ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #10

 
2 Ottobre 2020
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP


ZEN CIRCUS
Appesi alla luna

Bentornati, cari Zen. Un po’ la vostra mancanza, anche per me che non sono propriamente un fan del Circo toscano, si è fatta sentire per le lande desolate di questa Waste Land musicale che è diventata la scena nazionale, figlia certamente poco prodiga di padri indimenticabili e indimenticati tra cui è impossibile non annoverare anche la band di Appino: le liriche degli Zen hanno fatto scuola e sancito l’ineluttabilità di un copyright che, di riffa o di raffa, spinge ostinatamente alla riscoperta periodica della band toscana. Certo, sin dall’incipit si fa sentire il richiamo ad un mondo e ad un immaginario poetico – musicale già ben consolidato negli anni a colpi di riff e accidia lirica – elementi centrali di tutta la produzione Zen – ma non per questo si può limitare la nuova uscita del gruppo livornese a qualcosa di già sentito e consumato: l’impronta, dopotutto, è quella che ha fatto la Storia e che continua ancora a rendere evidente lo stacco tra matrice originale ed emulazioni più o meno ben fatte; la chitarra acustica che sorregge il peso dell’impegno poetico della solita penna onirica quanto tremendamente materica e consistente di Appino conferma la passione degli Zen Circus per le cose fatte come una volta, perché se una canzone è bella non ha bisogno di troppi fronzoli e artifici per stare in piedi. E infatti, “Appesi alla luna” ricorda le vite di tutti perché destinata a cantare degli stessi errori di sempre, e dei desideri che teniamo nascosti per anni ma che poi, se vedi bene, non invecchiano quasi mai con l’età. Proprio come gli Zen Circus, che sono gli stessi riottosissimi e romanticissimi adolescenti rivoluzionari da più di vent’anni.


LUCIO LEONI feat. MOKADELIC
Nastro magnetico

Lucio Leoni sappiamo essere un folle, no? Ecco, con Nastro Magnetico ha confermato anche agli ultimi infedeli di essere una mosca deliziosamente bianca in questo folleggiare d’ali esili che è il venerdì apatico di uscite di oggi. Nastro Magnetico è una smitragliata di parole e quadri quasi cinematografici nella notte afona e buia di questo inizio ottobre da catalessi: impossibile non sussultare di fronte all’audacia poetica di una scrittura da sceneggiatura noir (con tanto di riferimento ad Al Pacino) che ha come protagonista quasi metalinguistico lo stesso pubblico, perso in balia di un racconto incessante che rende l’ascoltatore foglia abbandonata alle raffiche del verbosissimo vento dell’ultimo lavoro di Lucio insieme a Mokadelic. C’è tanta disperazione – ma a questa, il buon Leoni, ci aveva già abituati – sullo sfondo di una Torino paranoica, geografia instabile della ricerca ossessiva di un posto dove stare, di un rifugio in cui nascondersi dall’albeggiare effimero del delizioso rigurgito dalliano in chiusura di brano, a ricordarci che sì, la musica muore, ma possiamo ancora salvarla individuando nell’inferno ciò che inferno non è, e facendolo durare.


SPERANZA
Fendt Caravan

Sì, lo so, ogni settimana vi stupisce sempre di più la mia immensa elasticità musicale che fa sì che, dopo i soliloqui dedicati a Zen Circus e alla poesia urban di Lucio Leoni, mi porta ad inserire tra i top di giornata quel delinquente (lo dico a mò di provocazione, così i più antipatici di voi potranno vedere legittimate le proprie stereotipate posizioni dall’ufficialità della stampa) di Speranza, trapper oriundo a metà tra Napoli e Marsiglia, vera espressione di un disagio concreto, reale e forse ancora ai più incomprensibile perché genuino. Sì, tra le cloache trap degli ultimi anni Speranza rappresenta la via d’uscita e il vademecum necessario alla comprensione di un fenomeno “sociale”, e non più – finalmente – solo musicale: a chilometri di distanza dalle facciate sporcate a forza di improvvisati del genere (che la strada l’hanno vista solo dalle finestre delle loro stanzette ben pulite e ordinate) si leva l’urlo disperato di chi ha troppo veleno da spurgare per accontentarsi di diventare “fenomeno da playlist”. Speranza, Massimo Pericolo e gli altri bad guys che settimanalmente finisco con l’incontrare seduto dall’altra parte del mio tavolo da Questure del Venerdì rappresentano l’avanguardia di un linguaggio che in Italia fa fatica a penetrare se non filtrato e adattato ai vestiti che da sempre siamo bravi ad indossare: quelli dei facili giudizi da leoni da cortile, che sanno solo belare in coro per poi spaventarsi di fronte ai veri ruggiti dei propri simili feriti.

FLOP

Niente, regà. Anche stavolta si va a letto senza cena. Forse dovremmo gioire dell’assenza di grandi trashate, di cadute di stile musicale e di aberrazioni discografiche dei Big per il weekend di oggi. Ma io, che sono un inguaribile pessimista, continuo a credere che sia solo un piano malvagio per farci abbassare la guardia. Non commettiamo questo errore, oppure, tra una settimana, ci troveremo a dover raccogliere i cocci sparsi di tutto il nostro ingiustificato ottimismo.

