ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #15

 
6 Novembre 2020
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP


GIORGIO CANALI & ROSSOFUOCO
Morire perché

Ammetto che me la stavo facendo sotto dall’emozione quando, dopo aver visto l’ormai necessaria puntata di XFactor del giovedì (posso dire che è lavoro? ah, non posso?), tra le uscite del weekend ho notato spuntare anche lui: lì, in mezzo alla tempesta di streaming vorace e psicotico del Release Friday e con i postumi da hangover pop del talent più celebre d’Italia, ad insanguinare la mia personale “Notte prima del DPCM” si è levato il nuovo urlo di Giorgione Canali & Rossofuoco. Sì, è così: sono una groupie incallita di ogni fibra di rabbia che Canali da quarant’anni di musica si porta addosso come il martire la croce, senza aver paura di tirar giù ogni santo possibile ad ogni santo concerto, senza aver timore di essere “antipatico come la merda” nell’era della simpatia obbligata e dei sorrisi al botulino. Canali, se lo ascolto in macchina, mi costringe a fare incidenti (true story, giuro) per il potere catartico che ogni molecola del suo esistere (e in questo modo, da così tanto tempo) esercita su di me, positività implosa dallo scontro di disagi fortissimi, reali, concreti; umani. Canali, per me, ha senso perché è Canali e così sarà sempre; cosa si aspettavano, i venditori di novità e gli abusivi del gusto, dal ritorno del Cavaliere nella Nebbia (ho sempre visto Canali come quella nebbia dimessa che sale dalle fabbriche insonni della provincia padana, dove o si vive da punk o di punk si muore)? Magari esigevano, quei signori là, effetti speciali e ritornelli utili allo spegnimento celebrale da uno abituato a fare cheese ai fotografi mentre precipita rapido – sempre più rapido! – verso il fondo? Forse, invece, da Canali avrebbero preferito una hit d’amore per adolescentelli, che potesse dare quel tocco “fresh” ad un cavallo pazzo che nella vita ha avuto solo ragazze con mostri sotto il letto. Ecco, a tutta questa folta schiera di idioti che sbocciano come fiori sugli alberi, così impegnati a somministrare ricette per il successo e lezioni di poesiaCanali risponde spiegando perché morire, e lo fa con i soliti quattro accordi di sempre, la stessa rabbia di quarant’anni fa (anzi, forse è ancora più incazzato) e un solo di chitarra marcissimo che da lo schiaffo sul culo ad un brano rock’n’roll perché è maledettamente rock’n’roll chi lo canta. Come diceva qualcuno, gli Dei se ne vanno ma gli arrabbiati restano: Canali svetta sempre più solitario nell’Olimpo dei resistenti, cantando le solite canzoni di merda di sempre. E io, lo amo da morire.


MYSS KETA
Due

PICCOLA ANTICIPAZIONE: non so spiegare a me stesso perché sto inserendo qui, tra i top, “DUE”, il nuovo singolo di MYSS KETA. Insomma, parte il pezzo e già sono indignato per le sonorità Nintendo 64 della base elettronica (inedito ed inquietante connubio tra Die Antwood e Lo Stato Sociale degli esordi), che intanto però mi fa muovere il piede in maniera inaspettata (*comincio a fissare la mia colpevole appendice in modo sdegnato*); parte il cantato, e la scrittura a dir poco kitcsh della MYSS meno Miss d’Italia comincia a provocare in me reazioni alterne, in costante alterco e con crescente intensità (*in somma al mio piedino ossessivo, questo coinvolgimento inaspettato – nel bene o nel male che sia – inizia a farmi preoccupare seriamente*). A darmi il colpo di grazia, però, è il drop finale, quando il miracolo tecnologico porta la vita a sfociare nel pezzo attraverso la vibrazione di un cellulare che sospende la musica giusto il tempo di sentirne l’atroce mancanza, per esplodere poi nella coda finale da post-serata allo Sziget Festival. Ho detto “mancanza”? Ah, ho aggiunto addirittura “atroce”? Allora vedete che è grave.


