“VOGLIAMO CREARE INTERESSE, NON INTIMIDIRE!”; LA NOSTRA CHIACCHIERATA CON RYAN SMITHS DEI BDRMM

 
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7 Ottobre 2020
 

Ryan Smiths può essere fiero di sé. Il suo percorso come bdrmm, iniziato in solitudine nel 2016, si è arricchito non solo di nuovi musicisti ma sopratutto ha sviluppato un sound così affascinante e suggestivo da rendere l’album “BEDROOM” come uno degli esordi dell’anno. Limitarsi a usare la semplice parola shoegaze per loro sarebbe assolutamente riduttivo, visto che anche la scuola post punk e new wave sono conosciute alla perfezione, mentre i fantasmi di Cure e Chameleons si aggirano tra i magnifici solchi del disco. Ancora sorpreso da tutto il clamore sollevato dalla sua band, Ryan si fa una chiacchierata con noi.

(L’intervista è stata pubblicata, in origine, sul numero 481, Settembre 2020, di Rockerilla)

Ciao Ryan, come stai? Da dove mi scrivi?
Ciao Riccardo, non male, grazie. Tutto sommato sto bene! Oggi ti scrivo da una Leeds molto nuvolosa.

Ho letto le svariate recensioni al disco: sono tutte molto positive. Immagino sia magnifico raccogliere simili frutti di questo lavoro. Ma, mi chiedo, le recensioni degli addetti ai lavori sono così importanti per te?
Te lo dico sinceramente, è sempre bello vedere come la tua musica venga apprezzata da più persone, indipendentemente dalla fama o dalle quotazioni di una certa rivista: la risposta è stata travolgente e siamo davvero grati per le parole gentili che abbiamo letto in questi giorni.

È vero però che si fa un gran parlare di voi, anche Tim Burgess dei Charlatans vi ha invitato nella sua chatroom di Twitter dedicata all’ascolto e ai commenti dei dischi più meritevoli: vi ci state abituando?
Sicuramente ci pare ancora strano vedere questa sorta di “fermento” su di noi e intorno a noi, non ho problemi a dirti che non ce la saremmo aspettato, figurati se ci siamo abituati. Guarda, la verità è che non ci saremmo mai aspettati neanche di pubblicare un album, figuriamoci che questo poi potesse piacere alla gente.

Ricordo di aver letto di voi ancora nel 2017 e mi fa piacere che non avete avuto fretta di realizzare il vostro primo album. Questi anni sono serviti a trovare la giusta armonia nella band o l’idea era quella di avere un buon numero di canzoni e scegliere le migliori?
Come ti dicevo prima, l’idea di pubblicare un album non mi è mai sembrata nemmeno una possibilità concreta, ho solo continuato a scrivere e, come band, abbiamo continuato a suonare. Posso dirti che sono contento di aver avuto il tempo di costruire qualcosa di solido riguardo alla nostra musica, però tutto è partito da me, da come scrivevo sulle mie situazioni personali: mi sono successe un sacco di cose nella mia vita che, per fortuna (o sfortuna, dipende dai punti di vista), mi hanno decisamente influenzato e dato spunti. La verità è che non ci può essere alcuna musica senza onestà personale.

Mi incuriosisce il fatto che la stampa vi definisca come “nuovi paladini dello shoegaze“. Posso dirvi che la definizione è assolutamente riduttiva? Nel disco non si sentono di certo solo influenze di Ride o Slowdive, per esempio, ma molto di più. Cosa ne pensi?
Allora, noi indossiamo il distintivo “shoegaze” con onore, poi gli ascoltatori possono coniare, a loro uso e costume, un termine personale per etichettarci. Ancora non sappiamo nemmeno bene noi come definirci, poi non ho nessun problema a dirti che un certo tipo di classificazione non ci spaventa, certo può essere riduttivo, ma è inutile fermarsi li. Quello che più conta è trovare il riscontro e l’interesse di chi ci ascolta, è la cosa che ci interessa di più.

Scrivere di esperienze personali può essere a volte molto terapeutico ma anche difficile da interpretare per l’ascoltatore. Eppure credo che i vostri testi abbiano la forza di essere compresi in modo che ognuno si senta parte di ciò che ascolta. Cosa ne pensi?
Sì, come ti dicevo sopra, tutti i testi che scrivo provengono da esperienze personali, però cerco di scrivere in un modo per cui le persone possano fare le proprie interpretazioni a riguardo: la musica e i testi non dovrebbero certo limitarsi a creare una selezione di persone che possano essere raggiunte, dovrebbero essere un bene per tutti.

