OGGI “THIS IS THE SEA” DEI WATERBOYS COMPIE 35 ANNI

 
16 Settembre 2020
 

I Waterboys del carismatico e talentuosissimo Mike Scott sono ancora pienamente in sella, a distanza di quasi quarant’anni (furono fondati nel 1983), lungi dal crogiolarsi sulla gloria passata e del tutto predisposti a seguire l’indole artistica e l’estro del suo leader.

A sostegno di quanto appena enunciato c’è una carriera ormai lunga ma piuttosto continua, costellata di tanti lavori pregiati e qualche episodica caduta. Tra queste, mi è spiaciuto non poco additare anche la loro ultima fatica, uscita poche settimane orsono, nella quale a mio avviso Scott non ha saputo bene incanalare le sue tante intuizioni musicali, esplorando suggestioni affascinanti ma allo stesso tempo ardite, col risultato di spiazzare non poco l’ascoltatore.

C’è da dire che, per quanto non abbia voluto calcare troppo la mano in fase di recensione sul confronto con certi dischi del passato, volendomi togliere la maschera vi confido che ho faticato non poco nel trovare lo spirito che accompagnava il gruppo (e Scott nello specifico) all’apice del loro percorso, quando da quella penna uscivano autentici capolavori.

Uno di questi, precedente a quello ampiamente riconosciuto (“Fisherman’s Blues” del 1988, con cui ci fu la loro scoperta dell’Irlanda e il fragoroso tuffo nell’universo folk rock, da loro portato ai massimi livelli), è rappresentato senza timore di smentita dal mastodontico “This Is the Sea”, pubblicato esattamente trentacinque anni fa, terzo della serie dopo l’acerbo esordio eponimo e il convincente “A Pagan Place”.

Fu infatti con “This Is the Sea” (che oggi andiamo giustamente a celebrare) che i Waterboys seppero imprimere una grande sferzata al loro percorso, portando a compimento le stupende intuizioni del disco precedente e accentuando in modo esponenziale la forza del suono, tanto che fu tirato in ballo, a ragione, il paragone con il “Wall of Sound” di Phil Spector.

L’idea a lungo inseguita e qui agevolmente raggiunta era di sviluppare un contorno musicale che godesse di quell’aura di grandezza ed epicità, tanto da definirla poi, in modo congruo, “Big Music”.

Scott voleva rendere vitali e immortali, con i loro territori sconfinati, le nuove creazioni, e con l’aiuto dei suoi sodali musicisti che ormai in modo effettivo vi si erano affiancati (un nome su tutti, decisivo per sviluppare questo concetto, fu quello del tastierista Karl Wallinger) riuscì benissimo nel suo intento.

Provate ad ascoltare in cuffia la traccia iniziale e avrete ben tradotte queste sensazioni: “Don’t Bang the Drum” ha un inizio obliquo, avvolgente, quasi cinematografico con quei riverberi di fiati in sottofondo, ma poi sa trascinarti letteralmente al suono di una robusta batteria e di una magnifica tastiera, fino a scuoterti con l’incedere solenne del canto.

Un inizio travolgente, ammortizzato dalla seconda traccia che, però, ha il merito di creare un’atmosfera sognante e rassicurante: “The Whole of the Moon” presenta toni spirituali, musiche ariose (splendidi gli inserti di sax ad opera di Anthony Thistlethwaite) e penetranti; insomma, il singolo perfetto per lanciare un lavoro di assoluto pregio.

Dopo un breve intermezzo che ne mantiene l’alone spirituale, una nuova fragorosa conferma della bontà del disco arriva con l’accorata “The Pan Within”, dove fa la sua comparsa il violinista Steve Wickham, fuoriclasse dello strumento, che avrà un ruolo preponderante nell’ album successivo, caratterizzando con il suo suono il nuovo corso musicale del gruppo.

Dopo brani di rara intensità, giunge un pezzo tirato ma meno eccitante, quale “Medicine Bow” – comunque funzionale al progetto – prima di farci imbattere nella cadenzata ma assolutamente battagliera “Old England”, dove Scott non le manda a dire alla Lady di ferro Margaret Thatcher.

La rabbia e l’adrenalina rimangono vivide nella successiva “Be My Enemy” (il brano più smaccatamente rock della raccolta), prima di cedere il passo ai due bellissimi episodi che vanno a chiudere in modo magistrale questo ispiratissimo “This Is the Sea”.

Se con “Trumpets”, Mike Scott si lascia abbandonare all’amore, declamando ispiratissimi versi adagiati su una musica dolce e raffinata (anche qui fa capolino in maniera eccellente la sezione fiati targata Lorimer/Thistlethwaite), nella conclusiva title-track riscontriamo amabilmente la summa di tanto sforzo creativo, baciato poi da un meritatissimo successo di critica e (finalmente un po’) di pubblico, anche se i Waterboys sono al momento lontani dai fasti di tante band coeve e dovranno attendere ancora prima di affermarsi su vasta scala.

Per farlo, come detto qualche riga più su, muteranno nuovamente la propria pelle, puntando su una musica più raccolta, acustica, forse necessaria dopo la sbornia di suoni di questo album.

La “Big Music” dei Waterboys d’altronde aveva già raggiunto qui il suo apice e, capiremo poi nel corso della sua storia, non sarebbe certo stata prerogativa di Mike Scott quella di ripetersi artisticamente.

No, lui preferirà mettersi in gioco più volte, assecondando la sua curiosità e la sua ispirazione, conseguendo oltretutto spesso e volentieri dei risultati considerevoli. Quello che solitamente succede ai geni musicali.

The Waterboys – This Is the Sea
Data di pubblicazione: 16 settembre 1985
Tracce: 9
Lunghezza: 42:08
Etichetta: Chrysalis Records/Island
Produttore: Mike Scott, Karl Wallinger, John Brand, Mick Glossop

Tracklist
1. Don’t Bang the Drum
2. The Whole of the Moon
3. Spirit
4. The Pan Within
5. Medicine Bow
6. Old England
7. Be My Enemy
8. Trumpets
9. This Is the Sea

 

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