OGGI “PARACHUTES” DEI COLDPLAY COMPIE 20 ANNI

 
10 Luglio 2020
 

Sparare a zero sui Coldplay è diventato negli anni, sempre di più, uno degli sport preferiti di molti appassionati di musica, per non dire degli addetti ai lavori più intransigenti.

D’altronde, e mi ci metto anch’io, è davvero dura, pur sforzandoci e tentando voli pindarici, non solo valutare positivamente la loro svolta commerciale, ma anche di fatto banalmente accettarla.

No, non è possibile che la band che da più di dieci anni a questa parte (più o meno dall’uscita di “Viva la vida or Death and All His Friends”) imperversa nelle classifiche mondiali, giocandosela con i più beceri fenomeni del pop mainstream, sia la stessa che all’epoca del debutto, agli albori del nuovo millennio, seppe ammaliarci e conquistarci con i suoi toni soffusi, con il romanticismo struggente e con le atmosfere crepuscolari e malinconiche presenti a pieni dose fra i solchi di quel primo album.

Chris Martin, Jonny Buckland, Guy Berryman e Will Champion ne hanno percorsa tanta di strada dai loro timidi inizi, sul finire degli anni ’90, quando tutti e quattro erano degli studenti universitari molto promettenti.

Come in una favola, dopo un solo Ep e una serie di concerti, furono adocchiati dalla storica label Parlophone con cui dapprima realizzarono il notevole “The Blue Room Ep”  nel 1999, gettando le basi per l’esordio sulla lunga distanza.

“Parachutes” amplifica le interessanti intuizioni dei primi vagiti dei quattro giovani musicisti con base a Londra e, in poco più di quaranta minuti, si manifesta come un’opera assolutamente omogenea, matura e consapevole, in cui emerge una grande personalità musicale.

I tempi festosi e scintillanti del britpop sono ancora vicini (solo un lustro prima in fondo si era assistito alla famosa “Battle of the Bands” tra Oasis e Blur per aggiudicarsi il trono di miglior gruppo inglese del periodo) ma sembrano invero lontanissimi. Nel mentre era successo che i Radiohead su tutti (ma anche gli stessi Blur) prendessero le distanze da quel filone, proponendo una variante del brit rock più aperta a rimandi e contaminazioni. Si stava facendo largo inoltre, pur sussurrando, una nuova ondata di artisti accomunati dal recupero di sonorità più acustiche e rarefatte, che verranno segnalate col poco fantasioso nome di “New Acoustic Movement”.

I Coldplay sembravano però seguire una propria strada, una inclinazione naturale verso un pop molto raffinato, notturno, più semplice in un certo senso rispetto, ad esempio, ad altri epigoni di qualità come Keane, Doves o Starsailor, ma destinato indubbiamente ad avere maggiori consensi e un futuro più roseo.

Apre le danze la delicata “Don’t Panic” (un po’ rivisitata rispetto alla già convincente versione contenente nell’Ep precedente), caratterizzata dai tocchi sapienti della chitarra floydiana di Buckland, e subito dopo avvertiamo un primo forte sussulto con la melodia ammaliante di “Shiver”, un po’ debitrice del miglior Jeff Buckley (che, al pari di Thom Yorke e Bono, è una sorta di nume tutelare del giovane Chris Martin): in questo brano è davvero ottimo il drumming di Champion.

Le atmosfere tornano magnificamente dimesse e colme di malinconia con l’oscura “Spies” e una “Sparks” sorretta dalla megnetica linea di basso di Berryman a cullarci dolcemente. Ma è la doppietta successiva quella in grado di stendere l’ascoltatore, fugando ogni possibile dubbio sull’immenso talento compositivo della band: “Yellow” e “Trouble” mostrano i due lati della medaglia, con la prima mirabile esempio di guitar pop, la seconda una ballata da pelle d’oca, che rimarrà a lungo pietra di paragone per le successive love song del gruppo.

Martin non è certo un allegrone in questa fase – lo diventerà come visto una decina d’anni più tardi – , per il momento la sua cifra stilistica è all’insegna di uno spiccato intimismo, intriso a tratti di spiritualità e di buoni intenti (che emergono ad esempio nei due splendidi lenti che chiudono il disco: “We Never Change” ed “Everything’s Not Lost”) ma sono proprio queste le componenti che lo impongono presto come uno degli artisti più  interessanti della sua generazione.

Spiace per i detrattori assidui dei Coldplay ma non si può negare l’impatto che ebbe “Parachutes” sulla scena musicale di inizio millennio e il livello emozionale che ha saputo raggiungere, toccando le corde più sensibili di milioni di persone in tutto il mondo, giacché il successo si estese gradualmente ma in modo inesorabile ben al di là della Manica. L’album godette inoltre di riconoscimenti ufficiali, aggiudicandosi un Grammy Award per il Miglior Album di Musica Alternative nell’edizione 2002, come a dire che fu in grado di mettere tutti d’accordo (pubblico e critica) sul proprio valore.

Sull’attuale deriva artistica, solo mitigata in parte dalla pubblicazione dell’ultimo album “Everyday Life”, meglio invece bypassare, anche se capisco i tanti delusi della prim’ora che preferirebbero metterci direttamente una pietra sopra.

Coldplay – Parachutes

Data di pubblicazione: 10 luglio 2000
Tracce: 10
Lunghezza: 41:44
Etichetta: Parlophone
Produttori: Ken Nelson, Chris Allison, Coldplay

Tracklist
1. Don’t Panic
2. Shiver
3. Spies
4. Sparks
5. Yellow
6. Trouble
7. Parachutes
8. High Speed
9. We Never Change
10. Everything’s Not Lost (+ hidden track Life Is for Living)

 

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