LE RISTAMPE DI PJ HARVEY
Un’occhiata alle prime 3 pubblicazioni: “Dry”, “Rid Of Me” e “To Bring You My Love”

 
14 Settembre 2020
 

La notizia che l’intera discografia di Polly Jean Harvey sarebbe stata riproposta dalla Island in più formati (CD, vinile, digitale) arricchiti da demo e provini inediti è una delle più curiose di questo strano 2020. Non certo un’operazione nostalgica, sentimento che non è mai appartenuto all’istinto musicale della Harvey, ma un’occasione di riflessione, confronto e riscoperta oltre che un’ottima scusa per sintonizzare le cuffie su album che hanno rappresentato un pezzo importante di storia del rock.

“DRY” + “DRY – Demos”
Il disco d’esordio del 1992 registrato insieme a Rob Ellis (ex Automatic Dlamini) e Steve Vaughan. Il cosiddetto PJ Harvey Trio, in realtà già allargato a molti altri collaboratori. Un album che la stessa PJ Harvey ha definito estremo, a livello emotivo e di performance. Profondamente affine al rock d’inizio anni novanta con chitarra elettrica e batteria in primo piano. Difficile far meglio, eppure in “Dry – Demos” compaiono versioni elettro – acustiche non inedite ma introvabili. Spartane ma non troppo, con alcune sovra – incisioni (la linea vocale di “Oh My Lover” e “Sheela – Na – Gig” ad esempio). Un filo di falsetto e molta rabbia trascinano “Dress”, “Victory” è ipnotica e tutta costruita sull’alternanza tra chitarra slide e acustica. Minimale “Happy And Bleeding” giocata su qualche accordo a corde tese, spettrale il ritornello di “Hair”. Interessante scoprire “Joe” con una tempesta di feedback innestata sul semplice impianto acustico mentre “Fountain” e “Water” ricordano ancora una volta di cosa è capace la voce di PJ Harvey. Interessante anche la scelta della Polaroid in copertina, che sembra anticipare quella iconica di “Rid Of Me”.

“RID OF ME” + “4 – TRACK DEMOS”
Un secondo album difficile a detta della stessa PJ Harvey, l’ultimo col Trio, registrato da Steve Albini. L’uomo giusto al momento giusto, capace di ottenere un sound ruvido e tenace molto simile a quello di un’esibizione dal vivo. Pochi orpelli, bando alle sottigliezze musicali: un’immagine fedele e onesta di quel periodo. Otto brani erano già stati pubblicati formato demo negli anni novanta in una raccolta chiamata “4 – Track Demos” dove PJ Harvey si esibiva in quasi totale solitudine, una differenza siderale rispetto alle versioni poi realizzate con Albini e la band. Registrazioni casalinghe in cui emerge tutta la genuina potenza di una donna dotata di rabbia, dolore e chitarra elettrica. “Rub Till It Bleeds”, “Snake”. “Hook” e “Ecstasy” in particolare catturano l’attenzione per il tono minimale eppure trascinante, deciso e vulnerabile allo stesso tempo. Nessun inedito purtroppo nella ristampa 2020 pubblicata per la prima volta in vinile e resta la curiosità di sapere come suonavano “Missed”, “Man- Size”, “Me – Jane” e la cover dylaniana “Highway ‘61 Revisited” quando sono state concepite o cantate per la prima volta.

“TO BRING YOU MY LOVE” + “TO BRING YOU MY LOVE – Demos”
Il disco della svolta prodotto insieme a Flood e John Parish e la ristampa più interessante delle tre. Versioni demo decisamente rabbiose, a volte simili a quelle poi finite nell’album (è il caso di “Down By The Water”, della sempre viscerale “C’mon Billy”, di “I Think I’m A Mother”) altre molto meno. La title track ad esempio mantiene buona parte della potenza espressiva con un arrangiamento ipnotico, minimale, su cui la voce di PJ Harvey s’innesta nuda, vibrante. Ancora più selvaggia e tagliente “Meet Ze Monsta” con la chitarra elettrica meno distorta dell’originale, suona invece sussurrata e inquietante “Working For The Man”. “Teclo” è uno dei pezzi che ha subito le maggiori modifiche: spettrale, niente piano e tutta chitarra con la voce di PJ Harvey vera protagonista. “Long Snake Moan” furiosa cavalcata rock prima e dopo, dal sound sincopato e ben più sporco della versione poi approdata su disco. La disperata “Send His Love To Me” è invece incredibilmente complessa: sei corde acustica, tastiere e un finale ossessivo e blues nell’anima. La conclusiva “The Dancer” ritmata era e ritmata resta, col suo bel crescendo che regala una delle performance vocali più vulnerabili, spontanee e senza filtri dell’intero lotto. L’urgenza dei brani non diminuisce in formato demo ne esce casomai rafforzata, segno evidente che una canzone valida spesso lo è fin dalle prime battute se i sentimenti sono autentici e vissuti.

25 years since its original release through Island Records, the vinyl reissue of PJ Harvey’s Mercury Music Prize…

Pubblicato da PJ Harvey su Venerdì 11 settembre 2020

 

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