ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #11

 
9 Ottobre 2020
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP


FRANCESCO BIANCONI
Certi uomini

Aspettavo da tanto la possibilità di scrivere su Bianconi, e da diversi bollettini a questa parte il nome del leader dei Baustelle ritorna spesso nelle mie divagazioni – e purtroppo, non in circostanze di elogio. Preso atto che conosciate ormai le postille necessarie alla lettura di quello che segue (ogni cosa che dico, faccio, penso e scrivo è filtrata dalla spocchia estrema e presuntuosa della mia prepotente invidia), ammetto di aver a lungo aspettato, come dicevo, il momento giusto per dire a Bianconi – dall’alto della mia cattedra di nano – che ci sono rimasto molto male per la piega che ha preso ultimamente la sua musica (sì, Francè, ci sono rimasto molto male!): la sua consacrata caratura artistica avrebbe potuto essergli da volano per una svolta sì, ma che virasse verso terre ignote e non al riparo di una scrittura da manuale cantautorale, da prestigiosi premi di musica d’autore. Insomma, sentire Bianconi salmodiare peani a cavalluccio tra influenze faberiane, andamenti gaberiani e reminiscenze baustelliane non mi aveva fin qui emozionato, anzi, tutt’al più mi aveva fatto un po’ indispettire perché suvvia, così vincere il Tenco (e lo dico sempre da invidioso) è troppo semplice. Dico fin qui perché oggi, all’ascolto di “Certi Uomini”, si è aperto in me l’annoso dibattito interiore tra cosa mi facesse bene e cosa sarebbe stato giusto scrivere a riguardo di quello che stavo in quel momento provando. Il fatto è che quel ritornello (che poi, chiamarlo “ritornello” – nel 2020 – è assai limitante) ha la sfrontatezza naturale e disinteressata che ho sempre ammirato nel Bianconi pre-Bianconi, e che credo sia la cifra stilistica di una scrittura identitaria, forte ed esemplare perché unica: la scelta coraggiosa di Bianconi non sta tanto nell’utilizzare ripetutamente, a mò di detonatore del pudore pubblico, la parola “fica”, quanto piuttosto nel disegnare una feroce autocritica di sé stesso, consapevole – e quindi sereno, nel suo martirio – del proprio essere “animale” (e Battiato sorride) mentre, per dissonanza, ad ogni colpo di mannaia che Bianconi infligge con sadismo al proprio corpo l’ambiente sonoro si eleva sempre di più verso il cielo, quasi a beatificarne, appunto, il martirio. Che trip, eh? Lo so. Per questo non sapevo come scriverne. E forse questo vale a legittimarne oggi la presenza (con buona pace della mia invidia) tra i top di questo scientificissimo e altamente oggettivo bollettino.


CARL BRAVE
Coraggio (album)

Mezzo sorso per chi non c’è più da parte mia e del buon Carl, che oggi esce con un disco che sembra avere tutti i numeri per farsi sentire – eccome – da tutti, sugli ultimi spari di questo 2020 da dimenticare. Io, ovviamente, ho ascoltato tutto di corsa e dando morsi qua e là a quella che sembra presentarsi come una produzione convincente, capace di farsi strada anche tra i miei deficit d’attenzione e pregiudizi da damsiano bolognese. Insomma, “Shangai” apre le danze di dodici brani in pieno stile urban, con le giuste idee melodiche a far da contraltare ad una scrittura sensata e forse a tratti anche fin troppo educata – ma poco importa. Il risultato è un disco democratico (perché accessibile e accettabile da tutti, e per una volta non prendiamo la cosa come un neo vergognoso) che pare essere in linea con le precedenti uscite di Carl sì, ma senza che il rapper romano possa essere già accusato di pedanteria ed auto-referenzialità: il pop di Brave è convincente perché attento agli smottamenti del mercato (che nella sua liquidità si fa sempre più inafferabile ed indecifrabile) ma senza perdere la barra dell’identità e dell’autoralità, seppur talvolta edulcorata. Dodici tracce diverse ma collegate, nella loro auto-conclusività, ad disegno superiore e quasi autobiografico capace di rendere bene la versatilità di un artista in crescita, che può deludere solo chi non gli ha mai dato il tempo di farsi valere dimostrando che no, Carl Brave non ha bisogno di gang per farsi strada tra le affollate e pericolose vie del nuovo mainstream.


