ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #14

 
30 Ottobre 2020
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP


ZEN CIRCUS
Catrame

Allora, io con gli Zen Circus ho un problema, che qui ammetto smascherandomi definitivamente: non ho mai ascoltato gli Zen Circus. Ebbene sì, cari conoscenti e occasionali interlocutori della mia vita, che durante serate di schitarrate e sofismi alcolici avete perso ore e ore a parlare con me di loro, della loro poetica rivoluzionaria, dell’eroina, della lotta all’eroina, di Livorno e della sinistra italiana che deve ripartire da Appino: non ho mai ascoltato gli Zen Circus prima di qualche mese fa, quando ho cominciato a sentirmi in colpa per tutte le bugie che durante quelle serate vi avevo raccontato. Quindi, vuoi per poter argomentare meglio le mie future sbronze, vuoi per senso di colpa nei vostri confronti, sono ripartito dalle radici. Con fatica, le ho risalite fino alla cima per guardarvi con orgoglio dal sommo della mia raggiunta onniscienza zeniana (si può dire? sicuramente no): quindi sì, dopo aver ascoltato quello che mi ero perso negli ultimi venticinque anni della mia vita posso essere d’accordo con voi nel dire che “Catrame” è l’ennesimo pezzo alla Zen Circus (leggere con tono di sufficienza). Però, ecco, io non capisco dove sia la criticità; sarà che non ascolto gli Zen da così tanto tempo per essermi già stufato de l’ennesimo pezzo alla Zen Circus? O sarà che ritengo virtuosa l’estetica che si fa marchio e che ha il dovere di non riempirsi di botulino, perché l’autenticità non invecchia? Si trasforma, l’autenticità, certo. E gli Zen di “Catrame” sono diversi, pur facendo sempre le stesse cose. Su tutto, al di là della solita caustica potenza testuale da ennesimo manifesto generazionale, affascinante la coda che sembra quasi implodere in una filastrocca popolare come la citazione finale, quasi da carillon, a “Ah! vous dirai-je, maman”. Insomma, di fronte ad un mercato che storpia, rimanere dritti è un atto rivoluzionario: non esiste botulino che sia naturale.


TATUM RUSH, LAILA AL HABASH
Rosé

Raga, ma che pezzo è? Che diamine di pezzo è? Bellissimo. Super, forse una delle cose più belle che ho sentito in questo 2020. Mi sono innamorato di tutto quello che ho sentito; la voce di Laila apre il pezzo come fossero due ali e prende il volo su una strofa che fa da trampolino al decollo del ritornello, che ha tutto l’aspetto di una carezza laggiù, dove non si può che far sul serio. “Rosé” in fin dei conti è costruita per fare questo, scivolare lungo il collo dell’ascoltatore che non credeva finora nella sinestesia: risveglio psico-fisico e al contempo intorpidimento compiaciuto da formicolio diffuso su tutto il tuo corpo in scioglimento, movimenti pelvici congelati nell’estasi della visione; alla fine, insomma, il cubetto di ghiaccio sei tu. Ma poi, per dio, tutto così deliziosamente esplicito! Senza cali di tensione né crolli di stile, mescolando disco e funky con abilità da bar tender, e ricordando a tutti il nome di Tatum Rush, nuovo genio della dance italiana ancora fin troppo lontano dalle luci stroboscopiche della scena, ma per poco.


BONETTI
Qui (album)

Bonetti, qualche settimana fa, si era già conquistato il suo posto tra i top di settimana balzando, con passo giusto per la gamba, nello spazio dedicato ai BIG perché, per fortuna, noi di IFB crediamo ad una musica il cui valore sia sancito dalla qualità della proposta e non dalla consacrazione di media e pubblico più o meno consapevoli. Insomma, Bonetti fa musica bellissima in equilibrio tra pop e cantautorato, andando a pescare i propri riferimenti poetici in angoli polverosi e dimenticati dal mainstream (quanto ti piace Tricarico, Boné?) senza per questo disdegnare le ultime novità della scena (da Coma_Cose a Brunori); ecco dunque che tutelare la presenza del cantautore in questo spazio, in occasione dell’uscita del suo ultimo disco “Qui”, diventa resistenza etica e poetica ad un mercato che consuma e dilania l’ispirazione, e che trova in opere belle come quella di Bonetti l’atto di ribellione al tempo che passa su tutto, ma non sulla bellezza. Certe cose no, non invecchiano, e se la musica d’autore vuole sopravvivere ha il dovere di aggrapparsi a baluardi come Bonetti, che continua a rimanere in piedi al centro del ring nonostante i pugni in bocca presi fin qui. Per citare un altro esponente della resistenza sopracitata, “stai andando bene, Bonetti: dai, che ce la puoi fare”. Noi ci crediamo, perché ne abbiamo bisogno.