SEZIONE VIVAIO

Di fronte al nuovo che avanza ritrarci non è più possibile, se non assumendocene le pesanti responsabilità generazionali; ecco perché abbiamo bisogno oggi di dedicarci ai polmoni di domani, che hanno bisogno di ossigeno e di speranza. Nasce per questo la “Sezione Vivaio”, con le nostre segnalazioni dei più interessanti emergenti di giornata: solo i migliori fiori che la gioventù, come direbbe Fossati, fa ancora crescere per le strade.

SABIA, AntiHype Superstar (album)

Sabia, per me, è un talento incredibile: sa scrivere in maniera impegnata senza paura di essere impegnativo (lo so, che paura!), ha in testa melodie da capogiro che farebbero arrossire anche il più avanguardista tra i futuristi e sopratutto difende con i denti e con le unghie l’identità di un progetto che non ha mai dato segni di recessione o, peggio ancora, di resa allo schiavismo intellettuale imposto da noi, pubblico censore, a chi ancora nel 2020 prova a far le cose a modo proprio, senza seguire regole stringenti né bilanciando la quantità di demagogico populismo necessario – a quanto pare – per conquistare l’auditorio nostrano. Ecco, il risultato di tutta questa fatica creativa è un album che rientra, a parer mio, tra i cinque esordi (poi, a fine anno, vi dico il resto della cinquina) più interessanti del 2020 e che sembra ben deciso a dare origine ad una nuova cosmogonia, che sappia finalmente abolire gli dei stantii e superati dell’abuso musicale per ridare credibilità e attenzione a tutto ciò che non rientra nella prevedibilità della riproduzione musicale, dei release radar. Sabia è l’antihype superstar che il mondo non merita, ma di cui il mondo ha necessariamente bisogno.

LA PREGHIERA DI JONAH, Case Popolari

Terzo singolo e terza conferma sulla bontà del percorso fatto fin qui da La Preghiera di Jonah, che con “Case popolari” impone alla produzione della band campana una decisa virata verso l’elettronica e il dancefloor, scelta più che azzeccata e utile a creare il giusto ossimorico livello di contrasto efficace a dar ancor più peso e disperazione al canto di una voce timbricamente particolare, veicolo perfetto di un testo ben scritto e dal piglio quasi generazionale. Il concetto di “casa” (e tutta la riflessione che, nel 2020, abbiamo il dovere di aprire in merito) risulta essere il perno centrale di un gioco di specchi utile a restituire ad ogni figlio della generazione 0 l’immagine di sé stesso, e regalare una bella iniezione di fiducia alle orecchie lasse ed esasperate di tutti noi, reduci dall’implosione estiva del mercato musicale.

DINOSAURO, Casa

Bel lavoro anche quello di Dinosauro che, come i suoi compagni di bollettino LPDJ, parla del concetto di “Casa” in modo fresco e diverso: tanta ironia quasi esistenzialista per una penna interessante, che pare avere già una precisa identità poetica nonostante sia ai primi passi – almeno, dal punto si vista puramente anagrafico del progetto. Belli i giochi di parole, bello il piglio a metà tra Tutti Fenomeni, I Cani, Willie Peyote e suoni da gamer. Ci piace.

TUASORELLAMINORE, Zanzibar

Tanta voglia di trovare un posto tra i nomi che valgono della nuova scena nazionale per Tuasorellaminore, progetto giovanissimo ma con le idee già ben chiare sulla voglia di dire “esisto”, e anche con una certa violenza: il testo della canzone sembra essere rivolto a chiunque ci vuole seduti ad ascoltare le ramanzine moraliste di chi giudica per vivere, scevri dalle catene di una società dissociante. Insomma, un bel sussulto proprio al centro del weekend per non farci dimenticare, tra i fumi del sabato sera, l’importanza di difendere la nostra dignità di esseri umani e l’inalienabile diritto al libero arbitrio e all’auto-affermazione.

FILIPPO D’ERASMO, Cerchio di fuoco

Cantautorato vecchia scuola per ricordarci che certi punti di riferimento rimangono inalterati di fronte all’incorrutibilità del bello: così si presenta Filippo d’Erasmo con “Cerchio di fuoco”, a cavallo tra Guccini, Ivan Graziani e tanta voglia di farsi sentire anche da quelle generazioni di ascoltatori più lontane dal background storico della canzone d’autore. Educativo, e necessario per tornare ad apprezzare la sincerità di una penna sensibile, anche perché consapevole della propria tradizione.

GRAMAN, Telecinesi

Quarto singolo per il cantautore campano a far da apripista (o almeno, così speriamo) all’uscita di un disco che sappia confermare le belle sensazioni dell’esordio: tanto Gazzelle, è vero, ma attraverso una scrittura che sa di fresco e che sembra essere assolutamente adatta – nel suo incedere a metà tra la rincorsa e l’inciampo – a far breccia nei cuori dei più e meno adolescenti. Aspettiamo, ora, qualcosa di ancora più corposo.

 

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