BONETTI
Camionisti

Uno che nel 2020 se ne esce con un singolo (quanto possono essere scomode le parole quando si cristallizzano in significati ed idee inamovibili, tipo che un singolo – per essere un singolo – debba durare non più di tre minuti densi e melodicamente radiofonici) di sei minuti e mezzo già dimostra di essere oltre tutte le nostre limitanti aspettative sull’offerta di mercato. Se poi il titolo “Camionisti” serve solo ad ingannare chiunque si aspetti un brano da “allyoucaneat” itpop – perché quei sei minuti e passa sono una dolcissima ode battistiana alle sliding doors della vita -, allora per me quello da dare a Bonetti non può che essere (dal bassissimo della mia presunzione) un sonoro “bravo, cazzo”. E ci metto il turpiloquio perché sì, se lo merita. Non è un big? Chissene frega. Non lo è, è vero, ma solo per ora. Vedetela così. E che c***o.

FLOP


NEGRAMARO
Contatto

Sono cresciuto con i Negramaro. Comincio così, come ho cominciato le sassaiole di tanti altri big della mia infanzia in questa sede prima di oggi (il 2020, che anno de m….), per dire che sì, un po’ sto male a cassare “Contatto”, il ritorno del gruppo salentino dopo un’assenza di anni che tutti si aspettavano potesse aver maturato nuovi linguaggi, nuove parole nel modo di pensare la loro musica. Ecco, non si può dire che Giuliano e soci ci abbiano deluso, sotto questo punto di vista; qualcosa di “nuovo” rispetto al passato c’è, eccome. Il problema è che qui “nuovo” non sta per contemporaneo, attuale, anzi: nella maccheronica storpiatura della sensibilissima scrittura di Sangiorgi verso l’odierna declinazione “indie” emergono tracce preoccupanti di precoce (troppo precoce, cavoli!) boomerismo che fanno venir male a me e a tutte le groupies incallite dei Negramaro. Tutto sa di forzato, di volutamente adolescenziale: dalla metrica al melodia, passando per le immagini poetiche (che comunque non riescono a non “puzzare” di vecchio artigianato autorale) fino alla stessa impostazione vocale di Sangiorgi, leone in gabbia che si spera non sia ormai addomesticato. E mi voglio spingere, in tutta la mia follia distruttiva, ancor più in là e ben oltre i limiti della mia ignoranza: non vi sembra che anche il mix, insomma, non sia proprio dei migliori? Dov’è la pacca, la sostanza e la poesia genuina a cui ci hanno saputo abituare negli anni? Sarà forse che, davanti al collasso di ogni certezza, i Negramaro stessi pensino di non bastare più, di non essere abbastanza per questo mercato al veleno? Insomma, sono cresciuto con i Negramaro e – per fortuna – sono cresciuto, ma spero possiate perdonare, oggi, la lacrimuccia del bambino insopportabile che ero e che non c’è più, anche se insopportabile lo sono rimasto, eccome.

FLOPPINO

Non mi sentivo di mettere ANNA tra i flop (quelli veri) per diversi motivi, primo dei quali il fatto che sono tra i pochi spezzini (a sentir quello che dice Anna, almeno) che da sempre sostiene la sua giovanissima concittadina e non per campanilismo ma per “gusto personale”. Sì, “Bando” è un pezzaccio, scritto bene e con identità; come sia arrivata ANNA al successo e attraverso quali social, che importa? E’ forte! E sì, sono convinto che se molti pensano il contrario (alla luce di quel poco che la ragazza ha fatto fin qui) lo fanno per invidia. Detto questo (e confidando che non prendiate questo mio umidissimo esordio come una becera captatio benevolentiae), amo tantissimo “Bando” ma sono stufo di risentirla riproposta in ogni salsa possibile con mille collaborazioni utili solo a sfibrare la genuinità del progetto, fino al ritorno inedito con “BLA BLA” che comunque, vuoi o non vuoi, vive in funzione del traino di Gué Pequeno che alla fine rappa (e non proprio al top) sull’andamento vincente di “Bando”, a mò di citazione. Insomma, mi dispiace perché ANNA è giovanissima e ha tanto da dimostrare, ben oltre i numeri fatti finora. Resta il fatto che, essendo ormai ANNA lanciata – e a volte vien da pensare, troppo prematuramente – verso la categoria BIG, oggi non posso esimermi dal ritagliarle (e a malincuore) una piccola flop area per “BLA BLA”, brano inespresso e figlio della paura di un passo falso così temuto da essersi fatto concreto. Ma sia chiaro, è un floppino e non un flop: ANNA ha ancora tanta strada da fare prima che il suo tonfo risulti pesante come quello di un BIG, e tanto – troppo! – margine di miglioramento (se risparmiato dalla furia famelica della discografia e del pubblico) per poter pensare che un passo falso, come questo, possa davvero essere definitivo, finale.

