OGGI “CLOSER” DEI JOY DIVISION COMPIE 40 ANNI

 
18 Luglio 2020
 

Il 18 Luglio del 1980, quando venne pubblicato il secondo album della band inglese, Ian Curtis era già diventato una leggenda eterna, così come i Joy Division. “Closer” è un album quasi sussurrato, avvolto da una luce tenue e flebile; ma è una luce penetrante, capace di attraversare le più strette fessure delle nostre anime, di posarsi sulle nostre inquietudini, sulle nostre vergogne, sulle nostre mancanze e rendercele meno amare. Non perché il suo messaggio sia ingannevole, ma semplicemente perché è reale, diretto, veritiero, inevitabile, crudo. Un messaggio intriso dalle sonorità tenebrose delle chitarre, dal battito artificiale dei synth, dalla vibrante cupezza del basso.

“Atrocity Exhibition”, il primo brano, è un pugno nello stomaco, uno sfogo contro quella gente, piena di sé, dei suoi finti ideali, del suo becero buonismo, che è attratta da tutto ciò che ritiene essere doloroso, spaventoso, disumano, folle. Accomodatevi, dunque, pronti a fare a brandelli la nostra intimità, a guardarci come fossimo in un circo, in un manicomio dalle porte spalancate, dove uomini e donne, senza più un briciolo di vitalità, credono di poter provare cosa significhi essere vivi fissando la sofferenza altrui.

“This is the way, step inside”.

“Isolation” arriva da un mondo remoto, lascia che le atmosfere più elettroniche prendano il sopravvento, mentre la voce si allontana sempre più dalla scena principale, quasi come se volesse scomparire per sempre, perdersi nella propria silenziosa solitudine, restare ad ascoltare solo i propri pensieri, in uno stato perenne di viaggio e di passaggio, senza alcun equilibrio predefinito, nessun appiglio materiale, mentre “Passover” termina con uno straziante dubbio: mi chiedo cosa verrà dopo.

Intanto il decadente post-punk di “Colony” si riempie di fosca aggressività, dell’ironia di “A Means To An End”, della sensualità di “Heart And Soul”, in bilico tra un cuore troppo romantico e malinconico ed un’anima sprofondata nell’abisso dei suoi tormenti. Una volta ci affidavamo al futuro, ma “Twenty Four Hours” ci mostra come anche il tempo sia destinato a finire: il ritmo può aumentare, impennarsi, accelerare, diventare sempre più coinvolgente. Ma, prima o poi, la canzone dovrà terminare e quando ciò avverà sarà meglio farsi trovare pronti: avere una strada da percorrere, un obiettivo da raggiungere, un sogno da esaudire, un destino da spendere, altrimenti non resteranno che porte chiuse, foglie rinsecchite, antiche lacrime, la minimale spossatezza che pervade “The Eternal” ed il tocco etereo e spettrale di “Decades”. Il tocco di una mano invisibile, più forte di qualsiasi dolore, di qualsiasi barriera fisica o mentale, di qualsiasi sorte avversa, capace di liberarti da ogni dubbio, da ogni sofferenza, da ogni peso e portarti altrove, facendo sì che dietro di te restino solamento quest’ultimo epitaffio sonoro e l’immagine del candido e lucente Cristo, adagiato tra le ombre di un sepolcro.

Pubblicazione: 18 luglio 1980
Durata: 44:16
Dischi: 1
Tracce: 9
Genere: Post-Punk, New Wave
Etichetta: Factory Records
Produttore: Martin Hannett
Registrazione: marzo 1980

1.Atrocity Exhibition – 6.07
2.Isolation – 2.53
3.Passover – 4.47
4.Colony – 3.56
5.A Means to an End – 4.08
6.Heart and Soul – 5.52
7.Twenty Four Hours – 4.26
8.The Eternal – 6.07
9.Decades – 6.10

 

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