FLOP


LAURA PAUSINI
Io sì (Seen) [tratto da ‘La vita davanti a sé’]

Era troppo facile, questa volta. Sono partito carico, reso ebbro di accidia dall’essermi sparato tutta la diretta del primo live di XFactor e insomma, quando ho visto il nome della Laurona nazionale tra le nuove uscite del weekend ho sentito il sapore ferroso del sangue sulle gengive; e allora cosa mi prende, ora, che con la penna più affilata del weekend non riesco a decapitare con la stessa foga di sempre? Perché la mia fame non riesce a trasformarsi in morso, a dilaniare come dovrebbe questa preda fin troppo facile? Guardando meglio, scopro poi che il brano sembra essere tratto dal ritorno alla regia di Edoardo Ponti, che per l’occasione riporta sulle scene nientepopodimenoche la madre (sì, avete capito bene), Sophia Loren. Forse, allora, è la presenza della Loren mondiale che mi tranquillizza? Non lo so. Forse, e dico forse, il fatto è che non riesco ad accanirmi più di quanto non lo abbia già fatto il tempo: la Pausini è ancora un’ottima interprete, in un’epoca nuova che sembra non avere più bisogno di interpretazioni, ma di verità. Il testo è fragile e la dirigenza dovrebbe forse pensare a qualche ricambio autorale in corsia (Diane Warren è un’autrice eccezionale, ma che forse ha fatto il suo tempo), per provare a rianimare una credibilità artistica che non merita di ritornare (e dopo lunga assenza) sulla scena con un brano che sembra tratto da “Frozen”, più che da un film Netflix: la retorica usata è più che ritrita, la produzione non riesce a far decollare una melodia da valzer straussiano che in tutti i modi la voce prova a spingere verso l’alto, invano; non c’è da prendersela tanto con lei, che si difende egregiamente dal tempo infame a colpi di ugola, ma con chi ha le ha messo sulle labbra una roba del genere. Chiaramente, dovremo poi ascoltarlo nella dinamica del film, in uscita il prossimo 13 novembre, ma dal momento che la release musicale è avvenuta con anticipo, noi su quella ci basiamo.  E insomma, di fronte ad un corpo sonoro così martoriato in partenza, la fame passa. E, con infinita amarezza, finisce col prevalere il disgusto.

PICCOLAPOSTILLAFLOP: Tremendi anche i Maneskin, con “Vent’anni”. Ma la fame, ormai, era passata. Solo un unico, spocchiosissimo aforisma del venerdì: un assolo non fa rocker. Ma, come dicono loro, han solo vent’anni.

SEZIONE VIVAIO

Di fronte al nuovo che avanza ritrarci non è più possibile, se non assumendocene le pesanti responsabilità generazionali; ecco perché abbiamo bisogno oggi di dedicarci ai polmoni di domani, che hanno bisogno di ossigeno e di speranza. Nasce per questo la “Sezione Vivaio”, con le nostre segnalazioni dei più interessanti emergenti di giornata: solo i migliori fiori che la gioventù, come direbbe Fossati, fa ancora crescere per le strade.

CORTESE, Street food

Oh, finalmente un pezzo che parte bene (che attacco!) e non si perde. Cortese tira fuori dal cilindro “Street food”, brano leggero senza essere superficiale che occhieggia al cantautorato sì, ma senza coprirsi di polvere, anzi: Venditti in retrovia fa da ombra a sonorità alla Paradiso (spero che Cortese non si offenda) mentre l’orchestrazione del brano sembra guardare Sanremo negli occhi, senza vergognarsene. Ritornello sincero, strofe ben costruite, pop d’autore che non teme etichette, perché di qualità.