SEZIONE VIVAIO

Di fronte al nuovo che avanza ritrarci non è più possibile, se non assumendocene le pesanti responsabilità generazionali; ecco perché abbiamo bisogno oggi di dedicarci ai polmoni di domani, che hanno bisogno di ossigeno e di speranza. Nasce per questo la “Sezione Vivaio”, con le nostre segnalazioni dei più interessanti emergenti di giornata: solo i migliori fiori che la gioventù, come direbbe Fossati, fa ancora crescere per le strade.

ULULA & LA FORESTA, Sulle spalle dei giganti

Ulula non è proprio un esordiente, anzi: di gavetta ne ha fatta eccome e si avverte ormai, ad ogni nuova pubblicazione, lo scatto verso una consapevolezza maggiore, diversa. In”Sulle spalle dei giganti”, i riferimenti del cantuatore emergono sì con prepotenza (Zen Circus, Motta e scena indipendente vecchia scuola su tutti) ma all’interno di una tela che convince per identità: il piglio folk-blues di Ulula ben si sposa con la scrittura felice di un testo che sa di coscienza di sé e dialogo con l’altro, in cerca di un equilibrio che sappia andare oltre il virus dell’individualismo e dell’autoreferenzialità ostinata e cieca. Perché, come dice Ulula, c’è bisogno di tutti.

THE NOMERA, Vis a Vis

I Nomera avevano già mostrato, a noi di IFB, di che pasta fossero fatti con “Rendez-vous”, il loro ritorno sulle scene dopo uno stop necessario di valutazioni estetiche, di ricerche musicali. Ecco, in questo senso allora “Vis a Vis” conferma l’attitudine rock (che meraviglioso modo di essere démodé) di una band giovane, con margine di crescita e ben direzionata – oggi più che mai – verso il giusto modo di intendere la musica (e non solo): con sincerità ed identità, nella pretesa di voler raccontare storie che appartengano a tutti perché davvero nostre, nel senso più umano e filantropico del termine.

LE VITE PARALLELE, E.L.E.N.A.

Un bel pop quello di Le Vite Parallele, all’esordio questa settimana con “E.L.E.N.A.”: un po’ Perturbazione, un po’ Bennato per un progetto ancora misterioso solo perché giovanissimo. “La vita non si spiega ma si mette in pratica” come dice Le Vite Parallele con un cenno d’intesa al Brunori di “Secondo me”, e quindi a me di spiegare il suo primo brano interessa relativamente di fronte alla possibilità di vedere, nei prossimi mesi, messa in pratica la concretizzazione di tutta questa apparente (e non perché fittizia, ma perché non suffragata per ora da ulteriori prove di bontà) e straripante creatività in nuove pubblicazioni. Quello ascoltato fin qui, però, ha di certo presentato Le Vite Parallele al mondo musicale con qualità, e creando aspettative che confidiamo possano essere confermate presto.

NDM, Indieota

Quanto spingono gli NDM, fedeli alla distorsione e alla filosofia della dissonanza anche in “Indieota”, altalena in continua oscillazione tra l’attacco al Capitale musicale – fatto di nonsense e cantautorato di facciata – e la condanna generazionale (con tanto di riferimenti alla Beat Generation). Il risultato è un’invettiva sincera e quasi disperata, come il Freak Antoni che urlava tutto il dramma dell’incomunicabilità al suo “pubblico di merda”, o il Rino Gateano più spinto nel suo slancio kamikaze contro il sistema discografico e il regime pseudo-intellettuale. Insomma, un gustosissimo aperitivo (che rialza i toni nella melensa coltre di canzoni sottovoce che addormentano la scena) in attesa di un nuovo, corposo exploit discografico per la band romana.

 

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