“SOLI E ASSIEME, L’ETERNITA’”: RIFLESSIONI SU AMORE E PARCHIMETRI CON STAGI

 
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14 Settembre 2020
 

Stagi è uno dei miei cantautori preferiti, e potrebbe diventare anche il vostro. Per fugare ogni dubbio in merito al fatto che ascoltare “Spiccioli”, la ultima release per La Clinica Dischi, sia un’occasione da non perdere nel caos di pasticci musicali che la degustazione Spotify offre ogni nuovo fine settimana, gli ho fatto qualche domanda sulla sua musica, sul tempo che scorre e sui parchimetri. Sì, sui parchimetri: la poesia, la bellezza e la vita sono sempre una questione di punti di vista, e Stagi ha occhio allenato a scovar le vie più lunghe solo per ammirare nuovi paesaggi. Qui di seguito, il risultato del nostro errare contemplativo; tutto molto indie.

Stagi, cominciamo dal nome, che ha subito una variazione importante. Da €L€ONORA (alterego con il quale hai esordito da solista, un anno fa, con “Stalattiti”) al tuo cognome di battesimo: c’è un percorso, un manifesto d’intenti dietro questo switch oppure nulla di tutto questo e come sempre ho spinto oltre le mie congetture?
Probabilmente ti sei spinto un po’ troppo in là! Semplicemente mi sento più a mio agio senza un nome femminile inventato di sana pianta.

Un anno di distanza dalla tua prima release per La Clinica Dischi, nell’anno in cui il CEO di Spotify ha detto che ogni artista dovrebbe partorire un singolo al mese per essere “preso sul serio”. Tu ti prendi poco sul serio oppure credi – come me – che le cose abbiano bisogno del giusto tempo, nell’era della velocità?
Il CEO di Spotify ha tremendamente ragione: il mercato musicale inevitabilmente premia chi riesce a produrre tanto. Io come te (e il neuroscienziato Lamberto Maffei, dunque siamo in buona compagnia) elogio la lentezza, la riflessione, la ponderazione, soprattutto in questo periodo di falsi idoli e affanni digitali; e comunque riesco a scrivere solo quando provo sensazioni forti – non cose da tutti i giorni. Talvolta mi chiedo però se questo sia solamente un risvolto della mia pigrizia.

“Stalattiti” è una ballad lisergica, piena zeppa di immagini quasi fotografiche, e anche in “Spiccioli” sono diverse le polaroid che disegnano il brano, quasi cinematograficamente. Ti ritrovi nell’idea che la tua scrittura possa essere contaminata, in qualche modo, da un’estetica quasi cinematografica? E se sì, ti senti vicino (per mood, per vibrazioni) a qualche regista in particolare?
Ti confesso di non essere un gran consumatore di film: è un linguaggio che sento non appartenermi appieno. Ti risponderei solo parzialmente, basandomi sui pochi film che ho visto, dunque evito di evocare il nome di qualche regista particolare.

“Spiccioli” si muove in luogo ben preciso, tempio letterario del topos amoroso per eccellenza: Verona rimane sullo sfondo a mò di fondale oppure ha davvero avuto una reale incidenza nella scrittura del brano?
Verona è una città bellissima, ogni volta che mi reco là mi sento immerso in un universo di vibrazioni positive. Detto questo, la città rimane sullo sfondo, anche perché agli amanti di “Spiccioli” non importa dove si trovano, probabilmente neanche lo sanno.

Ma ce la spieghi questa metafora dell’amore come “parchimetro”? E che valore dai al tempo, alle cose che scorrono a volte senza nemmeno che ce ne accorgiamo?
Per me la metafora è abbastanza chiara. Il tempo è il nemico degli amanti, i quali vorrebbero trascorrere, soli e assieme, l’eternità. Il parcheggio a pagamento (che io trovo un abominio, oltre che un’offesa alla libertà personale), in particolare la scadenza del  relativo biglietto, rappresenta lo stare al mondo con le sue fatiche, ansie, gioie e dolori. L’amore rappresenta per me la fuga dal mondo, e dubito che due amanti che si trovassero con infiniti spiccioli in tasca si allontanerebbero da quel “parcheggio” per tornare a vivere nel mondo reale.

Ti senti di far parte di qualcosa, di una scena, di una generazione ben precisa? I Maestri del pensiero dicono che siamo nell’era dell’individualismo, della liquefazione di ogni appiglio e riferimento. E se fosse questa la cifra identitaria della nostra, di generazione?
Sono anagraficamente parte di una generazione omologata, disillusa, indifferente, a tratti irrazionale, in una società che sta regredendo sul piano intellettuale. Ce ne renderemo conto quando saremo più grandi.

E’ l’ultimo giorno del Mondo, e ti rimangono in tasca pochi spiccioli che vuoi spendere assolutamente. In cosa credi che vorresti investirli?
In un parcheggio a pagamento. Forse anche un gin-tonic, se costa poco.

E invece, quale pensi sia la cosa che per eccellenza non si può comprare? Nemmeno per tutti gli spiccioli del mondo? 
Una persona a cui poter dire tutto senza filtri, senza nascondere mai niente, essere sinceri al 100%. Questo non si trova su Amazon.

Tre dischi, tre libri e tre film che decidi di portare via con te, ovunque andrai.
Domande sempre difficilissime. “Creuza de mâ”, “Sigh No More”, il “White Album” dei Beatles. “L’Urlo” di Ginsberg, “Dubliners” di Joyce, lo “Zarathustra” di Nietzsche. “Pulp Fiction”, “Coffee and Cigarettes”, “Arancia Meccanica”.

Ultima domanda, la più importante: ci tocca aspettare un anno per sentire di nuovo qualcosa di tuo?
No, dai.

 

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È tutto vero 👛 Link in bio per Spiccioli 💰 @laclinicadischi @artistfirst.it @giacomoraffa @worilla.press @elle.ottantasete @spotifyitaly

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