ANNA
Fast

Per un fatto di onestà intellettuale e di fiducia necessaria ad innaffiare le tenere radici di un albero giovane – che sequoia ancora non è, anche se tale vorrebbero farci credere che sia – inserisco tra i TOP il nuovo singolo di ANNA, che finalmente (e non privandosi di un ultimo riferimento polemico alle critiche ricevute) riesce a scollarsi di dosso il ricordo ingombrante di “BANDO” con “FAST”, il tormentone che tutti aspettavano e che finalmente è arrivato. La produzione di Young Miles (che nell’ultima puntata di XFactor ha dato in mano a cmqmartina una delle più coraggiose ed interessanti rivisitazioni de “Il mio canto libero” di Battisti) fa da volano ad un inciso che vale, e ANNA canta le sue “barre” con maturata espressività e maggiore coscienza vocale, attraverso immagini interessanti; insomma, “FAST” è un pezzo che gira, e se pensate che la ragazza ha solo diciassette anni malaccio non è. Sicuramente, a ‘sto giro, mi ha convinto più della giovanissima collega star Madame, che con ANNA si è contesa fino all’ultimo respiro l’inserimento della sua “Clito” nell’ultimo spazio disponibile del mio presuntuosissimo bollettino; sul fotofinish, credo abbia prevalso la sensazione che ANNA stia crescendo, mentre credo che Madame – che un certo livello di consapevolezza e maturità l’ha già raggiunto, in straordinario anticipo sulla sua anagrafica – possa essere più urgente, più necessaria a sé stessa e a noi di quanto non sia riuscita ad esserlo, a mio gusto, nel singolo uscito oggi.

TOP BIS


MOLTHENI
Ieri

Meritava almeno una menzione d’onore – seppur di contrabbando – “Ieri”, il nuovo singolo di Moltheni. Di contrabbando, s’intende, solo nel contesto di un bollettino che in qualche modo vuol essere pop con sfrontatezza mainstream, nel tentativo di non farci più impaurire dal carico semantico di questa tremenda parola – mainstream. Ecco, Moltheni non è mainstream, ma meriterebbe eccome di esserlo: una carriera lunghissima e un’identità unica, che ha lasciato a suo modo segno nella scrittura di tanti colleghi più giovani, e magari più celebri. Tutto questo popò di curriculum suffragato da una vena inesauribile che oggi continua a non volersi frenare, nelle sue emorragie creative: “Ieri” è una ballad meravigliosa, dalle sonorità squisitamente sixties che nasconde, nelle anse avvolgenti di una melodicità lirica e quasi trascendentale, lo spessore di un testo autentico, profondo, poetico. Moltheni è un Top, e anche se non è al top delle classifiche d’ascolto inserirlo, oggi, qui tra i BIG vuol dire difendere il sacrosanto diritto a poter immaginare un mondo migliore, un mainstream migliore. E allora, voglio credere che questo TOP di contrabbando possa essere un misero ed esile contributo ad una battaglia culturale di cui siamo tutti attori, e dalla quale non possiamo più sottrarci né considerarci risparmiati.

FLOP


GHEMON feat. MALIKA AYANE
Inguaribile e Romantico

Parto dicendo che questo FLOP nasce sotto il segno di una sfida lanciatami dai grandi decani della saggissima redazione di Indie For Bunnies; di fronte all’inedita comparsata del nome di Laura Pausini sulle colonne della rivista più indie (nel senso originario del termine) del web risalente allo scorso bollettino, qualcuno (e con cognizione di causa) già pronosticava questa settimana il bis trash con l’inserimento di Marco Carta tra i flop di giornata. E io, invece, dico che oggi Marco Carta ha sicuramente dimostrato (anche se non ce n’era poi così bisogno) di meritare il posto che da sempre occupa nel cuore dei nostri reverendissimi redattori di IFB, ma più di lui, a turbare la mia serenità da lobotomia post-talent, è stato quel cattivone di Ghemon. Dico cattivone, perché da lui proprio non me lo sarei aspettato; il titolo del brano – ai tempi dell’uscita della sola versione “maschile”, contenuta nell’ultimo album pubblicato in aprile dalla penna campana – già mi aveva fatto puzzare la fregatura, ma accecato dalla fiducia cieca che nutro verso Giovanni Picariello ho pensato che di certo il piglio della canzone avrebbe smentito ogni timore, creando quel sapore dissonante e fascinoso che dà l’ossimoro riuscito. Ecco, più che ossimorico, il rapporto tra “Inguaribile e Romantico” e la canzone che ne porta il nome è assolutamente tautologico: così è, come pare. La presenza di Malika Ayane contribuisce a creare quell’atmosfera a metà tra Broadway e Disney Pictures (versione Tim Burton fin troppo melenso) che da Ghemon non ti aspetti e che oggi, sul ring del cliché usato, vede Marco Carta andare KO in un colpo. Che devo dirvi, sto male. Però, la buona notizia è che “Inguaribile e Romantico” è solo uno dei dodici pezzi del disco di Ghemon, uscito appunto ad aprile scorso: per quanto non capisco la decisione di andare a valorizzare proprio questo brano attraverso un reboot con tanto di featuring, dentro “Scritto nelle stelle” ci sono perle vere, che certo non trovano un giusto specchio di verità in questa mia spocchiosissima recensione sul nuovo singolo estratto dall’album. Insomma, ascoltatevelo (se non lo avete già fatto), perché merita tanto; anche se oggi mi ha costretto ad escludere il nuovo tremendo singolo di Carta. E ora, torno ad ascoltarmi Marcone nazionale.

