Che triste destino quello di “Little Kix”. Quando si parla dei Mansun o, semplicemente, si pensa alla formazione di Paul Draper, ecco che appaiono subito alla mente “Attack Of The Grey Lantern” e “Six”, pietre miliari non solo della loro discografia, ma anche degli anni ’90 made in UK. “Little Kix”, al contrario, viene nominato non con fastidio, ci mancherebbe altro, ma con assoluta “sufficienza“, come se si dovesse citarlo per forza, per dovere di cronaca, non certo per effettivi meriti. Dobbiamo essere sinceri, il paragone con i predecessori è impietoso, ma con i due album citati si volava realmente altissimo e mentenere quelle vette diventava impresa ardua. I Mansun vengono tirati per la giacca dalla casa discografica che richiede qualcosa di più radiofonico, imponendo addirittura Hugh Padgham alla produzione, nella speranza che ci sia qualcosa di buono per le radio. In realtà  il clima delle registrazioni non fu molto cordiale, la guerra di nervi che poi investì la band inizia qui e non è un caso che Andie Rathbone veda in “Little Kix” il motivo principale della fine del gruppo.

La verita? “Little Kix” non è così terribile come lo si dipinse all’epoca. Aveva però un drammatico peso sulle spalle, che lo ha affondato: arrivare dopo quel colosso che risponde al nome di “Six”. La band aveva toccato il suo apice in quel disco, in un climax trionfale di ispirazione che mescolava pop, indie-rock e prog in modo superbo a dire poco. Io credo che chiunque, musicisti stessi, dopo un simile exploit si sentissero in difficoltà  al momento di un nuovo disco, se poi, a questo, aggiungiamo, come accennato, i problemi con la casa discografica e qualche crepa nei rapporti umani, beh, allora le attenuanti per questo “Little Kix” ci sono tutte.

Il lavoro è sicuramente più lineare e semplice rispetto ai predecessori. Il songwriting è pulito, gli arrangiamenti tutt’altro che pretenziosi. “I Can Only Disappoint U” è perfetto esempio di quanto scrivo. Il singolo apripista è cartina tornasole più che lampante dell’intero disco. Tutto molto ordinato e pop: piano, chitarra appena sporcata, strofa-ritornello. Costruita per piacere. E in effetti questo sarà  uno dei singoli più gettonati dell’intera carriera dei Mansun. In altre canzoni la scintilla melodica non manca, ma forse non ci si eleva da uno standard qualitativo nella norma. Ci eravamo abituati troppo bene o tutto sommato non c’è nulla di memorabile? La verità  sta nel mezzo. Che un disco così “semplice” dopo quanto avevamo sentito dai Mansun potesse far storcere il naso è lampante, ma tutto sommato Draper e soci non ci sembrano cogliere il meglio in questo campo da gioco più classico.

Se “Butterfly (A New Beginning)”, posta in apertura, sembra lasciarci intravedere qualche timidissimo accostamento al primo album, il resto è invece una passeggiata piuttosto tranquilla in mid-tempo piacevoli come “Electric Man”, angelici e disincantati (buon lavoro vocale per “Love Is”) e romantici (“Soundtrack 4 2 Lovers”, che riprende arrangiamenti ridondanti). Dimentichiamo presto canzonette come “We Are The Boys”, ci soprendiamo per caramelline pop come “Fool” (simpatica, con questo taglio quasi anni ’50, ma che passa senza lasciare grandi tracce) e ci disperiamo un po’ per le intuizioni di “Forgive Me”, non realizzate bene come si sarebbe potuto. “Goodbye” a dire il vero chiude con inaspettato vigore, come se, al momento dei saluti, la band ci mostrasse tutta una vitalità  repressa che non era riuscita, per svariati motivi, a tirar fuori.

20 anni dopo, possiamo dire che “Little Kix” non meritava certo le bastonate che prese all’epoca, ma non è nemmeno riuscito a redimersi completamente. Un disco da 6,5 in pagella.

Pubblicazione: 14 agosto 2000
Studio: Astoria on the River Thames
Genere: indie-rock
Lunghezza: 52:14
Label: Parlophone
Produttore: Hugh Padgham, Michael Hunter

Tracklist:
1. “Butterfly (A New Beginning)”
2. “I Can Only Disappoint U”
3. “Comes as No Surprise”
4. “Electric Man”
5. “Love Is…”
6. “Soundtrack 4 2 Lovers”
7. “Forgive Me”
8. “Until the Next Life”
9. “Fool”
10. “We Are the Boys”
11. “Goodbye”