ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #13 (speciale Green Selection)

 
23 Ottobre 2020
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

Pi.P.I.: PICCOLA POSTILLA INTRODUTTIVA

Oggi, il nostro bollettino sarà un po’ diverso; i big del grande distributore di primizie che è Spotify, oggi, hanno deciso di non sbilanciarsi troppo e tenere i remi in barca. Forse, meglio così: tra audizioni di talent show e selezioni di Sanremo Giovani, avere altre beghe a cui pensare in questo venerdì che pare (almeno, su Bologna) un freddissimo lunedì di dicembre era l’ultimo dei cattivi propositi della mia mattina uggiosa. Se è vero, tuttavia, che i nomi (quelli veri, e grossi) della musica italiana paiono essersi presi un weekend sabbatico, è anche vero che la scena sotterranea non può permettersi festivi né ferie: di fronte ad un mercato spietato, che mastica inesorabile e rende fuori target e invecchiati giovani talenti che non sanno concretizzarsi nel giro di un paio di mesi, e ad un pubblico come noi, atrofizzato nella compulsività da riproduzione casuale che trasforma in superflua la scelta e inibisce il gusto personale, tutelare il vivaio emergente diventa priorità assoluta per un futuro più verde. Ecco perché, di fronte all’incedere aggressivo del mio Io più impigrito (“salta il bollettino! salta il bollettino!”), stamattina ho deciso di reagire al sistema (che sono io) e passarmi in rassegna tutto quello che le mie orecchie sono riuscite a scovare di interessante nell’assembratissimo roster di uscite emergenti, nel lockdown dei Big. Il risultato, è una “green selection” altrettanto presuntuosa e arrogante come di consueto lo è il mio bollettino, ma senza flop: perché, da giovane vecchissimo, sono ancora convinto che ci sia bisogno di cura, attenzione e tempo da dedicare agli steli più fragili prima di poter passare la cesoia della bocciatura su quei fiori che, con grande coraggio e una buona dose di creativo autolesionismo, la gioventù sa ancora far crescere per le strade.

DAVE CALAFATO, Livido

Ecco a voi “Livido”, detto anche “la seconda volta che Dave Calafato mi convince, eccome”. Ho avuto la fortuna di esserci stato, a Bologna qualche giorno fa – sì, c’è ancora chi ha il coraggio folle di organizzare eventi regolamentati e a prova di DPCM nell’era della differita emotiva, e della deficienza gestionale pandemica – alla presentazione dei brani del suo futuro EP: Dave alla tastiera, un bravissimo chitarrista  e un’atmosfera magica. Minimal, maxima. Per me, se uno riesce a convincere (e davvero) dal vivo allora merita di continuare a farlo, nel tempo in cui “fare musica” sembra essere diventato più uno status simbol che una concreta, meravigliosa forma di artigianato.

PORTOBELLO, Farfalle

Bello anche il nuovo singolo di Portobello, dal titolo “Farfalle”: il giusto retrogusto brit-pop a fare da cornice onirica ad una vocalità in cerca di una maturità identitaria che non sembra essere lontana. La durata radiofonica c’è, il piglio pop anche e la scrittura merita un’ascolto attento per le sue fotografie delicate. Tutto molto leggero, nel senso più profondo del termine, e sul ritornello impossibile non pensare (per qualche reminiscenza strana) ad “Eppure sentire” di Elisa.

LISTANERA, Bebeto

A Listanera che je vuoi dì, ogni suo nuovo pezzo mi fa venir voglia di stapparmi una birra sul tetto di qualche grattacielo di Roma, e godermi il tramonto ascoltando i Tears For Fears che coverizzano Dalla. Improbabile? Sì. Almeno quanto “Bebeto”, che in maniera imprevista riporta la palla di Listanera al centro dell’arena musicale di Spotify. Ed è un altro, meraviglioso, calcio d’inizio.

GRECALE, Stupida

Grecale ha sempre avuto le idee chiare sulla sua urgenza di fare musica “da difendere”, da tutelare dall’invisibile livella omologatrice che sembra incapace di risparmiare la creatività di qualcuno. Ecco, “Stupida” è il brano intelligente di cui aveva bisogno il progetto solista di Andrea Chiapparino: un mood vicino a mondi esistenti (da De Leo a Mac Demarco, passando per l’elettronica da club con echi quasi new age) ma sufficientemente lontani da garantire a Grecale la possibilità di ritagliarsi un proprio, resistente spazio di unicità. Insomma, Grecale è Grecale e “Stupida” è un pezzo bello: tutto il resto, è chiacchiera da damsiani (autodafé).

LEONUS, Encelado (EP)

Interessante uscita anche quella di Leonus che con “Encelado” cala una mano vincente e variegata: tanto pop ben coniugato ad una scrittura cantautorale che non ha paura di farsi popolare, senza scadere nel popolano. Pensate a Cremonini con l’autotune e avrete un mood di riferimento piuttosto preciso per inquadrare un lavoro complesso, dalla produzione minimale a far da contraltare ad una scrittura particolare, magari da limare ancora un po’ e da rendere più “identitaria” per non incorrere nel rischio di confondere l’ascoltatore, fuscello in balia dei repentini slittamenti di genere e stile che ogni brano dell’EP offre. Da ascoltare, forse, anche per questo.

