“VOGLIO CHE LE CANZONI SIANO ULTRATERRENE ED EVOCATIVE”: PIACEVOLE E RICCA CHIACCHIERATA CON BLANCO WHITE

 
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9 Luglio 2020
 

Dai suoni dell’America Latina alla musica africana, passando per i ritmi spagnoli: il giro del mondo musicale di Josh Edwards, in arte Blanco White, lo ha portato a sviluppare un gusto sonoro ricco di sfumature, colori, strumenti ed emozioni. Dopo una serie di ottimi EP è arrivato il momento di celebrare la bellezza del suo esordio, “On The Other Side”, in una chiacchierata via mail con lo stesso Josh, che si conferma cantautore di notevole spessore umano e artistico.

(L’intervista è stata pubblicata, originariamente, da Rockerilla sul numero 478 di Giugno 2020)

Ciao Josh! Grazie mille per questa chiacchierata! Come stai?
Ciao, sto bene grazie. Spero anche tu. La quarantena ci ha fatto un po’ impazzire, ma va tutto bene.

Album pubblicato, come ti senti?
Sono decisamente entusiasta che la gente lo possa ascoltare e spero che sia qualcosa con cui le persone troveranno una connessione. È sempre una strana sensazione quella del periodo precedente alla pubblicazione, perché ho finito di lavorare un paio di mesi fa, poco prima dell’inizio della quarantena, e quindi ora mi sento un po’ più distante dal disco stesso. Parti del processo sono state molto intense, specialmente verso la fine e quindi quando ho ricevuto gli ultimi master. Volevo proprio lasciarmi andare e lasciare che la mia mente andasse da qualche altra parte. Dopo un po’ di tempo libero, beh, già da allora ho inevitabilmente iniziato a pensare alla prossima sfida!

Ricordo di aver letto di te nel 2016: sono felice che tu non abbia avuto fretta di gettarti nel primo album. Cosa ne pensi e come descriveresti il suono dell’album in poche parole?
Penso che l’esperienza di fare degli EP mi  abbia sicuramente dato più fiducia e un livello di conoscenza necessario per autoprodurre un album, anche se ho ancora molto da imparare. Mi piace prendere il mio tempo con gli arrangiamenti e considerare attentamente i dettagli. Suppongo che le canzoni non mi vengano così rapidamente proprio per questo aspetto. Certo, a volte capita, ma più spesso sono bozze, che mi piace modellare con calma. In termini di suono dell’album, la mia speranza è che l’ascoltatore si senta trasportato, in qualche modo. Voglio che le canzoni siano ultraterrene ed evocative.

L’America Latina è sempre stata una terra piena di colori, vitalità ed emozioni, ma anche piena di persone appassionate, calde e romantiche. C’è qualcosa che hai sempre desiderato portare, da quella terra, nella tua musica?
Sono stato fortunato a viaggiare molto in America Latina e faccio tesoro del tempo che ho trascorso lì. La musica popolare andina è stata l’influenza più importante sulla mia musica. Sebbene ci siano ritmi e impostazioni per cui questa musica invita l’ascoltatore a ballare e a essere felice, strumenti come il charango e la quena, il flauto andino possiedono anche un potere più profondo e più solenne, malinconico e misterioso. Spesso è proprio quel potere che hanno questi strumenti che cerco ed esploro quando scrivo. La musica andina può essere estremamente triste e ho sempre pensato che i suoni catturassero ed evocassero i vasti paesaggi da cui provengono. Gli strumenti utilizzati sono vere e proprie invenzioni degli indigeni dell’ America Latina. Il luogo di nascita del charango è stato Potosí, in Bolivia, in cui si dice che un milione di schiavi morirono nelle miniere d’argento di Cerro Rico, la montagna che domina la città. Quando si considerano quelle condizioni e la tragica storia in cui è stato inventato lo strumento, beh, la capacità del charango di comunicare tanta emozione sembra meno sorprendente. Capisci bene perché trovo questi strumenti musicali così profondamente stimolanti ed espressivamente unici. Mi sento molto fortunato ad aver avuto la possibilità di imparare a suonarli e ne ho ricavato gioia ed emozione. Per rispondere alla tua domanda, quell’amore per gli strumenti, per le persone che mi hanno insegnato a suonarli e per la stessa musica andina è l’influenza latinoamericana che ho voluto maggiormente far trasparire nella mia musica.

