ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #4

 
24 Luglio 2020
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP

EMMA NOLDE 
Nero Ardesia

Allora, parto col dire che sono proprio contento. Per diversi motivi, certo, ma tutti per lo più legati al fatto che per la prima volta da mesi stamattina non mi sono svegliato con la sensazione che avrei dovuto fare a pugni con me stesso per non riversare litri di bile su produzioni scontate e testi faciloni; ed effettivamente (pensate che ragazzo sensibile, e quasi sensitivo che sono) l’ultimo weekend di luglio ha liberato le orecchie da condanne al buongusto (nemmeno un reggaeton di spessore, davvero?) rendendomi – per una volta – privo di veri bersagli da colpire. Insomma, il me castigatore un po’ piange perché se questa condizione ha il fascino della novità, dall’altra parte – ma solo per oggi – già mi manca l’adrenalina di entrare su Spotify con la violenza del drugo, e il mio Latte+ mattutino non ha lo stesso gusto di sempre, stamani. Però, come dicevo, sono felice per diversi motivi. Uno di questi è Emma Nolde, che è fortissima e renderà migliore la vita di tutti nei prossimi mesi, come già dal primo singolo (uscito solo quale settimana fa) ha fatto con la mia. Siamo al twist generazionale e storico, le donne al potere (ed era l’ora) e la creatività che torna laddove è sempre stata, nascosta da secoli di polvere e machismo tra le anse del femminino sacro. C’è solo da sperare che il mercato non renda il movimento femminile nuovo vaccino della borghesia (per dirla alla Borges), nell’attesa di non doverci più trovare a constatare quanto possa essere più o meno sconvolgente l’affermazione di artisti di valore in base al loro sesso, o al colore della loro pelle.

SAMUEL HERON
Ragazzi popolari

Capisci che sta andando storto qualcosa nella tua crescita personale e negli abusi “professionali” che ti concedi nel parlare di musica quando, ascoltando l’ultimo singolo di Samuel, una lacrimuccia scende dalla diga degli occhi ad annacquarti il caffé. Mi spiego meglio, perché qui bisogna contestualizzare a chi non viene dalle terre liguri la stranezza di trovarsi ad apprezzare qualcosa di concittadino, per noi mugugnoni certificati (me lo passate il tecnicismo? Per chi avesse problemi di lessico esiste Google, io me n’batto r’belin) e colpevoli assertori del “nemo propheta in patria”: Samuel è spezzino come me, parla di Spezia (sì, non della Spezia) e lo fa da innamorato, come sono io. Quindi, per una penna avvelenata e repressa come la mia, ci sono tutti gli estremi per stroncare “Ragazzi popolari”, perché se sei spezzino tocca far finta che non esista chi ha avuto successo ed è più bravo di te (che sei ancora lì, a farti mangiare il belino dalle mosche), inventando strane storie su come sia arrivato dov’è e mettendo in moto la macchina del fango che sa di provincia, invidia e castrazione tanto cara a noi orsi di montagna travestiti da marinai, con i piedi nel pantano e nei canali dello Sprugola ma il make-up da movida milanese. E invece non lo faccio, e sapete perché? Perché “Ragazzi popolari” è un bel pezzo, che parla di me/di noi/di tutti e lo fa in modo diverso da come Heron ha sempre raccontato – testualmente e musicalmente – il disagio quasi romantico della provincia: quando una canzone è bella, basta una chitarra e la giusta dose di verità e sincerità per far andare ogni cosa a posto. Ed io, per una volta, mi dimentico dell’aforisma latino e confido che Samuel possa fare la strada che merita, da artista e da spezzino. Perché se lo merita, anche se un po’ meno ce lo meritiamo noi spezéi.

ZERO ASSOLUTO feat. GAZZELLE
Fuori noi

Giuro che quando ho visto tra le nuove uscite di oggi il ritorno degli Zero Assoluto mi sono proprio fregato le mani; sentivo già ribollire dalle caverne dello stomaco il calderone di bile (di cui ho già parlato sopra) tenuto in caldo da settimane di agonia musicale, e salirmi dal centro del cuore la gioia primigenia e dannatamente connaturata che solo la violenza sa dare. Poi, scoprendo che “Fuori noi” fosse un featuring con Gazzelle ho proprio sentito l’odore della caccia grossa, della detonazione multipla, dello schianto che si fa sinfonia di rabbia dissacrante e rivolta proletaria. E invece, maledetti loro, non è successo niente di tutto questo: l’accoppiata è vincente, e il brano di valore in un panorama pop che – anche – dagli Zero Assoluto ha cominciato a muovere i suoi primi passi (prima in direzione ostinata e contraria, poi convergendo su sonorità spesso fin troppo simili a quelle del duo) verso l’affermazione del suo nuovo mainstream. Ecco, in questo senso Gazzelle rappresenta l’anello di congiunzione efficace a riportare nel presente gli Zero Assoluto, e a dimostrare che in fondo la vita è fatta di cicli, e che anche di fronte all’inevitabile crepuscolo degli Dei può risultare talvolta gradevole – laddove ben congegnato – il ritorno degli uguali che sanno mettersi in discussione e trasformarsi, per non cambiare.

FLOP

EMIS KILLA, JAKE LA FURIA 
Malandrino

Parto col dire che, oggi, di flop veri e propri non ne ho trovati, nelle mie speculazioni sul web e tra le playlist Spotify. Certo, c’era qualcosa che mi convinceva di meno rispetto ad altro, ma niente di così insoddisfacente da lasciarsi inserire – e a cuor leggero – tra le insufficienze di giornata, almeno tra ciò che sono riuscito a far entrare nel ridotto campo visivo – rispetto all’oceanica vastità delle lande discografiche – della mia umana capacità di discernimento. Ad onor del vero devo dire che, tenendo conto della prefazione, nemmeno il nuovo singolo di Giorgieness mi aveva fatto impazzire, ma in ogni caso mi ha preso di più del brano da sufficienza risicata di Emis Killa e Jake La Furia. Forse non sarà il mio genere? Forse sono stufo di sentire dire le stesse cose alle stesse persone nello stesso modo con le stesse immagini con la stessa – ormai inconfondibile – puzza di retorica criminale? Non lo so, ma a me “Malandrino” ha fatto sorridere più che intimidire di fronte alla violenza poetica (che nemmeno lontanamente – per spontaneità e urgenza – sfiora quella di Massimo Pericolo, di cui avevamo parlato la scorsa settimana) di una hit estiva, sì, ma freddissima al tatto, dal ritornello efficace a coprire la vacuità delle strofe e una scrittura carente di contenuto e di immagini che sappiano davvero rinnovare il genere invece che ostinarsi a mantenere l’abusato status quo rappettaro di chi sull’Olimpo c’è arrivato con la forza delle parole, certo, ma che ora altro non pare che rigurgito di pensiero borghese, utile a tutti noi cani sciolti da cortile e lupi da sushi-bar per sentirci un po’ più ribelli di quello siamo. E sempre meno sinceri.

 

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