L’ENNESIMO, Tratto da una storia vera (album)

Spunti interessanti nascosti in piena luce tra le otto tracce di “Tratto da una storia vera”, il disco d’esordio di L’ennesimo, che ha scelto un nome che è tutto un programma; dopotutto, però, sta proprio nella scelta del moniker il manifesto di un progetto artistico che sembra ben intenzionato a cantare la distanza e l’affanno di una generazione irrisolta e in continua ricerca di un posto da chiamare casa, al riparo dal freddo. Frah Quintale, scena hip hop romana e Coma_Cose ammiccano in maniera a volte un po’ troppo evidente tra le righe di testi ben scritti, con alcune chicche di produzione da non trascurare. Poi, se in un disco del 2020 metti un bel sax a suonare solitario sull’eco elettronico di sintetizzatori giusti, come avviene sulla coda di “Freddo Cane”, ha già tutto il mio supporto.

FIORI DI CADILLAC, Ma che succede fuori

Mi piace molto anche il nuovo singolo di Fiori di Cadillac, che sposa per questo venerdì una produzione elettronica efficace a dare il giusto ritmo al senso di spaesamento di una generazione sperduta, oggi più che mai. Il testo non è niente male, e dietro i lustrini di un’impalcatura da disco-dance si nasconde la poetica di una scrittura ispirata, attuale e urgente: il succo è che siamo, come già detto più volte, al crepuscolo degli Dei e i vecchi templi hanno bisogno di essere abbattuti per permettere all’impero ateo dei millenials di creare un culto nuovo, sincero e utile a raccogliere le nostre preghiere sillabate in sordina. Ecco, i Fiori, con “Ma che succede fuori”, sembrano volersi candidare – e a ragion veduta – a sommessi sacerdoti di una nuova fede, che abbia come altare la disillusione e la ricerca di croci utili a farci sentire martiri eroici, per una volta, e non più carne da macello.

MILLEPIANI, Eclissi e albedo (album)

Convincente anche l’esordio sulla lunga distanza di Millepiani, progetto solista neonato di uno che la musica, in forme diverse, la mastica da un po’: otto tracce complesse che sembrano ben decise, in barba all’analfabetismo lessicale ed emotivo dilagante tra le nuove generazioni, di rialzare l’asticella del linguaggio attraverso scelte poetiche ardite e coraggiose. Tutto l’album si muove tra sonorità anni Novanta (con riferimenti musicali appassionati a Radiohead e primissima scena indipendente italiana) e lemmi che oggi, a lezione di letteratura, definiremmo desueti utilissimi a ricordarci che si può ancora osare in fase di scrittura, laddove si è consapevoli del mezzo linguistico che si ha a disposizione. La nostra lingua è bellissima, e Millepiani, che sa usarla molto bene, ha tirato fuori dal cilindro un lavoro che supera spazio e tempo perché ben radicato in una tradizione culturale importante, riuscendo a sfoggiare una preparazione letteraria che va da Montale a Calvino, da Parmenide a Foucault. La nota più positiva? Che esiste un margine di miglioramento e crescita che, se ben assecondato, potrebbe in futuro consegnarci un nuovo progetto da tenere ancor più sott’occhio.

MILLE, Cucina Tipica Napoletana

Oh, gasa Mille! Già il titolo del brano fa da prefazione implicita ad un brano particolare, crocevia tra una scrittura intelligentemente tradizionale e una produzione attualissima, volano di melismi da canzone popolare orchestrati però in modo super moderno. Il timbro è particolare, incrociando Maria Antonietta e Levante alle dimenticate songwriters del Sud. Il tutto, rende “Cucina Tipica Napoletana” un meraviglioso stornello, sì, ma da radio.

BEATRICE DELLACASA, Giro strano

Intro smooth jazz e clavi serrate di batteria per “Giro strano”, il nuovo singolo di Beatrice Dellacasa, nome nuovo della scena venuto alla luce in modo definitivo comparendo tra i finalisti del BMA di quest’anno. Una buona capacità autorale, un basso aggressivo alla Tame Impala e un’ottima vocalità a far da guida nell’inviluppo di un brano spiraleggiante, abilmente calibrato tra tensione e distensione, con tanto di solo vocale in coda.

ANDREA, Messico

E’ finita l’estate e quindi posso riuscire ad ascoltare senza avere reazioni isteriche “Messico”, il nuovo singolo di Andrea che pare quasi dedicato (per la presenza che ai viene data nel testo) alla coppia Frida Kahlo e Diego Rivera e alla necessità di farsi rivoluzione per non accontentarsi di una pace che sà di stagnamento, di noia. Perché reazioni isteriche? Perché, ebbene sì, la clave di fondo è reggaeton. Ma la voce è bella, e il testo costruito nel modo giusto; un ritornello da hit capace di convincere senza farsi ruffiano, dando l’energia adatta ad illuderci che l’estate non sia ancora finita: questi sembrano essere gli ingredienti capaci di convincere anche un giovane boomer come me, per un venerdì, a soprassedere a me stesso e alle mie pretese da vecchio barboso.

BAIS, Apnea (EP)

Regà, “Apnea” mi ha fatto impazzire sin dal primo ascolto. Bais è fortissimo, ha la voce giusta, le idee ancor più giuste, il mood fa paura e il tutto è confezionato da dio e con estrema attenzione ai particolari (tutti, anche quelli più sottili e apparentemente invisibili); se volessimo trovargli un mondo d’appartenenza, sarebbe quello di Post-Nebbia, Venerus e tutta quella pletora di nomi interessanti che cominciano a dare alla scena una svolta cool interessante, diversa. Bais, però, ha qualcosa di diverso che mi fa impazzire, che appena scopro non vi dico: rovinerei tutto. Bello, contento di averlo scoperto; ora, tocca a voi.

 

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