AMO’, Bermuda

Itpop che un po’ ricorda i Legno, un po’ i migliori Zero Assoluto nella sinergia efficace del duo Amò, al ritorno sulle scene con “Bermuda”: la canzone ammicca allo stornello, senza perdere mai eleganza grazie ad una scrittura ispirata, con ottimo ritmo. Perché quando un brano è ben scritto, serve poco e niente per farlo stare in piedi. Ottimo timbro vocale per un pezzo che ci sta, ha un’identità ben precisa e potrebbe lasciare il segno.

CIGNO, Udine

Udine, almeno a mia memoria, mancava alla toponomastica del nuovo indie. Scelta quindi pionieristica e, se vogliamo, controcorrente per Cigno, artista che avevamo già avuto occasione di apprezzare in passato, anche qui su IFB; sicuramente, il capoluogo friulano potrà dirsi ben soddisfatto dell’epopea pop allestita dal cantautore, che con un pennello meravigliosamente “seventies” disegna un brano che ha del lirico, inno fuoritempo (e quindi più che mai contemporaneo, se non futuristico) di un cuore aperto, di una penna capace e, finalmente, di una proposta diversa. Grande Cigno, ce sei piaciuto. Di nuovo.

MOCI, Morbido (album)

Moci a me piace molto, e lui lo sa. Qualche tempo fa scrissi di “Primo Piano”, brano anticipatore di un disco d’esordio che finalmente è arrivato. Inutile dire che, se Moci è qui, è perché ogni aspettativa è stata ampiamente rispettata e superata: “Morbido” è il titolo giusto per un disco che accarezza senza paura di tirare schiaffi, laddove necessario. La scrittura dei dieci inediti è giusta, ispirata ed evocativa, ma a colpirmi è sopratutto la sensibilità musicale: l’intera produzione è curata da dio, con chiara ispirazione brit-pop (che qui, su IFB, trova diversi proseliti) senza perdere d’occhio il giusto equilibrio con il pop più tradizionalmente nazionale. Un po’ come se i Beatles facessero il giro di Roma mano nella mano con Califano. Tutto molto morbidamente bello.

LINEA, Fuori Mercato (album)

I Linea non sono proprio “esordienti”, anzi: carriera quasi trentennale per quelli che, ai loro esordi, furono definiti i “Clash italiani“. Insomma, di tempo ne è passato ma i Linea sono ancora qui, a combattere con devozione e idealismo nell’arena sempre più polverosa e affollata del nuovo mercato musicale; non che a loro sembri interessare troppo, delle facezie del sistema, anzi: chiamare un disco “Fuori mercato” è un guanto di sfida alle facili conclusioni, alla lobotomia dell’ascolto, al semplicismo istituzionalizzato. “Combat folk” è un’etichetta che sta stretta ad un progetto camaleontico, dal forte impegno poetico oltre che politico: ognuna delle quattordici tracce dense e pregne di deliziosa utopia di “Fuori mercato” è inno per gli ultimi, speranza per chi non ha smesso di avere fede in una nuova alba. Che sia più rossa, più vera, più umana. Fuori mercato, sì, ma con l’orgoglio di restarci ancora.

RUMORI SOSPETTI, Rumori sospetti (album)

Cosa serve per un buon disco? Poche cose, ma essenziali (che parola attuale e spaventosa, in questi tempi di DPCM): urgenza, necessità, autenticità e il giusto possesso della lingua – almeno, se si hanno velleità poetiche, culturali. Ecco, tutto questo è il nuovo album di Rumori Sospetti, sestetto in equilibrio funambolico – e per le sonorità scelte, quasi circensi – tra folk d’autore e canzone popolare, tra Capossela e Bandabardò: dodici tracce dense, anticipate dall’uscita (qualche mese fa) di un singolo, ben suonate e ben scritte, melpot riuscito di clavi e scrittura ispirate. Nel valzer scanzonato di “Rumori Sospetti”, si muovono echi diversi, perfettamente assorbiti nell’amalgama di un disco studiato e preparato con attenzione; virtuoso, insomma, nell’era degli improvvisati al potere. Brano preferito: “Mario”, ma anche “Bossa di marzo” non scherza.

 

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