Concordo quando dici che la tua musica trasmette emozioni. Penso che sia diventata anche molto più raffinata nel corso degli anni. Hai iniziato mostrando il tuo lato folk, ma ora non ho paura di usare il termine dream-pop per catalogare il tuo sound. Non ci sono spigoli, tutto è molto arrotondato, accogliente. In vari momenti sembra proprio che tu voglia coccolare l’ascoltatore. Cosa ne pensi?
È molto interessante per me leggere le tue considerazioni. Penso che tu abbia ragione sul fatto che il mio suono è cambiato molto. Come ti dicevo, ho imparato di più sia sulla produzione, sia sul lato più tecnico della registrazione della musica e questo mi ha dato la capacità di realizzare le canzoni con maggiore precisione e attenzione al tono. Ho anche avuto la fortuna di lavorare con alcuni ottimi produttori e ingegneri del suono che mi hanno insegnato molto, penso a Dani Bennett Spragg in studio e Jake Jackson al mix. L’uso di nuovi strumenti ha portato nuove idee e ho usato i sintetizzatori molto di più su questo disco rispetto ai miei primi EP. Ho anche iniziato a comporre molte delle canzoni nuove con il basso, cosa che non avevo mai provato prima. Tutti questi tipi di cambiamenti indirizzano decisamente lo stile di scrittura/produzione delle canzoni più lontano dal folk, anche se penso che queste influenze saranno sempre con me. Detto questo, quello che ho ascoltato negli ultimi due anni è sicuramente qualcosa di lontano dal folk, ora seguo musica con più groove, spesso con suoni realizzati con i synth. Il mondo dei sintetizzatori è “un buco nero” in cui sento di essere stato risucchiato solo di recente: io per ora mi definisco solo un mero suonatore di tastiera, ma la maggior parte di quel mondo che li usa bene, si occupa di plasmare e creare suoni e questo è ciò che mi interessa. Sento che ci sono tante nuove possibilità. Ora voglio che la musica abbia un’atmosfera sognante, che sappia trasportare l’ascoltatore per farlo esulare dalla realtà, quindi espandere i suoni e gli strumenti che uso mi è sembrato importante e necessario per raggiungere questo obiettivo.

Amo il lavoro di ritmo e groove che hai curato per Olalla. Come ti è venuto in mente questo arrangiamento che sembra avere un gusto molto etnico?
Quella canzone è cominciata con me che improvvisavo e battevo sul ronroco e poi è entrata la chitarra elettrica arpeggiata che implementato il suono. Sentivo che mettere una batteria tradizionale su quel tipo di ritmo probabilmente sarebbe stato fin troppo sdolcinato. In generale ho cercato di evitare di combinare ronroco e charango con un rullante classico…quindi ho proprio voluto che le percussioni suonassero più cariche e organiche. La maggior parte dei suoni usati in Olalla vengono dal colpire pezzi di legno a caso nello studio. Posso dirti che quello che mi ha maggiormente guidato in questa canzone è la ricerca di suoni che secondo me si potessero sposare bene con il charango e il ronroco. Infine, questa è stata, probabilmente, la prima canzone che ho scritto in cui l’importanza del basso è stata maggiormente amplificata in fase di produzione. Come ti dicevo, ora è uno dei miei strumenti preferiti con cui comporre.

Ho letto che Cohen e Dylan sono i tuoi artisti preferiti quando si tratta di testi. È vero? Dove trovi la tua ispirazione maggiore?
Cohen e Dylan sono stati i miei grandi eroi durante la crescita. Sono certamente gli artisti che hanno scatenato un amore precoce per i testi e per ciò che le parole possono far nascere insieme alla musica. Tuttavia, credo di essere stato un po’ più grande quando mi sono davvero innamorato dell’ uso lingua e dei testi, quando avevo 19 o 20 anni. Stranamente è stato proprio l’apprendimento dello spagnolo a farmi innamorare dell’inglese. Lo spagnolo mi era sempre sembrato più eccitante, con i suoi ritmi più veloci e il suono più staccato. Ma ricordo che all’epoca cercavo traduzioni in spagnolo per le parole inglesi e spesso trovavo che non esisteva alcuna traduzione. Ho fatto qualche ricerca e ho scoperto che il vocabolario inglese è in realtà enorme rispetto alla maggior parte delle altre lingue, perché ha “rubato” molte parole da tante radici fonetiche diverse. Quella ricerca mi ha messo addosso un fascino sconosciuto per la mia lingua madre. Ho iniziato a leggere poesie in quel periodo, qualcosa che prima non mi interessava molto. I poeti gallesi Dylan Thomas e R. S. Thomas sono tra i miei preferiti, così come il poeta irlandese W. B. Yeats. Le immagini che usano sono spesso mozzafiato e il loro lavoro è anche molto musicale, c’è proprio una particolare attenzione al suono delle parole, non solo al loro significato. In definitiva rendono l’inglese incredibilmente bello da leggere e da ascoltare, cosa che ho trovato davvero stimolante. Il loro lavoro mi ha fatto venire voglia di sviluppare il mio stile lirico, trovando gioia nel linguaggio. Gli scrittori latinoamericani Jorge Luís Borges e Pablo Neruda sono stati molto influenti, quando parliamo di lingua spagnola. Sono stati gli scrittori che mi hanno maggiormente avvicinato al surreale e all’astratto.

