OGGI “ALICE IN CHAINS” DEGLI ALICE IN CHAINS COMPIE 25 ANNI

 
7 Novembre 2020
 

“Vorrei abbracciarvi tutti, ma non posso“, diceva Layne Staley durante una delle tante pause in quella memorabile notte del 10 aprile 1996 al Majestic Theatre della Brooklyn Academy of Music, in occasione dell'”MTV Unplugged”, l’ultima accorata apparizione in pubblico della più oscura perla nell’olimpo grunge, la più fragile, la più riservata, la più sincera.

Quella notte Layne a stento riusciva a tenere gli occhi aperti, visibilmente stanco e provato, un corpo straziato da quella maledetta eroina, quel cibo disgustoso di cui non poteva fare a meno e che ha segnato la sua carriera e la sua vita durata troppo poco, lasciando un vuoto incolmabile che tuttavia continua a riempirsi grazie alla magnificenza della sua voce e delle sue canzoni, ricercate e profonde e da sempre lontane da logiche di mercato.

L’anno prima di quella fantastica notte uscì questo terzo album in studio degli AIC, l’ultimo in studio con Staley, che rappresenta, a parer mio, il canto del cigno di quel fondamentale movimento che va sotto il nome di “grunge”. Il disco si inserisce, infatti, in mezzo alla dipartita di Kurt Cobain nel 94 e lo scioglimento di un’altra iconica band del movimento, i Soundgarden, che avvenne nel 1996 anno, tra l’altro, della scomparsa di Demri Parrott, compagna di Layne, evento che gli diede il definitivo colpo di grazia.

“Alice In Chains”, notoriamente chiamato “Tripod” per via della cover anteriore che raffigura Sunshine, il cane a tre zampe di Jerry Cantrell e di quella posteriore con la fotografia di Francesco A. Lentini, detto Frank (“L’uomo con tre gambe”), si apre con il sound lento ed incalzante di “Grind” (affidata alla voce di Cantrell) la quale segna il leitmotiv di tutto l’album, cupo e doloroso, spesso ossessivo, frutto dell’esistenza difficile di Staley e dei conseguenti contrasti interni con la band.

Il CD uscì in due versioni, una con il case viola trasparente con una “spina” traslucida giallo-verde, oramai fuori produzione (e che custodisco gelosamente) e l’altra con lo schema dei colori invertito.

L’album vede un cambio alla regia, con Toby Wright che prende il posto di Dave Jerden, ma anche del bassista Mike Inez che sostituisce Mike Starr, e la differenza si nota già in questo con la presenza in tutte le tracce di una maggiore incisività nelle distorsioni, in una maggiore crudezza e con la tagliente ed ipnotica voce di Staley a caratterizzare ogni episodio, soprattutto nella sua dura chiacchierata con Dio in “God Am” (“dear god, how have you been, then?/i’m not fine, fuck pretending”) o nei ritmi cantilenanti e trascinanti di “Nothin’ Song” e “Brush Away”.

Ascoltando questo full-length vien da subito in rilievo la divergenza con le sonorità di “Dirt” e soprattutto di “Facelift”, nei quali manca quella sensazione di ovattamento – come nelle ombrose sovraincisioni di “Sludge Factory” dall’incedere lento e minaccioso – di claustrofobia – come nella cattiva e violenta “Again” scandita dalle parole “infette” di Staley (“Hey, i know i made the same mistake, yeah/i, i won’t do it again, no”) – e di psichedelia, come nella delirante e angosciosa “Frogs”, otto minuti che sembrano non terminare mai mentre le note si riverberano in una straziante e surreale atmosfera che regala una piccola opera d’arte e che, insieme all’altro gioiello “Head Creeps”, rendono questo disco un prodotto di spessore assoluto, dall’importanza storica essenziale, sebbene lacerato in ogni anfratto dal dolore di Staley.

I toni decisamente rabbiosi e di tipica impronta hard-rock sono timidamente smussati dalle melodie della famosa “Heaven Beside You”, dalla morbide chitarre nella distesa e lucida della closing track “Over Now” nonché dalla amarissima ballata “Shame In You” che vede Layne cercare di convincer se stesso che forse c’era una via d’uscita (“yeah, i believe in inner peace, yeah”), ma non per lui purtroppo.

Anche noi avremmo voluto abbracciarti Layne!

Data di pubblicazione: 7 novembre 1995
Tracce: 12
Lunghezza: 64:52
Etichetta: Columbia Records
Produttore: Toby Wright
Registrazione: aprile – agosto 1995 ai Bad Animals Studio di Seattle

Tracklist
1. Grind
2. Brush Away
3. Sludge Factory
4. Heaven Beside You
5. Head Creeps
6. Again
7. Shame In You
8. God Am
9. So Close
10. Nothin’ Song
11. Frogs
12. Over Now

 

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