“PUOI VOLER SMETTERE DI DIVERTIRTI?”: IMBUCATI AI PRIMI DIECI ANNI DEI MONKEY WEATHER

 
10 Agosto 2020
 

In tempi di drammi virali, non perdere di vista gli orizzonti sociali è necessario, se non vuoi far la fine che hai fatto finora. Insomma, il peso delle catene rende ancora più necessario lo sforzo di non lasciarsi soggiogare dal lazo degli eventi, prendere per le corna il toro ed evitare con un doppio passo deciso l’entrata sporca in tackle delle ricadute psicologiche della “sindrome da capanna”. Per questo, imbucarmi alla festa di compleanno (10 anni! Come passa in fretta, il tempo) dei Monkey Weather è stata la boccata di ossigeno più liberatoria che potessi desiderare. Chilometri percorsi, soldi spesi al bar durante la festa e punti sulla patente persi al ritorno verso casa? Zero. Basta la riproduzione casuale di uno qualsiasi dei loro tre album pubblicati nella prima decade della biografia per partire verso mete sconosciute, a bordo di sottomarini gialli e Zeppelin a dominare il cielo del rock’n’roll. Magari, per i meno esterofili, si può partire anche da “Matilda”, brano fresco fresco di battesimo ed esordio in lingua italiana. Insomma, una festa per tutti i gusti. Un po’ come l’intervista che segue.

Ciao ragazzi, innanzitutto benvenuti. Leviamoci subito il dente, con la domanda più scomoda e necessaria: dieci anni di attività, quanto vi sentite vecchi e resistenti in questo mondo fatto di musica liquida, band liquide e anime liquefatte?

If you think you are too old to rock’n’roll, then you are”. Così vi risponderebbe Lemmy! Ciò che ci spinge è migliorarci sempre, anche se di poco, rispetto al nostro lavoro precedente, godiamo nel farlo, ci sentiamo vivi nel farlo. Adeguarsi ai tempi costa fatica ma da gran gusto, non è la specie più forte a sopravvivere, ma quella che si adatta
meglio al cambiamento, chi si crogiola sul fatto che prima era sempre meglio è vecchio, noi non abbiamo la presunzione di essere migliori, abbiamo solo la voglia di capire ciò che succede intorno a noi, vivere il presente.

Dieci anni in tre album, a distanza di due anni l’uno dall’altro: se doveste etichettare ogni vostro lavoro come tappa di un viaggio, come lo fareste? Fate finta di essere operatori turistici, e accompagnateci nel tour lungo il vostro passato.

Bellissima questa domanda, viaggiare è la prima fonte d’ispirazione, siamo nati viaggiando. Nel 2010 organizzammo un giro dell’Inghilterra on the road attraverso i luoghi che hanno reso immortali i The Beatles, incontrando la cultura britannica e abbracciandola in toto, lì nasce il primo disco. Per il secondo ci guardiamo dentro, il viaggio è interiore, ansioso, turbolento, ci ispiriamo alla favola della luna nel pozzo, questione di prospettive da ribaltare per star meglio, in effetti il nostro viaggio è proprio quello che porta allo star meglio, con tutte le imprecazioni possibili, vi assicuriamo che imprechiamo molto! L’ultimo album uscito in inglese è “New Frontiers”, vogliamo guidare un razzo per andare oltre il confine, qualsiasi esso sia, così si chiude la trilogia, andando oltre, questo oltre ci ha portati al cantato in italiano.

Poi, dopo un silenzio durato quattro anni, il ritorno con un singolo, “Matilda”, ben diverso rispetto al passato recente. Ma durante questa pausa che è successo? 

Il silenzio serve per ricreare il vuoto, il vuoto crea l’esigenza di riempirlo, tutto questo ci fa scrivere le storie che abbiamo vissuto e che vogliamo raccontare. Qualcuno di noi si è sposato ed è diventato padre, qualcun altro ha cambiato lavoro, qualcun altro cerca ancora di non innamorarsi di tutte le cameriere che incontra, insomma ognuno vive le sue sfide quotidiane e “Matilda” racconta proprio una di queste.

In “Matilda”, la lingua scelta è l’italiano. Come mai, e quanto è stato traumatico il passaggio dall’inglese? 

L’italiano ci è stato proposto come “sfida”, siamo tra manzi ossolani, pensate che ci possiamo tirare indietro difronte a una sfida? Scherzi a parte, il nostro amico/confessore/editore Kappa ci ha sfidato così durante una grigliata del primo maggio: “manterreste il vostro sound cantando in italiano?”. Come detto gli stimoli a migliorare ci piacciono, ci fanno venire il sangue caldo, ci siamo buttati, abbiamo litigato,
imprecato, maledetto anche l’ultimo degli Dei norreni, ma alla fine ce l’abbiamo fatta con il paziente aiuto di Federico Carillo, il nostro produttore artistico. L’obbiettivo è raggiunto, siamo maledettamente noi, anche cantando in un’altra lingua.

Spegnere le candeline durante l’anno del Covid di certo non permette di festeggiare a dovere, ma allo stesso tempo consente di riflettere sul percorso fatto. Quanto siete cambiati, e cosa cambiereste di quello che è stato?