“Mano a Mano” é davvero un brano magnifico e penso che lo spagnolo vi si adatti perfettamente. Qual è la genesi del brano?
Grazie. “Mano a Mano” è stato scritta mentre vivevo in Spagna l’anno scorso e la musica è arrivata rapidamente, unendosi al testo. Ho iniziato con un loop di batteria, ronroco e la melodia de basso, dando al tutto un senso tortuoso e ciclico. In quei giorni avevo ascoltato molta musica africana, specialmente dal Sahara, quindi penso che alcuni dei ritmi vocali e degli stili melodici di quella musica abbiano iniziato a emergere in me, come compositore. La melodia del coro, nella versione finale della canzone, è la stessa che caratterizzava il processo di scrittura iniziale, ma quando ho cercato di usare parole delle inglesi per cantare quella melodia, beh, nulla sembrava adattarvisi. L’inglese sembrava completamente incapace di catturare il ritmo e il fraseggio a cui volevo arrivare. Ho iniziato quindi a usare parole spagnole e subito ho avuto più successo. Quell’esperimento mi ha insegnato molto e sono davvero contento che la gente abbia reagito positivamente alla canzone, in quanto può essere decisamente scoraggiante cantare in un’altra lingua. È qualcosa che mi piacerebbe riprovare, ma solo se tutto avviene in modo naturale, in modo che lo spagnolo possa dare qualcosa che l’inglese non è capace di trasmettere.

C’è qualcosa che, riascoltando il disco, ti sorprende ancora?
“Kauai O’o” è una canzone che davvero è sembrata apparire dal nulla. Stavo provando con il basso e ho iniziato a riprodurre quella linea che poi ho finito per usare nella canzone. Aveva una specie di sensazione jazzistica e potevo sentire in me una vera e propria ritmica jazz. Mi piace quel genere e mi piace guardarlo dal vivo, ma raramente lo ascolto nei dischi, quindi quel tipo di ritmo non era certo qualcosa su cui mi sarei aspettato di lavorare in questo album. Tutto è stato molto naturale, quindi volevo provare a farlo funzionare ed è stata una cosa molto divertente da perseguire. Penso proprio che sia stata la mia più grande sorpresa musicale in questo disco.

Sbaglio o mi pare di capire che ci sia proprio un legame speciale tra te e Lucas e Malena Zavala?
Sì, sono stati personaggi molto importanti nel mio viaggio musicale e li ammiro sia come cantautori che come produttori. Malena ha cantato in tutte le mie uscite e mi ha dato preziosi consigli nel corso degli anni, mentre Lucas è volato da Los Angeles per lavorare, con me, su un paio di tracce dell’album nel dicembre dello scorso anno. Hanno un grande istinto musicale, un grande gusto e hanno sicuramente lasciato il segno nel modo in cui faccio musica. Guardare artisti come Malena esibirsi, così come amici di band come Wovoka Gentle nella scena londinese, mi ha fatto venire voglia di essere più espansivo nel mio suono e di fare musica con più ritmo e groove. Penso che gli amici e chi crea qualcosa, intorno a un musicista, abbiano sempre un’enorme influenza, anche invisibile, su come la sua musica possa nascere.

Hai detto spesso, anche i latri interviste, che il Flamenco è stata una grande scoperta per te, ha cambiato la tua visione della musica. Hai mai provato la stessa emozione trovando qualcosa di nuovo?
Penso che l’impatto che il Flamenco mi ha lasciato, la prima volta che l’ho visto da vicino, sia qualcosa che difficilmente sperimenterò di nuovo. Guardare quella prima esibizione dal vivo è stato davvero affascinante, forse resa ancora più magica perché non avevo alcuna aspettativa. Questo non vuol dire, ovviamente, che non abbia più fatto scoperte musicali da allora capaci di lasciarmi un segno importante. Come ti dicevo, ad esempio, penso alla musica africana, in particolare quella dal Sahara. Ha avuto un’enorme influenza su di me ed è ciò che ascolto di più a tutt’oggi. Mi piacerebbe viaggiare in quella regione per sentirlo suonare nel suo contesto.

Grazie ancora per la tua gentilezza, Josh. Lascia che ti faccia un’ultima domanda. Sono curioso di sapere se la tua musica riflette il tuo modo di essere. Come ti ho detto prima, la tua musica infonde un senso di serenità e mi chiedevo se tu stesso sia una persona pacifica e calma, proprio come sembra emergere dalla tua musica…
Hehe! Grazie. Vorrei poter affermare di essere una persona calma e serena, ma purtroppo penso che non sia vero, anche se faccio del mio meglio! Detto questo, ascoltare la musica e scrivere musica sono spesso le cose che mi fanno sentire più calmo e sereno. La musica può avvicinarti a quei sentimenti, così come i sentimenti di stupore e meraviglia trasmettono la gioia di essere vivi. Questo è quello che cerco quando scrivo.

Photo Credit: Sequoia Ziff

 

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