OGGI “BORN TO RUN” DI BRUCE SPRINGSTEEN COMPIE 45 ANNI

 
25 Agosto 2020
 

E’ successo: come anche nelle più grandi storie d’amore, oggi devo constatare che pure a me è capitato di dimenticarmi di un anniversario importante.
Non solo per l’oggettiva importanza di tale ricorrenza, i 45 anni di “Born to Run” di Bruce Springsteen, ma anche per il fatto, invero trascurabile dettaglio, che si tratta del mio album preferito in assoluto.
Ammantare una breve retrospettiva di un taglio così autocompiacente e personale è errore che anche il più umile scrivano dovrebbe evitare, ma mi trovo stamane nell’improbo compito di dover celebrare un cotanto capolavoro con frettolosa improvvisazione.
Un compito che avevo sempre immaginato come foce di elaborate riflessioni e mille ripensamenti ed invece eccomi qui a lagnarmi prima ancora di aver iniziato a discernere sull’amato disco.
Ma in fondo di un disco, di cui dispongo di innumerevoli copie, di altrettante e disparate versioni, di cui ho consumato nei miei ultimi umili 25 anni i nastri, i solchi, i laser e, con assai minor frequenza, la pila di lettori mp3 e cellulari, cosa potrei aggiungere di più di ciò che ho letto in decine di libri e riviste sull’argomento?
Ebbene sì lo ammetto, sono u inguaribile fan del nostro ma, senza voler esser scambiato per partigiano, ritengo sacrosanta la costante presenza di “Born to Run” in qualsivoglia classifica dei dischi migliori o più importanti del rock.

Dopo due dischi, entrambi colmi di canzoni che ne pregustavano già la futura grandezza, il primo, “Greetings From Asbury Park” mal prodotto e forse un po’ acerbo, il secondo, “The Wild and the Innocence Shuffle”, un gioiello immerso in vapori Van Morrisoniani ma poco supportato dall’etichetta, Springsteen sembrava intrappolato nella pericolosa trappola della “grande promessa non mantenuta”, più per le vendite insufficienti dei due citati album che per propri demeriti, mentre i suoi live iniziavano ad assurgere già a leggenda.
Un equivoco sull’iniziale etichetta stampatagli a forza “di nuovo Dylan” che la Sony tramutò per lanciare il terzo disco nell’identificare Bruce come “futuro del rock ‘n’ roll” per tentare un ultimo affondo sulla strada della gloria (e dei dollari facili), ultima possibilità prima di decidere di abbandonare Bruce naufrago nelle torbide acque dell’insuccesso (=licenziamento in tronco).

Inutile rammentare che  l’album, la cui realizzazione fu soffertissima e la cui uscita fu rimandata più volte, segnò un trionfo non solo artistico ma anche commerciale (non ai livelli stratosferici di “Born in the Usa” ma sufficiente per fare rientrare Springsteen tra i campioni di vendite).
L’etichetta di “futuro del rock ‘n’ roll”, su cui fu costruito un forte battage pubblicitario, si rifece al celeberrimo articolo che scrisse il giornalista John Landau, dopo aver assistito ad un concerto di Bruce.
Uno degli articoli più famosi nella storia del rock, quando il giornalismo musicale era “una cosa seria” e che portò addirittura Landau ad intervenire nella produzione di “Born To Run” ed ad iniziare una collaborazione ed una amicizia che perdura tutt’ora.
Ciò che espresse Landau nell’articolo rappresenta mirabilmente in poche ma emozionanti parole quello che trasmette quest’album a tutti coloro che ne percepiranno la grandezza, parole e concetti scritti più di 40 anni fa ma a mio avviso senza tempo :

Sono le quattro del mattino e piove. Ho appena compiuto ventisette anni e mi sento vecchio ascoltando i miei dischi e ricordando come erano diverse le cose soltanto dieci anni fa. Ma stanotte c’è qualcuno di cui posso scrivere nel modo in cui scrivevo dieci anni fa, senza riserve di nessun tipo. Ieri all’Harvard Square ho visto il passato del rock and roll balenarmi davanti agli occhi. E ho visto anche qualcos’altro: ho visto il futuro del rock and roll e il suo nome è Bruce Springsteen. E in una notte in cui ho avuto bisogno di sentirmi giovane, mi ha fatto sentire come se stessi ascoltando musica per la prima volta… Springsteen fa tutto. Lui è un rock’n’roll punk, un poeta latino di strada, un ballerino, un attore, un jolly, un band leader, un cazzo di chitarrista ritmico, uno straordinario cantante e un vero grande compositore rock’n’roll. Guida la band come se lo facesse da sempre. Mi sono tormentato, ho indagato nel mio cervello, ma davvero non riesco a trovare nessun altro artista bianco che fa tante cose così superbamente. Non c’è altro artista che preferirei vedere su un palco oggi”.

