“E’ IMPORTANTISSIMO PER NOI SUONARE ALL’ESTERO.” ABBIAMO INTERVISTATO ANDREA GIOMETTI DEI SOVIET SOVIET

 
31 Ottobre 2020
 

I Soviet Soviet sono una delle migliori band italiane, come testimoniano i loro due dischi “Fate” (2013) e “Endless” (2016), usciti per la statunitense Felte Records, e i loro infiniti tour sia in Italia che all’estero. Formatosi nel 2008, il gruppo post-punk di Pesaro ha continuato a crescere nel corso degli anni accumulando, tra l’altro, anche numerose esperienze internazionali. Il loro cammino è stato momentaneamente fermato dalla pandemia mondiale, ma in questi ultimi mesi il trio marchigiano è ritornato con alcune date italiane: proprio in vista di questi nuovi live (purtroppo ora di nuovo bloccati dal recente DPCM), noi di Indieforbunnies.com la scorsa settimana abbiamo contattato al telefono il bassista e cantante Andrea Giometti, con cui abbiamo parlato dei loro tour internazionali, della Felte, del recente EP “Ghost”, dei loro programmi per il 2020 e anche del nostro compianto comune amico Andrea Guagneli dei Brothers In Law. Ecco cosa ci ha raccontato:

Ciao Andrea, come stai? Benvenuto sulle pagine di Indieforbunnies.com.

Ciao, grazie, diciamo bene. Speriamo che questa situazioni duri il meno possibile. Purtroppo tutti i nostri piani sono andati tutti all’aria a causa del virus.
Per ora tutte le nostre date di ottobre sono state cancellate: l’unica rimasta – per il momento – è quella ai Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia per Il Rumore Del Lutto di sabato 31.

Intanto vuoi fare una piccola introduzione della tua band per i nostri lettori, per favore? Siete sulla scena dal 2008, vero?

Nel 2008 abbiamo iniziato a suonare insieme, mentre nel 2009 è arrivato il primo EP. Inizialmente la nostra formazione era composta da me (basso e voce), Alessandro Costantini (chitarra e – nei primi due EP – anche voce) e Alessandro Ferri (batteria). Alessandro, il nostro chitarrista, ha lasciato la band nel 2017: un nostro amico, Luca Sorbini, ha preso il suo posto, poi dal 2018 alla chitarra c’è Matteo Sideri.

I vostri primi due album sono usciti per la Felte, una nota etichetta californiana: posso chiederti come è nata la vostra collaborazione con questa label statunitense?

E’ nata attraverso un nostro collaboratore che aveva preso contatti con loro via e-mail. Ci disse che la Felte era molto interessata a noi e che, secondo lui, sarebbe stata una buona cosa firmare un contratto con loro. Noi ci siamo fidati e abbiamo firmato, ma non ci siamo trovati bene. Adesso comunque, dopo un paio di album e un EP, il contratto con loro è terminato.

Inoltre siete stati parecchie volte in tour al di fuori dall’Italia e non è una cosa che capita molto spesso ai gruppi italiani. Oltre in Europa, siete stati anche negli Stati Uniti. Avete fatto parecchi chilometri nella vostra carriera. E’ qualcosa che vi ha fatto crescere? Queste esperienze hanno aggiunto qualcosa alla vostra band?

Per una band come la nostra – ma ce ne possono essere anche infinite altre – è una cosa essenziale e allo stesso tempo bellissima. E’ fantastico poter andare fuori dal tuo confine, secondo me è la cosa migliore che ti possa capitare musicalmente parlando. Dopo la musica ci sono tutte le esperienze personali e anche di gruppo che riesci a fare, vedendo posti nuovi che probabilmente, non suonando, non avresti mai visto, conoscendo persone, vedendo realtà completamente diverse. E’ stata ed è una cosa meravigliosa. Non si può quantificare quanta fortuna abbiamo avuto e noi, grazie a Dio, questa fortuna l’abbiamo avuta prestissimo. Il nostro primo EP è uscito a giugno 2009 e la nostra prima data all’estero l’abbiamo fatta nei primi mesi del 2010. E’ stata un’esplosione enorme. Eravamo ancora molto acerbi. Siamo andati a suonare a Nizza. Non credo che avessimo fatto nemmeno dieci concerti prima di quella data. Eravamo proprio agli inizi ed è stato magnifico, anche se non possiamo dire che sia stata la nostra più bella data all’estero. In un certo senso, però, è stata la più bella perché era la nostra prima esperienza al di fuori dell’Italia ed eravamo totalmente scioccati. Per la prima volta la gente ti veniva a parlare e a fare i complimenti, ma è stata una bolla che ci ha fatto capire quello che poteva essere. Allo stesso tempo, però, è stato scioccante perché non ci rendevamo nemmeno conto delle cose. E’ importantissimo per noi suonare all’estero. Anche in Italia ci sono stati dei periodi in cui i nostri concerti sono andati benissimo, come quando era uscito il nostro primo album “Fate”. Anche l’anno scorso, dopo che siamo tornati dal nostro tour in Sud America, avevamo fatto delle date in Italia e stavano andando davvero bene. Eravamo contenti perchè anche qui da noi abbiamo visto del movimento, nei locali era tornata a esserci parecchia gente, poi purtroppo è arrivata la pandemia e si è bloccato tutto.