SEZIONE VIVAIO

Di fronte al nuovo che avanza ritrarci non è più possibile, se non assumendocene le pesanti responsabilità generazionali; ecco perché abbiamo bisogno oggi di dedicarci ai polmoni di domani, che hanno bisogno di ossigeno e di speranza. Nasce per questo la “Sezione Vivaio”, con le nostre segnalazioni dei più interessanti emergenti di giornata: solo i migliori fiori che la gioventù, come direbbe Fossati, fa ancora crescere per le strade.

EST-EGO’, I film sui samurai

Un po’ Colapesce/Dimartino il nuovo singolo degli Est-Egò, sospeso tra onirico ed esistenziale nella ricerca di un volo melodico che non trova appigli nella totale imprevedibilità di una struttura anomala, e per questo affascinante. Non esiste una vera successione strofa-ritornello, in “I Film Sui Samurai”, sostituita dalla crescita esponenziale di una climax riuscita e ben gestita nei suoi saliscendi emotivi (bella la sospensione del bridge finale, ad accompagnare il fraseggio in fade-out di una chitarra solitaria e resistente). Insomma, se stasera non avete niente da fare guardatevi un bel film di Kurosawa, ma non prima di esservi ripassati la discografia di uno dei gruppi più interessanti ascoltati in questo 2020 isterico e paranoico.

LEO CALEO, Asteroidi

Leo Caleo cala l’asso, e si abbatte come un asteroide (attenzione, non come una meteora: Leo è destinato a rimanere, eccome) sul venerdì di uscite di oggi. “Asteroidi” ha la stoffa della hit, e non perché il ritornello faccia spegnere i neuroni; no, non è nemmeno un reggaeton, né un brano trap. E’ semplicemente un bel brano, di quelli che non si sentono tutti i giorni: scrittura elegante figlia del cantautorato nazionale, idee melodiche che ammiccano ad oltreoceano e un approccio al mix che sa di autorale, di cifra stilistica. Ricorda un po’ Andrea Laszlo, sì, ma con un piglio da songwriter alla Neil Young che indossa un vestito sonoro degno del miglior Xavier Rudd e Sufjan Stevens. Ma sopratutto, “Asteroidi” ricorda tanto Leo Caleo, universo diverso e sconosciuto che non smette di far sentire a casa chi, come me, da anni peregrina nella ricerca di un posto bello dove stare, di un rifugio che sia autentico.

CARDO, Presto lo vedrai

Cardo per me è piezz’ e core e parlare oggi di “Presto lo vedrai”, sono sincero, è più facile che mai. A volte capita di dover dichiarare la propria parzialità, di fronte a casi affettivi simili, per parlare di brani che coinvolgono più per un fatto di fratellanza che di onestà intellettuale; ho la fortuna di avere amici artisti che valgono e che raramente mi mettono in difficoltà in tal senso, ma talvolta qualche incompatibilità musicale può emergere. Ecco, Cardo mi rende tutto facile perché “Presto lo vedrai” è un pezzo bello, scritto bene e capace di arrivare con semplicità al senso delle cose: come un buon ragù, pesca dalla tradizione senza stancare, ma piuttosto affamando ancor di più l’ascoltatore dopo la prima riproduzione del brano (che, per inciso, ha i numeri per farsi tormentone – ma di gusto). Il solo finale di sax a metà fra Lucio Dalla e Vasco Rossi è orgasmico e Cardo è piezz’ e core perché sa metterci sempre l’anima, in quello che fa; nel bene o nel male che sia.