Storicamente, in un periodo in cui la musica rock era davvero al centro dell’attenzione e nei cuori della gente, “Born to Run” rappresentò un’ancora di salvezza per un rock che i più vedevano affogato nella stantia ripetizione di formule ormai appiattite ed impantanato nelle sabbie mobili della pacchianeria.
L’ascolto dell’album restituiva alla musica rock lo slancio, l’entusiasmo, la moderata irriverenza di quella che fu la primissima rivoluzione rock di metà anni ’50 a braccetto con la genuinità dell’r&b di matrice nera.

Un album che stilisticamente non inventava nulla, ma miscelava in modalità ed equilibrio perfetto tutta la storia del più genuino rock dei decenni precedenti e lo esprimeva in forza di un livello compositivo miracoloso.
Un album composto da 8 canzoni, 8 classici, 8 capolavori, 8 piccole suites del nuovo cantore dell’innocenza perduta, della fede che vacilla ma che crede in un sogno di redenzione, un sogno lontano da casa ma a portata di mano.
Svetta la produzione che profuma fortissimamente di spezie Spectoriane, aggiornando il famoso “Wall of Sound” al nuovo rock trionfale di Bruce.
E’ un album che tocca le corde emotive senza mai cadere nell’autoreferenzialità, un album che nasce e si sviluppa attorno al pianoforte e con largo uso del sax del compianto Clarence Clemmons, che contiene inni immortali come “Born to Run” o “Thunder Road”, gemme assolute come “Backstreets” o “Meeting Across the river”, brani che ti insegnano come un bianco dovrebbe assimilare (senza scimmiottare ) la lezione dei neri ovvero “Tenth Avenue Freeze-Out” e l’omaggio a Bo Diddley passando da Buddy Holly di “She’s the one”, l’epica “Night” ed in chiusura la teatralità miracolosa di “Jungleland” (forse ripresa un po’ troppo dall’amico/nemico Mark Knopfler di “Romeo and Juliet”).

Se volete leggere un articolo scritto di mio pugno che reputo ben fatto su Bruce, vi invito a rileggere la commemorazione che feci per la ricorrenza di “Born in the Usa” perché questo articolo non sarà oggetto nemmeno di una seconda rilettura ; articolo forse scritto troppo di pancia e con il crudele rintocco delle lancette che mi ricordano che devo inviarlo perché già siamo in ritardo.

Non sarà quindi un articolo scritto particolarmente bene o che vi espone in maniera esaustiva le sonorità e le tematiche dell’album, ma cogliete semplicemente il mio invito di fare vostro questo album, di credere nei sogni di fuga e grandiosità che evoca se siete ancora giovani, nel vento d’entusiasmo che emana se siete più attempati e stanchi.
Rispetto al punk non si celebra una vera e propria ribellione, rabbioso contrasto del nuovo sul vecchio, la fuga è invece intrisa di caratteri romantici ed enfatici.
Bruce già dall’album successivo, il plumbeo “Darkness on the edge of Town”, correggerà il tiro imbevendo il sogno americano di disillusione fino alla disperata e torbida analisi che lo porterà allo spettrale “Nebraska”.
Ma lo spazio per lo slancio e la vitalità di “Born to Run” dovremmo sempre trovarlo ; nel caso fossimo ormai troppo sconfitti dalla vita per non crederci più , basteranno semplicemente le 8 canzoni presenti, di un’abbagliante bellezza, al di là delle tematiche ivi contenute.

Chi tenterà di cimentarsi allo stesso gioco di “Born to Run”, cadrà inevitabilmente nella pacchianeria e nell’enfatizzazione molesta facendo ricadere il rock in quell’abisso che proprio “Born To Run” tentò di colmare ; quell’abisso che tanti altri (non serve citare come fanno tutti sempre ed unicamente il punk) , se pur in maniera anche assai diversa, tentarono di evitare.
C’è chi cita , tra i tanti, Meat Loaf ma lasciamo stare elenchi di cloni ed abbandoniamoci quando serve alle note di questo splendido quarantacinquenne, magari osservandone la copertina dove Bruce sornione ci sorride di soppiatto, mentre si appoggia alla spalla del fido Clarence, rinnovando ad ogni ascolto la promessa del rock prima che le vicissitudini della vita la infrangano.

Pubblicazione: 25 agosto 1975
Durata: 39:20
Dischi: 1
Tracce: 8
Genere: Rock
Etichetta: CBS Records
Produttore: Bruce Springsteen, Mike Appel e Jon Landau
Registrazione: 914 Sound Studios, Blauvelt, 1974; Record Plant Studio, New York, 1975

Lato A

Thunder Road – 4:50
Tenth Avenue Freeze-Out – 3:11
Night – 3:01
Backstreets – 6:29

Lato B

Born to Run – 4:30
She’s the One – 4:30
Meeting Across the River – 3:16
Jungleland – 9:33

 

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