ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdi #7

 
11 Settembre 2020
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP


FULMINACCI
Canguro

Filippo Utinacci, Fulminacci, ‘li mortacci. Potrei fermarmi qui, ma le mie norme redazionali impongono per le recensioni un certo livello di pedante prolissità utile a farmi godere al meglio della reputazione che merito – quella di zizzaniosissimo azzeccagarbugli – e quindi, con dovuta pesantezza, esprimerò meglio il sunto iniziale dell’esordio. Fulminacci è ’97, ha vinto il Premio Tenco come miglior opera prima con “La Vita Veramente”, è del ’97 (l’ho già detto, ma ci tengo a ribadirlo), scrive come un quarantenne (cosa che a tratti mi fa impazzire, a tratti mi fa dire ‘li mortacci, e si torna all’inizio) e sa cantare e suonare e ammiccare contemporaneamente – con la sua tenerissima discrezione da voto alto in condotta, come direbbe lui – alle pollastrelle in crisi ormonale sedute in prima fila. Insomma, un discreto repertorio di skills per uno che ha di certo il merito di aver ridato nuova linfa al cantautorato, riavvicinando i delusi ed educando i neofiti del genere; a non convincere questo vecchio diffidente che mi abita il cervello è l’abuso – talvolta sfrontato- di un linguaggio che appare sconvolgentemente originale solo a chi non conosce la tradizione: Daniele Silvestri coabita abusivamente la maggior parte della produzione fulminacciana, echi di Jovanotti emergono qua e là a contrappuntare lo slancio poetico importante di un frutto giovane, che va curato con attenzione e senza la pretesa di doverlo fertilizzare a tutti i costi. “Canguro” è un bel pezzo, che gira bene e convince. Magari non lascia il segno come “Tommaso”, “Borghese in borghese” o “La vita veramente”, ma è anche vero che non inserirlo tra i top di giornata sarebbe stato un delitto non da poco. E poi, che bello trovare tra i nomi dei big italiani anche quello di un ventitreenne, per nulla imbarazzato dalla compagnia di alto rango.


SELTON feat. Emicida, Willie Peyote
Fammi scrollare

Ma cosa è successo ai Selton? Dove sono finite le palme, Rio de Janeiro, Joao Gilberto e la samba? Insomma, dalle movenze latinoamericane dell’inizio alla trasformazione degli ultimi mesi il salto è grande, ma il passo non sembra essere più lungo della gamba, anzi: a tirare su le sorti – già positive – di un brano che vive dei suoi featuring è certamente la penna di Willie Peyote che tira fuori un altro testo dei suoi (l’usato sicuro che non delude mai quando la qualità di partenza è alta, anche se il buon Willie potrebbe farci assaggiare anche qualcosa di diverso, a questo punto) su cui si erige la babele di Selton e Emicida – nome a me sconosciuto e piacevolissima scoperta, che riporta il baricentro della produzione verso il Brasile – per un trio d’eccezione su un singolo che convince sicuramente più del brano gemello “Pasolini” (che a me aveva fatto discretamente arrabbiare). Insomma, tutto bene quel che procede bene: i Selton si sono definitivamente scrollati di dosso ogni etichetta di genere e provenienza aprendosi a collaborazioni e sperimentazioni intelligenti, a muovere la superficie stagnante del laghetto autoreferenziale della scena italiana. Con il tocco dei fantasisti, da bravi brasiliani, e il numero dieci sulle spalle.


TIROMANCINO
Finché ti va

Ammetto di non essere un grande conoscitore dei Tiromancino, e giuro che – da bravo detonatore professionista – all’uscita del loro nuovo singolo già mi fregavo le mani al pensiero di inserire una vittima illustre tra i miei flop di giornata. Purtroppo la mia sete di sangue è stata frustrata dalla bontà di un brano ben scritto, dall’impalcatura pop classica, certo, ma con immagini convincenti ed un giusto livello di identità e autorevolezza: di fronte agli scempi dei vari rigurgiti del passato, incapaci di accettare che il tempo passa, i Tiromancino trovano la quadra giusta per esprimere la propria emotività in modo fresco, genuino e semplice (ma non semplicistico). “Finché ti va” lascia dietro sé un buon odore, che è quello delle cose fatte in casa con intimità giusta, senza pretendere di essere leoni quando la giungla è piena di iene; al richiamo del branco, i Tiromancino preferiscono la solitudine dei numeri primi, continuando a dimostrare come si possa continuare a galleggiare (niente di negativo, nell’accezione di questo termine, solo umanissima spinta alla sopravvivenza) con dignità, senza per forza doversi legare a nuovi linguaggi e canoni estetici che finiscono con il tirare a fondo.

