OGGI “APPLE” DEI MOTHER LOVE BONE COMPIE 30 ANNI

 
19 Luglio 2020
 

L’araba fenice risorge dalle propri ceneri ogni 500 anni. Quando è il momento questo stupendo uccello di fuoco sceglie un luogo appartato, protetto, e semplicemente muore, per poi, chissà se consapevolmente, rinascere.

La scena musicale alternativa di Seattle che si è sviluppata nel corso degli anni ’80 per poi esplodere e prolificare all’inizio degli anni ’90 ha visto morire e risorgere innumerevoli complessi. Stiamo parlando di musica e società, quindi facciamo che i 500 anni diventano 500 minuti e diciamo pure che di uccelli di fuoco se ne son visti proprio pochi da queste parti, eccettuati quelli dipinti su alcune chitarre Gibson…

In questo contesto una bellissima e struggente araba fenice che ha davvero fatto luce per anni nel momento della sua consumazione e frantumazione è stata sicuramente quella dei Mother Love Bone. Band formatasi a sua volte dalla fenice dei Green River, storica band precursore di tutto il movimento grunge.
Quando qualcosa si consuma bruciando, le sue ceneri possono finire ovunque, pensiamo a Jeff Ament e Stone Gossard che dai Green River sono finiti nei Mother Love Bone per poi “scenerare” nei Temple of the Dog e infine nei Pearl Jam.

Nel 1987 i Mother Love Bone sorgono e danno il via a un garage punk caratterizzato da un tocco glam, conferitogli dal cantante Andrew Wood. Nel 1989 esce il primo EP “Shine” e, finalmente, nel 1990 esce l’album di debutto “Apple“.
Esattamente 4 mesi prima della pubblicazione, il 19 marzo 1990, il cantante Andrew Wood muore a causa di una overdose di eroina. Il gruppo non regge, esce “Apple” il 19 luglio e la fenice di fuoco comincia a bruciare fortissimo.
Chris Cornell dei Soundgarden si unisce agli orfani dei Mother Love Bone e sorge così una band il cui unico scopo è quello di commemorare la figura di Andrew Wood: sono i Temple of the Dog, che pubblicheranno solo un album omonimo nel 1991. Nuova fiammata lucente e poi, di nuovo cenere… e dalle ceneri… risorgono i Pearl Jam.

Apple” è un album mitico, che ha fatto la storia della musica rock e in particolare del grunge.
L’album avrebbe avuto lo stesso valore se Andrew Wood non fosse morto prematuramente permettendo così ai Mother Love Bone di produrre altro materiale e quindi altri dischi? Probabilmente no, ma la storia è questa, e l’importanza di “Apple” non si discute.

I Mother Love Bone, come accennavamo prima, hanno portato un tocco glam nella scena proto grunge e diciamo pure che i brani più memorabili che rimarranno per sempre nelle orecchie di un appassionato di quella scena e di quegli anni sono le ballate. Per le ballate i Mother Love Bone avevano davvero un grande talento. Forse proprio grazie all’ossatura con Ament/Gossard al basso/chitarra che sosterrà e caratterizzerà brani affini anche nei Pearl Jam successivi. “Bone China” è un brano che consiglio sempre come paradigma del discorso che stiamo facendo sui Mother Love Bone.

Possiamo in definitiva affermare che i Pearl Jam hanno raccolto un po’ i frutti dei propri genitori e hanno saputo sopravvivere e prosperare. Riascoltare oggi un disco che copie 30 anni e che racchiude tutto il succo concentratissimo di un movimento che ha fatto la storia della musica moderna… diciamo che è un’esperienza che almeno una volta ogni tanto bisogna ripetere. E ripetiamo allora, ripetiamo, ripetiamo, bruciamo, bruciamo, e torniamo a vivere di questa buona musica genuina concepita e prodotta da 5 ragazzi di Seattle, poco più che ventenni, sul finire degli anni ’80.

Mother Love Bone – Apple

Data di pubblicazione: 19 luglio 1990
Durata: 61:39
Tracce: 14
Etichetta: Stardog/Mercury Records/Lemon Recording
Produttore: Terry Date

Tracklist:

  1. This Is Shangrila – 3:43
  2. Stardog Champion – 4:59
  3. Holy Roller – 4:28
  4. Bone China – 3:45
  5. Come Bite The Apple – 5:27
  6. Stargazer – 4:50
  7. Heartshine – 4:37
  8. Captain Hi-Top – 3:08
  9. Man of Golden Words – 3:41
  10. Capricorn Sister – 4:19
  11. Gentle Groove – 4:02
  12. Mr. Danny Boy – 4:51
  13. Crown of Thorns – 6:19
  14. Lady Godiva Blues – 3:39

 

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