OGGI “THE BACK ROOM” DEGLI EDITORS COMPIE 15 ANNI

 
25 Luglio 2020
 

Diciamolo, gli Editors sono un po’ come i Coldplay ossia una di quelle band che o si amano o si odiano, difficile stare nel mezzo. D’altronde di esempi di questo tipo nella storia musicale ce ne sono a bizzeffe. Tant’è. In ogni caso, quando ho premuto play sul mio Walkman Sony rimasi per un attimo davvero disorientato, incredulo quasi perché ho pensato che stavo ascoltando dei cloni degli Interpol. I primi sentori già li avevo avvertiti con l’ascolto di “Bullets” scelto come singolo il quale, peraltro, a mio modo di vedere, rappresenta probabilmente il momento più debole del disco.

Ecco, il disco. Superato lo shock iniziale e attratto comunque dal sound tipico post-new-wave che avvolgeva i brani di chiara ispirazione Joy Division, Echo and the Bunnymen, ed anche U2 primipari, oltre che ai citati Interpol, mi sono accorto che l’opening track “Lights” è assolutamente una perla di poco più di due minuti che sprigiona una carica in chiaroscuro avvolgente e intrigante.

La band di Stafford formata dal carismatico e virtuoso frontman Tom Smith, da Chris Urbanowicz (chitarra), Russel Leetch (basso) e da Ed Lay (batteria) si sono incontrati alla Staffordshire University mentre studiavano Music Technology e sin da subito hanno compreso che la strada non era certo quella degli studi. Nel 2004, infatti, firmarono per la label indie Kitchenware Records e solo un anno dopo uscì l’album del debutto oggetto della celebrazione odierna.

Questo “The back room” si caratterizza dalle tinte variopinte pur seguendo un leitmotiv di classica matrice indie-rock dark, a volte freddo, incolore ma comunque vivo nelle sonorità come nel ritornello “catchy” di “Fingers in the Factories” o in quello decisamente irresistibile di “Blood”, con la sua energica progressione.

Certo, man mano che le tracce scorrono via e si arriva in fondo al full-length la sensazione del classico nihil sub sole novum attanaglia l’ascoltatore facendo assurgere l’esordio dei ragazzi britannici a degli alter ego dei colleghi newyorkesi. In realtà, le melodie e la sezione ritmica degli Editors si apprezzano per un approccio più votato diciamo al “pop-rock” con brani diretti ed efficaci. Basti pensare all’altro ficcante singolo, “Munich”, un brano che non si stanca mai di ascoltare e con un refrain da urlo (People are fragile things; you should know by now/Be careful what you put them through/People are fragile things; you should know by now/You’ll speak when you’re spoken to”).  

Delle undici tracce di cui si compone il disco ben oltre la metà rappresentano hit da classifica come la corrucciata “All sparks” oppure “Someone Says” in odore di U2 con il suo riff di chitarra inafferrabile ancorché non mancano sia momenti più seducenti come la sintetica closing track “Distance” sia momenti più spiccatamente riflessivi e malinconici come nel trittico “Fall”, “Camera” e “Open Your Arms” nel quale la voce post-punk di Smith si prende ineluttabilmente la scena dettando armonie e respiri.

Sebbene non si tratta, a parer di chi scrive, del miglior disco della band di Stafford, “The back room” è di sicuro un ottimo album, essenziale e che, dunque, non può mancare nella discografia di genere.

Data di pubblicazione: 25 luglio 2005
Durata: 43:48
Dischi: 1
Tracce: 11
Etichetta: Kitchenware Records
Produttore: Jim Abbiss, Jacknife Lee

Tracklist:
1. Lights
2. Munich
3. Blood
4. Fall
5. All Sparks
6. Camera
7. Fingers in the Factories
8. Bullets
9. Someone Says
10. Open Your Arms
11. Distance

 

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