Amo “Momo”, il primo brano del disco, penso sia la perfetta introduzione all’intero album. Trovo che abbia già tutti gli elementi che troveremo nelle canzoni successive: buio, emozione, vulnerabilità e momenti di grande sensibilità che contrastano poi con quelli più ruvidi. In particolare mi sento di dire che questo brano sottolinea l’importanza del basso e della batteria in tutto l’intero lavoro. Troppo facile (e sbagliato) parlare solo di chitarre. Penso che la sezione ritmica in questo disco sia più che fondamentale…
Oh assolutamente si, c’è ben di più nella musica che fare un sacco di fottuto rumore e sperare che tutto possa bastare e andare per il meglio. Non capirò mai la batteria, è l’unico strumento che proprio mi sfugge, per fortuna abbiamo la fortuna di avere uno dei migliori batteristi che abbia mai incontrato e non ti dico solo tecnicamente, ma proprio come persona. È proprio “dentro” al suono del suo strumento. Avrò sempre un assoluto rispetto per Luke Irvin e anche per Jordan (Smith, fratello di Ryan, ndr.), la sua abilità al basso è incredibile: loro tengono tutto in piedi, sono il collante della nostra musica e lo fanno insieme. Ti dirò di più, senza di loro, noi non saremmo niente.

Quando prima parlavo di influenze che non sono propriamente shoegaze mi riferivo a canzoni come “Gush” o “Happy”, in cui sento tanto Smiths e Cure quanto Interpol. Mi sento nell’oscurità, ma questa non mi spaventa, non mi ferma, ma piuttosto mi invita ad esplorare, a scoprire, anche senza luce. Forse questa è l’essenza del vostro suono: qualcosa che potrebbe disturbare e invece affascina. Cosa ne pensi?
Hai ragione, la nostra musica non è sicuramente spaventosa. In passato ho suonato con un sacco di band che hanno messo in piedi un’immagine aggressiva per cercare di creare un’atmosfera scomoda, diciamo così, che però non mi appartiene. Certo ci sono sicuramente elementi di instabilità nella nostra musica, ma soprattutto a causa di una grande sincerità nei testi e la presenza di tematiche angoscianti, ma lasciami dire che voglio creare interesse, non certo intimidire.

Adoro la canzone che da il titolo all’album, non esito a definirla uno dei brani migliori della vostra discografia…
Oh, grazie mille amico mio, sono contento che ti piaccia! Ero letteralmente seduto sulla chitarra acustica, credo di aver ascoltato dei brani di Alex G, il che probabilmente mi ha fatto venir voglia di provare a scrivere qualcosa di scarno ed è così che sono nati i primi accordi, ma poi, portati alla band e dopo averci iniziato a lavorare su, la canzone si è sviluppata ed è cresciuta sempre più nel modo in cui la senti adesso e sono fottutamente felice del risultato finale.

Sembra che una canzone come “(The Silence)” serva a separare la prima metà dell’album dalla seconda, una canzone che funge proprio da pausa, che ne dici?
Certo si. Il brano è pensato proprio per agire come una sorta di forte cambiamento, o, almeno, come uno spostamento netto d’umore: il lato A dell’album è sicuramente l’ottimista, il lato B è invece quello realista.

Il disco termina in modo così liquido ed etereo, con la canzone “Forget The Credits”. C’è una grande differenza tra l’inizio, Momo, e questa canzone, come se l’album segnasse un vero e proprio percorso. Forse siamo arrivati alla fine e siamo cambiati e abbiamo trovato la nostra pace e la tranquillità. Ha un senso quanto dico?
Amico mio questa è davvero una gran bella intervista, te lo dico sinceramente e hai usato le parole giuste prima. Si, è sicuramente quel momento in cui trovi la pace dentro di te, per quanto possa sembrare un cliche’: sei andato a fondo, hai attraverso veri e propri momenti di merda, ma alla fine ha trovato un posto tranquillo. Attenzione questo non significa che tu sia alla fine del percorso, ma tutto ti è servito per imparare a capire e passare al prossimo errore, o, perché no, anche evitarlo.

Immagino che lavorare con un’ etichetta come la Sonic Cathedral sia una vera emozione. È una casa discografica con una propria identità, con uno stile, con una precisa idea dietro a ogni disco che viene pubblicato. Sbaglio?
La Sonic Cathedral è davvero la cosa migliore che ci sia capitata, probabilmente che ci capiterà anche in futuro. Ci hanno dato una possibilità che tante band non avranno mai. Quello che ti posso dire è che veramente credono nella musica e nelle persone: ho un rispetto infinito per Nat (Nathaniel Cramp, fondatore dell’etichetta, ndr.) e se mai potrò fare qualcosa di così meraviglioso come lui ha fatto per noi, beh, sarò un ragazzo felice .

Grazie ancora Ryan. C’è una canzone che ti piace particolarmente e che vorresti utilizzare come colonna sonora finale di questa chiacchierata?
Ovviamente grazie a te! In questo periodo ho ascoltato molto il disco di William Doyle, “Your Wilderness Revisited”, ti piacerà!

we have a limited amount of japanese edition CD’s of our debut album that will be available to buy from Bandcamp from…

Pubblicato da bdrmm su Venerdì 2 ottobre 2020

Photo: Sam Joyce

 

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