Il Covid è stata una tragedia vissuta da vicino, parte di noi ha radici bergamasche, abbiamo sofferto a distanza, ognuno nei suoi appartamenti. Senza cercare di mancar di rispetto alla sensibilità di nessuno abbiamo fatto una diretta on-line per i nostri 10 anni, e meno male direi, perché è stato uno dei pochi bei ricordi da coltivare di quel maledetto periodo. In questi dieci anni siamo sempre rimasti tre “cazzoni” passateci la parola, l’entusiasmo e la “cazzimma” sono intatte, nel contempo abbiamo imparato a dire qualche “no”, dire sempre “si” in passato ci ha condizionato e vogliamo girare pagina, essere più consapevoli dei nostri mezzi e fare scelte più mirate. Se guardiamo indietro non abbiamo rimpianti, ma solo spunti di riflessione importanti per migliorarci, recriminare non serve a nulla, il passato è stato quello che doveva essere, vissuto al massimo delle nostre possibilità.

E invece, di questi dieci anni di musica e di palchi, c’è una cartolina in particolare che portate nel cuore?

Ce ne sono tantissime per fortuna, abbiamo fatto tante aperture importanti e ovviamente è facile raccontare di quelle, ma vedere il live club di casa, La Loggia del Leopardo, strapiena, con la gente che non riesce ad entrare, beh, dà un gusto tutto suo. Per la release di “New Frontiers” abbiamo offerto a tutti uno shot prima di entrare, vodka e tabasco, se parti così la serata può andare in un unica direzione: divertimento, quella è una cartolina che ci porteremo sempre con noi.

Sì, ma anche se ora è tutto fermo, da qualche parte – questo compleanno importante – si dovrà festeggiare! Ci sono live in programma, o qualche evento dedicato alla vostra prima decade?

Gli avvenimenti importanti della nostra vita artistica sono sempre stati associati all’uscita di un album, il sogno è poter festeggiare con una release a tutti gli effetti, senza restrizioni, del nuovo album prima di fine anno, come tutti sapete non ci sono certezze, ma siamo pronti a prendere questo sogno se ce ne sarà la possibilità.

Ma qual’è il segreto per sopportarsi e restare insieme tutti questi anni? Le cose cambiano, le persone passano, ma la musica resta…

Se non sei di Manchester, avere due fratelli nella band aiuta molto! Contando che il terzo di noi è stato praticamente adottato si può dire che considerarsi una famiglia è uno step importante per stare insieme così tanto. Ci sono stati tanti momenti di difficoltà, siamo scimmie, siamo conflittuali, ma poi la domanda che ci poniamo è sempre la stessa, davvero ci sentiremmo di metterci a nudo su di un palco senza gli altri due di noi? Esistono persone più desiderabili con cui suonare più degli altri due di noi? La risposta è no, perché ci vogliamo troppo bene.

E della musica di oggi, invece, che ne pensano i Monkey Weather? Cosa è rimasto di quella che scena, di quell’afflato che era dieci anni fa? Perché sembra davvero che tutto vada ad una velocità straniante, e in una direzione confusa…

Diciamo solo che prima di iniziare ogni session di questo disco guardavamo un video di Dua Lipa in studio così per metterci tranquilli! Scherzi a parte, abbiamo gusti musicali molto differenti, ognuno di noi ha le sue manie e mischiarle è e sarà sempre la nostra fortuna, siamo curiosi e abbiamo fatto una marea di ascolti prima di registrare. La “scena” è un concetto che ha avuto gloria fino ai primi 2000, poi tutto è cambiato, o si sta alle regole del gioco nuovo o si può solo rimpiangere un passato che non tornerà più, come detto sopra la musica resta e per fortuna ancora conta, se fai un disco di merda non vai lontano, come se fai un capolavoro non può rimanere non condiviso, gioie e dolori della nuova distribuzione della musica.

Quanto c’è bisogno, secondo voi, di recuperare il giusto contatto con la musica e con lo strumento? Oggi, sembra che questa componente “artigianale” si sia persa di fronte alla facilitazione digitale. Ho paura che i miei figli e nipoti, tra vent’anni, non sapranno nemmeno più dell’esistenza di una chitarra, o di una batteria, se esiste il “drummer” di Logic…

Il cuore non potrà mai essere riprodotto, è come quando fai shopping on-line, puoi provarti i vestiti, avere un bot che ti dice che stai bene, ma quello che conta è avere un altro essere umano che ti dice che sei bello, che stai bene, quella cosa lì, non ce la porterà mai via nessuno, la nostra umanità, anzi più saremo capaci di mettere umanità nella tecnologia più avremo successo. Imporre un contatto con uno strumento è deleterio, bisogna invece far vedere che con una chitarra, un basso e una batteria ci si può divertire molto, promuovere divertimento è l’unico modo che conosciamo per rendere affascinante qualcosa. Speriamo che i tuoi nipoti prima o poi vedano qualcuno che si diverta come un matto suonando e che gli venga voglia di farlo, se poi useranno anche Logic non sarà importante, importante è coltivare una passione.

Ora, altri dieci anni davanti a voi. Cosa ci aspetta, e cosa vi aspettate da voi stessi (che è la cosa più importante)?

Troppo in là come lasso temporale, il gioco è proprio non aspettarsi un bel niente, migliorarsi passo passo tutti i giorni, inseguire il gusto di far le cose bene, andare a dormire, spegnere la luce e poter pensare di essere delle brave persone e non degli stronzi con la coscienza sporca, questo speriamo di poterlo fare perché è importante.

Salutateci dando un consiglio a tutti quei giovincelli che oggi entrano in sala prove con la loro band per la prima volta, e che fra dieci anni sperano di poter festeggiare la loro prima decade proprio come state facendo voi.

DIVERTITEVI! Puoi voler smettere di divertirti? Si possono raggiungere risultati importanti come no, ma la gioia di aprire la saletta il giovedì sera, se ti diverti, durerà per sempre, esiste un successo più grande?

 

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