ed arrivando a “Madchester” e all’alternative-dance dei Primal Scream, per poi flitare col brit-pop di Verve e Kula Shaker, dilagare negli anni ‘90 con Mercury Rev e Flaming Lips, abbracciando infine l’indie del nuovo millennio con of Montreal, Animal Collective e Tame Impala) la neo-psychedelia è uno dei generi che meglio sono invecchiati, pur attraversando ogni sorta di rivoluzione nei paradigmi di produzione.

I Soft Boys avevano esordito su LP già nel 1979 con “A Can of Bees”, ma fu nel 1980 che i primi classici del genere videro la luce, e tra questi “Underwater Moonlight” ne è uno dei capolavori nascosti. La particolare ibridazione fra il post-punk e il “flower power” era effettivamente un potenziale ossimoro; la sbandierata spensieratezza della stagione dell’amore e delle droghe libere non parlava la stessa lingua alla generazione che viveva gli ultimi rantoli della guerra fredda e il tracimare dell’eroina tra i reduci della stagione punk. Hitchcock e compagni imbastiscono dunque una specie di sberleffo agli eroi dell’epoca d’oro scimmiottandone gli eccessi più caricaturali, ma rimanendo scrupolosamente fedeli alla contemporanea estetica del “do it yourself”.

Il loro revival non risparmia nessuno dei mostri sacri. “I Got the Hots” assembla il lascivo blues dei Rolling Stones con i Beatles più acidi; il canto ubriaco di “Old Pervert” e l’ostinato parlato in crescendo di “Insanely Jealous”, alla maniera dei Velvet Underground, o lo strumentale “You’ll Have to Go Sideways”, le cui stratificazioni “spaziali” dei sintetizzatori rincorrono i primi Pink Floyd, suonano avvincenti e freschi come rose. “Queen of Eyes” è una gentile ballata nello stile dei Byrds. Non c’è alcuna pretesa di scavalcare i maestri in questi godibili divertissement, né tantomeno la presunzione di aggiornare un canone già bell’e morto: c’è piuttosto una forte vena dissacrante, e un sentito amore per la musica rock.

I brani più memorabili sono comunque meno derivativi di quanto sembri, come il power-pop d’apertura di “I Wanna Destroy You” o quello di “Tonight”, col suo epico ritornello corale, che richiamano solo marginalmente riff e armonie vocali di Kinks e Beach Boys. L’incalzante “Positive Vibrations” mischia punk, jangle-pop e sitar indiano in una spettacolare e confusa danza di segni stilistici. Chiude il cerchio ancora il surrealismo lunare di Syd Barrett, che aleggia con insistenza dall’inizio alla fine: nella filastrocca mistica di “Underwater Moonlight”, le capacità mimetiche dei Soft Boys si tuffano e riemergono di continuo in un frenetico andirivieni di balli popolari, assoli titanici, cori da stadio e improvvisazioni lisergiche.

Il gruppo si scioglierà presto: Hitchcock inizierà una prolifica carriera solista, il chitarrista Kimberley Rew fonderà i Katrina and the Waves (quelli di “Walking on Sunshine”), ma nessuno toccherà più le vette di quel progetto così anacronistico. Ai posteri resterà soprattutto quest’album, che ha influenzato equanimemente le due sponde dell’Atlantico, con i R.E.M. ad innalzarne il vessillo e costruirci una mirabile carriera da una parte, e, dall’altra, la scena brit-pop più nostalgica a recuperarne la lezione nel decennio successivo. A 40 anni dall’uscita, chi non lo avesse mai ascoltato dovrebbe finalmente colmare questa lacuna.

Data di pubblicazione: 28 giugno 1980
Registrato: Giugno 1979, Spaceward Studios (Cambridge); Gennaio-Giugno 1980, Alaska Studio e James Morgan Studios (Londra)
Tracce: 10
Lunghezza: 36:00
Etichetta: Armageddon
Produttori: Spaceward, Pat Collier

Tracklist
1. I Wanna Destroy You
2. Kingdom of Love
3. Positive Vibrations
4. I Got the Hots
5. Insanely Jealous
6. Tonight
7. You’ll Have to Go Sideways
8. Old Pervert
9. Queen of Eyes
10. Underwater Moonlight

 

35 anni fa, il Live Aid

Bob Geldof dei Boomtown Rats e Midge Ure degli Ultravox, il 13 luglio 1985, misero in piedi il più grande evento benefico della storia ...

Album, concerti e Festival ...

Tanti sono gli eventi live che sono stati cancellati a causa della difficile situazione sanitaria mondiale. Festival internazionali che sono ...

Oggi ” Vienna ” degli Ultravox ...

“Vienna” è il quarto album degli Ultravox, ed è, allo stesso tempo, il loro primo, una frase che, per quanto paradossale, ha  ...

Any Given Friday – Ogni ...

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente ...

Oggi “Parachutes” dei ...

Sparare a zero sui Coldplay è diventato negli anni, sempre di più, uno degli sport preferiti di molti appassionati di musica, per non dire ...