OGGI “THE GAME” DEI QUEEN COMPIE 40 ANNI

 
30 Giugno 2020
 

Nell’estate del 1980 i Queen, già acclamati campioni del glam più barocco e pomposo, decisero di non stare più al gioco. Per non farsi travolgere dagli innumerevoli cambiamenti in atto nel mondo della musica, il quartetto britannico abbandonò lo stile luccicante dei ‘70s per adottarne uno che oserei definire persino aggressivo, non fosse che già per l’epoca era un tantino rétro. Le giacche di pelle e il look da ragazzacci di periferia sfoggiati nella foto di copertina di “The Game” parlano chiaro: dopo la pubblicazione dell’ottavo album, nulla sarebbe più stato come prima nelle vite di Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon.

Una nuova normalità: ricorrerò a quest’orrenda espressione oggi tanto in voga per descrivere quella che, almeno secondo me, è l’essenza stessa di questo disco. Dieci brani che, pur non avendo davvero niente di atipico o rivoluzionario, presentano caratteristiche inconsuete nel confronto con la produzione precedente dei Queen.

Una mossa ardita ma fortunatissima per la band: “The Game” è il loro unico lavoro ad aver raggiunto i vertici sia della classifica inglese, sia di quella statunitense. Un colpaccio conquistato con il traino di hit stratosferiche, tutte estremamente diverse l’una dall’altra. Se “Crazy Little Thing Called Love” recupera le antiche sonorità rockabilly e fa l’occhiolino a Elvis Presley, il groove secco di “Another One Bites The Dust” tira in ballo la disco music più funky e scarna, almeno dal punto di vista dell’ arrangiamento. Al filone di quest’ultima traccia appartiene anche l’hard rock di “Dragon Attack”, con un altro strepitoso giro di basso di John Deacon (ma firmato da Brian May).

Come già scritto, è davvero difficile trovare punti di contatto tra i diversi tasselli che costituiscono la natura multiforme di “The Game”. A volte, i motivi per restare spiazzati si presentano tutti in una singola canzone: è questo il caso di “Play The Game”, “queeniana” fino al midollo fino all’improvvisa comparsa di una linea di synth. Per Mercury e compagni, che ancora alla fine degli anni ’70 si vantavano del loro strenuo rifiuto per l’elettronica, rappresentò il punto di non ritorno; da qui in poi, l’impiego di strumenti digitali iniziò a stravolgere il sound dei Queen – nel bene e nel male.

La transizione fu comunque all’insegna del rock and roll, come ben testimoniato dalle energiche “Need Your Loving Tonight”, “Rock It (Prime Jive)”, “Don’t Try Suicide” e “Coming Soon” – stranamente bowieana con il suo incedere ritmico nervoso e le chitarre elettriche ricamate sul modello berlinese. L’unica ballad pura inclusa nel lavoro è la conclusiva “Save Me”, amaro resoconto di un amore finito splendidamente interpretato da un Freddie Mercury in stato di grazia.

Quanto di buono fatto su “The Game” sarebbe poi stato buttato alle ortiche nel poco brillante seguito “Hot Space”. Fortunatamente però lo show andò avanti e i Queen si ripresero alla grande con “The Works”, degno erede di questo importante capitolo nella discografia del gruppo.

Queen – “The Game”
Data di pubblicazione: 30 giugno 1980
Tracce: 10
Lunghezza: 35:32
Etichetta: EMI
Produttori: Queen, Reinhold Mack

Tracklist:
1. Play The Game
2. Dragon Attack
3. Another One Bites The Dust
4. Need Your Loving Tonight
5. Crazy Little Thing Called Love
6. Rock It (Prime Jive)
7. Don’t Try Suicide
8. Sail Away Sweet Sister
9. Coming Soon
10. Save Me

 

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