OGGI “WILD PLANET” DEI B-52S COMPIE 40 ANNI

 
27 Agosto 2020
 

Sono nato nel 1977 e, seppur abbia amato la musica sin da piccolo, ho iniziato a seguirla in maniera più consapevole e compulsiva (ammetto possa sembrare un ossimoro) tra i 12 e i 13 anni, quando ascoltai per la prima volta una canzone dei R.E.M.

Non c’erano ovviamente Spotify e affini all’epoca, ma per fortuna avevo uno zio che li seguiva dagli esordi e che per iniziarmi mi passò la raccolta “The best of R.E.M.”della I.R.S. Records. Ero pronto, avevo quantomeno le basi per iniziare a seguire in diretta, con l’entusiasmo dei miei 14 anni l’ascesa dei georgiani nell’Olimpo del Rock . Quando uscì “Out of Time” lo divorai avidamente e ne fui travolto. Come tanti fui colpito non solo dall’evocativo video di “Losing My Religion” ma anche da quello di “Shiny Happy People”… (che me ne fregava a me, adolescente qual ero, se proprio tale episodio avrebbe finito per allontanare i fans della prima ora più intransigenti?!?)

Ero coinvolto da tutto, dalla musica allegra, dal ballo divertito di Stipe e compagnia, dai coretti e poi lei… l’illuminazione, quella donna che faceva amabilmente i controcanti nel pezzo e che sembrava un tutt’uno con la band. Nei credits era indicato il nome di Kate Pierson, che poi parteciperà anche a “Me in Honey”, pezzo conclusivo di quell’epocale disco.

Volli saperne di più su quella cantante e sul gruppo di cui faceva parte, d’altronde i R.E.M. citavano spesso quella band dal nome strano nelle loro interviste: B-52’s (all’epoca scritto con l’apostrofo). Scoprii presto che a cantare non vi era solo la rossa Pierson.

Purtroppo per me però all’epoca quel gruppo di Athens a cui i miei idoli guardavano con devozione non stava vivendo uno dei loro periodi migliori, o meglio non era più in auge, laddove comunque avevano sfornato da poco l’album che ufficializzava il loro rientro nel mondo del pop (“Cosming Thing”, uscito nel 1989). Tante cose erano successe però nel mentre, su tutte la prematura dipartita di uno dei fondatori, il valente chitarrista Ricky Wilson che morì a causa dell’aids nel 1985 a soli trentadue anni. Un duro colpo per un gruppo che aveva sempre fatto del divertimento e del sagace sarcasmo uno dei suoi tratti distintivi.

Gli anni d’oro dei B-52s sono da ricollegarsi alla seconda metà dei ’70, quando la già citata Kate Pierson, più vecchia dei suoi futuri sodali, fondò il gruppo con Cindy Wilson, sorella di Ricky, il batterista Keith Strickland e il funambolico cantante Fred Schneider. Beh, più che un cantante in senso stretto, quest’ultimo era un vero e proprio entertainer. Intrattenimento è la parola giusta che si poteva spendere a ragione, perché i loro non erano mai concerti usuali, bensì un frullato di spettacolo, musiche e arte di derivazione proto-dadaista. Insomma, un qualcosa di irresistibile, e difatti i Nostri fecero presto breccia sul pubblico del college e con lo storico singolo “Rock Lobster” iniziarono a farsi notare anche nelle indie charts. Da lì in un batter d’occhio finirono arruolati da una major.

Il primo album, omonimo, è la summa dei loro primi tentativi musicali, tra new wave, surf e pop, ma la prova del nove sarebbe arrivata con “Wild Planet”, uscito esattamente quarant’anni fa, a soli dodici mesi di distanza dall’album d’esordio.

C’era curiosità nel vedere sin dove il bizzarro quintetto si sarebbe spinto e le promesse non furono per nulla disattese, anzi. In “Wild Planet”, a mio avviso il loro album più compiuto, ci sono equamente distribuiti tutti gli ingredienti che hanno reso magica quella formula, tra il furore e il genuino divertimento e la voglia di evolversi, almeno sul piano musicale, laddove invece in ambito meramente artistico, vollero continuare a percorrere la fortunata strada dell’istrionismo.

Coloratissimi, seducenti, eccentrici, finanche a tratti geniali, sembravano avere come motto il fare ballare la gente, lasciandosi davvero andare. Un brano come lo scatenato “Party Out of Bounds”, non a caso posto in cima alla tracklist diventa così istantaneamente emblema della loro poetica. Il messaggio è chiaro, e i giovani sembrano assecondare questo spirito ribollente edonismo e libertà.

Le due cantanti per prime sono scatenate, fra balli e canti, e la loro armonia vocale sarà tratto distintivo, e fungerà da modello per molte artiste da lì a venire.

Schneider recita, scalpita, declama, accentuando il lato teatrale dell’ensemble, mentre per la musica basta chiedere a quel piccolo genio di Wilson, artefice di riff che faranno scuola a gente come i Gang of Four, tanto per fare un nome. Le divagazioni spaziali del chitarrista e i suoi inserimenti improvvisi nel ficcante e tempestuoso tessuto di tastiere, sapranno incidere a fuoco gemme punk dance come “Running Award” e “Give Me Back My Man”, a formare una clamorosa doppietta, anticipatrice del pezzo forte dell’intero lavoro. Già, alludo alla celebre “Private Idaho”, forse la loro più nota hit – non a caso fece capolino ai piani alti della charts di Billboard – e manifesto caleidoscopico della loro avventura musicale.

Non ci sono punti deboli nella scaletta di “Wild Planet” e si arriva in un batter d’occhio alla fine della corsa, elettrizzati e felici, con due delle più compiute canzoni del disco, che un po’ si discostano dal piglio degli esordi: l’elettrica “Strobe Light” mostra un lato appena appena più cupo e sinistro, mentre “53 Miles From Venus” ne mette in luce l’anima più sperimentale, vicina alla psichedelia aggiornata però con la lezione della new wave.

Ci misero poco in fondo a entrare nel mio immaginario, ma fui in grande compagnia ovviamente, poiché i B-52s non potevano lasciare indifferenti nessuno.

Magari il colpo d’occhio era preminente a un primo impatto, d’altronde i Nostri non scherzavano in quanto a look bizzarri e strani – lo stesso nome della band pare derivare da una pettinatura in voga negli anni 50, che richiamava la forma del Boeing B-52 – ma se si andava oltre l’immagine, veniva naturale ritrovarsi come ipnotizzati da quel ritmo frenetico e da quelle incalzanti e stralunate liriche.

B-52s – Wild Planet
Data di pubblicazione: 27 agosto 1980
Tracce: 9
Lunghezza: 34:44
Etichetta: Warner Bros Records
Produttore: Rhett Davies, B-52s, Chris Blackwell

Tracklist
1. Party Out of Bounds
2. Dirty Back Road
3. Runnin Around
4. Give Me Back My Man
5. Private Idaho
6. Devil in My Car
7. Quiche Lorraine
8. Strobe Light
9. 53 Miles From Venus

 

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