FLOP


LIGABUE
La ragazza dei tuoi sogni

Ammetto che il motivo per il quale non mi è troppo dispiaciuto il fatto che i Tiromancino non sarebbero diventati – vista la qualità del brano – carne da macello per la mia verbosissima mannaia è stata l’epifania, nella meravigliosa giornata di oggi, di Lui. Oltre le colonne d’Ercole a cavallo dei neri destrieri dell’apocalisse, di fronte al capitombolo del Capitale e al lockdown delle capitali, davanti al crollo delle Borse e all’ascesa delle borse sotto gli occhi, in barba al precariato, al vecchio che avanza, ai No-vax/No-Tav/No-brain e al disastro del mercato musicale, Lui si ripalesa e l’attesa della sua parola si fa principio di orgasmo per tutti: scalpitano le lingue adatte ad ogni tipo di orifizio, pronte ad incensare ogni nuovo peto, rutto e disgusto gastrico degli opulenti big della tradizione nostrana, e battono sul tamburo (come direbbe Faber) le lingue dalla critica facile, già intente a sfilare in parata funebre per le vie della città immolando sull’altare dell’invidia la giusta visione delle cose (se esiste). Ecco, io faccio fieramente parte di questa seconda categoria e lo dico senza ritrazione alcuna: sono un ateo convinto di fronte al culto di Lui, e da sempre ho esercitato blasfemi riti di imprecazione contro i suoi seguaci e i suoi adulatori. Ma oggi, lo giuro, ho cercato di pormi all’ascolto del nuovo singolo di Ligabue con tutta la buona volontà residua da un anno di illustri detonazioni artistiche (leggi Bianconi, Godano, Carboni & Co.); ecco, non è servito a nulla: Lui canta ancora delle stesse cose (che piacciono solo ai patiti del nostalgico, impegnati più a ripetersi ostinatamente frasi tipo “quando c’era Lui” che a difendere il coraggio dell’esordiente), nello stesso modo ma con un’intensità e una credibilità incartapecorita, e invecchiata sinceramente male. E non credete che non mi dispiaccia, vedere Lui così vicino ad una fine, perché abbiamo bisogno di qualcosa da combattere, da bravi repressi e frustrati. Però così, Lucianone, rendi troppo facile la vita a tutti noi, detrattori professionalizzati del tuo talento – che è indiscutibile – e della sincerità che, seppur in modo spesso fin troppo maccheronico, ha sempre contraddistinto la tua Storia.

SEZIONE VIVAIO

Di fronte al nuovo che avanza ritrarci non è più possibile, se non assumendocene le pesanti responsabilità generazionali; ecco perché abbiamo bisogno oggi di dedicarci ai polmoni di domani, che hanno bisogno di ossigeno e di speranza. Nasce per questo la “Sezione Vivaio”, con le nostre segnalazioni dei più interessanti emergenti di giornata: solo i migliori fiori che la gioventù, come direbbe Fossati, fa ancora crescere per le strade.

STAGI, Spiccioli
Stagi torna a distanza di un anno dal primo singolo per La Clinica Dischi con un brano che sa di rasserenata infelicità: sullo sfondo di una Verona nuova si muove l’anima e il cuore di un progetto convincente perché anomalo, a cavallo fra mainstream e underground vecchia scuola. Una ballad romantica al contrario, che di romantico ha apparentemente poco ma solo agli occhi di chi non sa osservare: Stagi utilizza altre parole, per parlare d’amore. E sogna di fare, da grande, il parcheggiatore abusivo. Per cogliere quest’ultima metafora è altamente consigliato l’ascolto del brano.

BOETTI, Golden Boy
Allen Ginsberg dà la mano ad Appino e insieme mi obbligano ad inserire il secondo singolo di Boetti tra le segnalazioni importanti del “Vivaio”: “Golden Boy” sa di urlo generazionale, di denuncia ad un sistema di pensiero che come gramigna cresce dentro a chi non sa e ha paura di sapere. Il “conosci te stesso” socratico diventa l’obbiettivo di un’invettiva che fa calare le maschere ad un’intera generazione di mantenuti e poser. Generazione alla quale, tra l’altro, appartengo anche io. Ottimo ritorno.

MIGLIO, Bagno Paradiso
A me Miglio piace tantissimo, lei lo sa, io lo so, e quindi per cause di cuore l’avrei forse inserita in ogni caso tra le segnalazioni verdi di oggi. Ma la verità è che l’amore si conquista ogni giorno, senza mai darlo per scontato: “Bagno Paradiso” è un bel pezzo, ancora una volta, e ascoltarlo ora fa bene al cuore e consola l’anima lungo gli ultimi sussulti di questa isterica estate immaginaria. Bella produzione, bel testo, bel risultato; magari non uno dei miei brani preferiti della cantautrice lombarda, ma ennesima dimostrazione che tutto quello che Miglio tocca diventa vero, essenziale e sincero.

GABRIELE TROISI, Lumache
Che pezzo. Serve dire altro? Ascoltatevelo: una poesia d’amore e morte, sintesi perfetta fra estremi impossibili. Vale tutto quando si parla di talento, e qui ce n’è un sacco: Troisi ha l’animo R&B, è vero, ma è molto di più. E ascoltando il suo ultimo singolo, a me una lacrimuccia scende. O forse sono piccole lumache, che mi attraversano la guancia?

 

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