Parlando delle vostre esperienze all’estero, pensi che possano aver influenzato in qualche modo la vostra band, non solo nel suono, ma anche a livello di scrittura?

Assolutamente sì, soprattutto a livello strumentale e di arrangiamenti. Prima dell’uscita di “Fate” siamo andati in Ucraina e Russia insieme agli A Place To Bury Strangers ed è stato molto bello. L’anno prima avevamo aperto per loro al Locomotiv Club di Bologna. Sono una delle migliori band degli ultimi tempi secondo me. Andare fuori fa crescere la tua esperienza ed è linfa vitale.

Per quanto riguarda il processo creativo, come funziona nella vostra band? E’ qualcosa di collaborativo?

Inizialmente – ma capita anche adesso – suonando il basso a casa, creo dei riff e quelli che mi piacciono li registro e li porto in sala prove. In seguito, come è sempre stato e come ritengo sia giusto, ci si lavora tutti insieme. Io posso portare un giro di basso e poi si costruisce il brano insieme. C’è anche chi suona tutti gli strumenti e scrive le sue canzoni, poi prende due o tre turnisti e gliele insegna e li porta in tour.

Sì, certo, ma è una cosa totalmente differente.

A me non piacerebbe. Ognuno porta la sua parte. E’ quello il bello.

Lo scorso anno avete pubblicato un EP, “Ghost”, che contiene tre b-side di “Endless” e tre remix fatti da band prestigiose come Cloud Nothings, The KVB e Algiers. Ci puoi raccontare come sono nate queste collaborazioni con questi gruppi che comunque hanno un seguito anche qui da noi in Italia?

I tre pezzi che si trovano su “Ghost” erano stati registrati ai tempi di “Endless”. L’idea era di inserirli tutti nel disco, ma poi questi tre rimasero fuori e allora li abbiamo fatti uscire in cassetta in occasione del tour in Sud America dello scorso anno. Quest’anno, durante il periodo del lockdown, parlando con la Swamp Booking, la nostra agenzia estera, ci siamo chiesti se non potevamo pubblicarlo anche in vinile. Visto che c’erano solo tre brani, volevamo aggiungere dei remix e abbiamo chiesto ad alcune band e abbiamo ottenuto risposte positive da Cloud Nothings, The KVB e Algiers. Ci sono piaciuti molto i loro remix. Siamo davvero contenti.

Tornando al discorso di questo maledetto 2020 e del Coronavirus, quali erano i vostri piani originali per quest’anno? Visto che eravamo tutti costretti a casa, avete magari avete avuto tempo per preparare qualcosa di nuovo? Cosa vi aspettate da queste date delle prossime settimane?

L’idea per il 2020 – già partita a fine 2019 – era quella di iniziare a scrivere qualcosa per il nostro nuovo album e, allo stesso tempo, di fare qualche data. Stavano andando molto bene, abbiamo fatto delle date belle come Milano, Bologna, Verona e poi un tour in Germania a gennaio. A marzo avremmo dovuto suonare in Russia e Lituania, poi fare altre date in Italia tra aprile e maggio, mentre a giugno ci sarebbe dovuto essere un tour di due settimane – venti giorni in Cina. Non siamo mai stati da quelle parti e probabilmente sarebbe stata un’esperienza interessante. Dovevamo anche suonare a un festival in Ungheria in agosto e poi altre cose che sono ovviamente saltate. Siamo ripartiti a fare qualche data da quest’estate, ma ora alcune cose sono state cancellate e vediamo giorno per giorno come si evolvono le cose. Per ora non abbiamo ancora registrato nulla di nuovo, ma ci sono alcuni pezzi su cui avevamo già iniziato a lavorare. Ci siamo dovuti fermare durante il lockdown e, durante l’estate, abbiamo ricominciato e ora ci stiamo lavorando lentamente.

Speriamo bene. Vi auguro di riuscire a completare il vostro nuovo album e poi, una volta che sarà possibile andare di nuovo on the road, tornerete ancora a suonare.
Come ultima domanda ti chiedo gentilmente di suggerirci una delle vostre canzoni, vecchia o nuova, da utilizzare come colonna sonora di questa nostra intervista.

Scegline tu una dall’ultimo EP “Ghost”, che è il nostro lavoro più recente.

Grazie mille. Poco prima dell’inizio della pandemia purtroppo Pesaro ha perso un ottimo musicista e un nostro comune amico, Andrea Guagneli dei Brothers In Law: ti fa piacere ricordarlo?

E’ un ricordo molto triste per me. Faccio fatica. Gli mando un abbraccio ovunque sia.

 

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