MIGLIO, Erasmusplus

Miglio è una sicurezza, ormai possiamo dirlo. La cantautrice lombarda è presenza fissa, ad ogni nuova uscita, del mio bollettino perché possiede una qualità oggi come oggi più unica che rara: se domani mi svegliassi in un altro Paese, in un altro corpo e senza una memoria, sono sicuro che ciò che resterebbe atavicamente collegato alla mia struttura sinaptica sarebbe la capacità di riconoscere un brano di Miglio a km di distanza. Alessia ha raggiunto una sua cifra stilistica personale che combina l’impegno politico (sì, perché vuoi o non vuoi sempre di Politica, e con la p maiuscola ed un forte interesse alla polis emotiva, parlano le sue canzoni) all’autoriflessione, perché non c’è evoluzione senza consapevolezza: ecco, “Erasmusplus” fotografa bene la situazione esterna proiettandola sul campo del personale e dell’intimo – in tutti i sensi. La solita punta di irriverenza autorale, una buona dose di rabbia, tanto amore. Insomma, tutto quello che serve per farci dire “ehi, ma è il nuovo pezzo di Miglio?”.

FRANCES ARAVEL, Gentle Night

Bel pezzo anche quello di Frances Aravel, che torna a far sentire il suo new folk in lingua inglese con “Gentle Night”: bell’atmosfera disegnata da una vocalità gentile, appunto, che sembra avere i numeri giusti per spingersi ben oltre il risultato – ottimo – di questa ballad da festa di fine college, sia dal punto di vista stilistico che puramente performativo. E tutto quello che ho detto finora non sembri una critica al brano, ma un pungolo all’evoluzione: a me le ballad da festa di fine college hanno sempre fatto impazzire, ma sono anche convinto che Frances abbia nelle sue stelle qualcosa di più grande e, se vogliamo, di meno “gentile” a livello stilistico-musicale. Rock on, guyz!

WAKO, Malammore

Raga, ma perché appena sento del cantato in napoletano io mi sciolgo come burro? Quale cuozzeria scorre in me, ligure oriundo col cuore sotto il Vesuvio, tale da far uscire fuori il fruttarolo che è in me ad ogni nuova uscita dialettale? Sì, perché “Malammore” (ed Enzo Carella sogghigna dagli angoli bui della nostra memoria) è musica dialettale, anche se non si tratta di Eugenio Bennato o di Enzo Avitabile: possiamo definire così il coraggio di chi, nel 2020 e a poco più di vent’anni, porta avanti la difesa del lemma popolare contro la livella dell’omologazione culturale e linguistica. Sentite puzza di neomelodico, di popolano ogni volta che sentite parlare di Napoli? E’ perché siamo -tutti – deviati dal pregiudizio e da un’estetica culturalmente e socialmente orientata (e da terzi): le canzoni possono essere scritte bene o scritte meno bene, qualsiasi lingua sia quella scelta. Wako ha scritto un bel pezzo fresco, utilizzando una delle lingue più antiche del mondo, primo veicolo testuale della primigenia canzone all’italiana. Quindi, forse, i popolani (anche un po’ imbruttiti nelle nostre posizioni contratte da apericena sui Navigli) siamo noi. Ma poi, ascoltiamo tutto il giorno brani in inglese di cui capiamo – se va bene – solo il significato del titolo e siamo ancora capaci di indignarci per un ritornello in napoletano?! Dai.

AMA IL LUPO, Magica

Ama il lupo a me piace molto, e sono felice che oggi, con “Magica”, non abbia smentito le aspettative che silenziosamente ho cominciato a nutrire nei suoi confronti da qualche mese. Scrittura elegante, timbro giusto e una forte capacità immaginifico-poetica (sia dal punto di vista musicale che testuale) sono gli ingredienti di un brano che si evolve sornione, anzi, non si evolve affatto: la produzione minimal e asciutta dà spazio all’elevarsi di un peana, di un inno antico che attraverso le parole di Ama il lupo si fa presente ed immanente diventando quasi un mantra, una preghiera. Il cantautore snocciola il suo rosario con crescente intensità, libero di divincolarsi da qualsiasi artificio e vincolo musicale: la climax deriva proprio dal contrasto, riuscito, tra il low profile dell’impalcatura musicale (che con pochi suoni disegna mondi nuovi) e il sempre più accorato vaticinare di Ama il lupo, nuovo sacerdote del cantautorato emergente e nome da appuntarsi sulle agende, in attesa di un primo, benedetto disco d’esordio.

 

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